L’ex leader dei Bimbiminchia di Satana ha scritto un testo rap sulla sua condizione.

Tralasciando il fatto che dandogli spazio sui media si fa solo il suo gioco (un essere insignificante come lui va lasciato ammuffire nell’indifferenza) sono sicuro che riverrà prima o poi  a galla la questione sui gruppi musicali che si dichiarano satanisti. Tralasciando anche il fatto che ovviamente la qualità musicale prescinda dall’ideologia dell’autore e che si può ascoltare/stimare/seguire un gruppo senza necessariamente dover condividere le sue idee, bisogna fare un distinguo, certo semplicistico e grossolano, sui gruppi tali.

Infatti esistono tre concezioni di satanismo, fondamentalmente (poi ci saranno le varie interpretazioni e divagazioni personali) che possono avere a che fare con gli autori musicali che si professano tali:

- la prima è quella (stereotipata) degli Infanti di Satana, sacrifici, messe nere, droghe, violenza, puttanate varie. Storie di ordinaria imbecillità, insomma. Poi c’è anche il caso dei blacksters norvegesi asociali e squilibrati che, al principio degli anni ‘90, per andare contro il cristianesimo nella maniera più violenta possibile ne adorarono le icone negative (salvo poi rendersi conto che erano entità prettamente cristiane e preferendo poi recuperare le antiche religioni norreniche, a volte solo nello spirito, altre credendoci sul serio).

- la seconda in realtà con Satana stesso propriamente non c’entra nulla, non necessariamente almeno, anzi non è neanche tanto una “religione” quanto una filosofia e lo usa solo come metafora per mostrare il rifiuto di un dogmatismo imposto e per abbracciare invece il libero arbitrio, la scelta di una propria morale, il culto di sè stessi, lo svincolarsi da una dottrina che risulta dominante “perché sì”. Il cosiddetto Left hand path. In pratica si cita il più famoso angelo decaduto di tutti i tempi perché la sua ribellione a Dio sarebbe analoga alla ribellione alla chiesa cattolica o a qualunque forma di religione che pretendi di decidere cosa è giusto e cosa e sbagliato, è un po’ il voler essere caproni testardi e autonomi piuttosto che pecorelle di un gregge.

- il terzo caso è quello di chi lo fa, volontariamente o sotto l’egida di un produttore o di una casa discografica, solo per pubblicità e per suggestionare con un’immagine fatta ad hoc i potenziali acquirenti (ai quali sembrerà tutto cool).

Gli ultimi due non prevedono conseguenze come quelle di alcuni tragici fatti di cronaca passata, anzi, questi pensieri (che si tratti di una filosofia di vita o di una furba manovra di mercato) sono anche troppo complessi per idioti come quelli del Varesotto di un lustro fa. Di conseguenza, se un qualche artista moderno od una famosa rockstar dichiara di simpatizzare per certe idee del satanismo, oppure si circonda di un’iconografia che lo richiama in qualche modo, oppure si diverte a ficcare dei 666 nascosti nelle proprie opere (o messaggi subliminali tipo “Here’s my sweet Satan”), non abbiate fretta nel bollarlo subito come pazzo assassino stupratore blablabla che fa sanguinose messe nere in onore di Lucifero e via discorrendo.

Magari in realtà è pure ateo, ha tutt’altri intenti e forse se la ride di gusto mentre tutti parlano di lui garantendogli notorietà e pubblicità.

Facciamo un post cervellotico che, si spera, farà pensare qualcuno (tranne gli integralisti e i neo-fash che, per definizione, non sono dotati di tale abilità). Poi si può essere d’accordo come si può non essere d’accordo con quel che dico, ma almeno riconoscete che l’idea di multarmi a sangue se dovessi voler togliere un crocifisso è davvero balorda.

La lunga diatriba fra il mondo laico e quello cattolico persiste.
Tralasciando il fatto che il secondo (che come al solito si lagna e accusa il primo di essere laicista e non laico) alla lunga non la spunterà, come d’altronde dimostrano le lotte fallite nel corso dell’ultimo secolo contro tematiche come il divorzio, l’aborto o le cellule staminali (e non mi dilungo sui motivi per cui alla fine, ci volesse un altro secolo o due, le posizioni della chiesa cattolica non vinceranno perché c’è da riempire libri interi di sociologia, antropologia, economia, politica e altre discipline), è interessante notare come ogni volta l’accordo di compromesso fra le parti non giunge perché entrambe sono più interessate a far trionfare la propria ideologia cammuffandola di neutralità, che a ricercare la concordia degli ordini (come diceva Cicerone in altro contesto).
Visti i recenti fatti, anche se sono una ripetizione di litanie vecchie di decenni, mi vien voglia di parlare di una delle più stancanti prese di posizione dei cattolici. Perché quando uno deve essere addirittura marcato con una multa se non vuole un crocifisso, salgono le preplessità.

Io non ci vedo nulla di male se del crocifisso me ne strafrego. Nel senso che mi lascia indifferente (e non so se mi renda triste o mi faccia incazzare il fatto che esista gente che toglierebbe il saluto o comunque ti guarderebbe storto già solo per questo, spero che la maggior parte dei cattolici in Italia sia più tollerante e soprattutto intelligente).
Proprio perché per me è solo un simbolo religioso, che ha un particolare significato e valore per alcune persone che seguono un certo credo, non mi ispira nè mi urta. Può star lì, può non starci, non entro in crisi isterica se lo vedo o non lo vedo, non ci faccio mai caso ad esso. Seguo le mie idee e penso per conto mio indipendentemente da esso.
Se ad un cristiano piace avere la catenella al collo, non lo guardo storto per questo, così come se ad un non cristiano l’idea infastidisce, non lo biasimo affatto.
Ma ad un certo punto iniziano a roteare vorticosamente le balle, perché sembra quasi che per certe persone e in certi ambienti l’idea di fondo, non dichiarata ma che inconsciamente diriga l’orchestra, sia che si debba essere cristiani e che si debba avere determinati legami (altrimenti sei tacciato di essere comunista, favoritore di immigrati clandestini, dissociatore della cultura nazionale e altre amenità, anzi, sei pure discriminato se non proprio multato come con il sindaco sopra linkato) nonostante in realtà, a voler esaminare le cose con razionalità, i presupposti per ciò non sussistano.

Ora non voglio tornare su discorsi vecchi come l’equanimità dello stato davanti a tutte le religioni, la costituzione che recita punto che è laico (e lex dura sed lex, diceva ancora Cicerone sempre in altro contesto), che la religione appartiene alla sfera personale e che pertanto un luogo pubblico dovrebbe garantire la neutralità mentre in casa proprio ognuno sarà liberissimo di venerare la divinità che preferisce; insomma tutti discorsi (che non discriminano certo i cristiani o vogliono favorire le altre religioni su quella di maggioranza in Italia) già fatti e rifatti.

Mi lasciano davvero a bocca aperta discorsi come quello del sindaco di quel paesino veneto, che parla di “estremismi” e “imposizione di culture diverse” (???), fino a controbattere con una multona assurda.

Non credo che la laicità disgreghi la nostra società.
Se siamo veramente in una società integralmente cattolica ognuno continuerà a venerare Dio in proprio, a trasmettere il suo verbo ai familiari e a riunirsi nelle chiese: non sarà certo la mancanza di un crocifisso in aula a nullificare la “nostra” identità culturale – e tralasciamo pure che se uno è ateo o di un’altra religione, ma comunque italianissimo al 100%, è un po’ presuntuoso affibiargli queste connotazioni religiose come parte della sua identità.
Mentre se la nostra società si sta evolvendo in modo da andare verso tal direzione non sarà certo la presenza del crocifisso a impedirlo.
E’ un po’ come ingessare una gamba sana o in putrefazione, ragionateci: se tanto è sana, inutile mettere il gesso; se tanto si sta decomponendo, non guarirà per esso.

Piuttosto, se siete credenti e volete trasmettere i vostri valori, fatelo nell’ambiente privato, piuttosto che lasciar le cose per scontate “perché sì” pensando piuttosto a questioni mondande/pubbliche dato che l’indifferenza, la mancanza di contatto/comunicazione e la superficialità all’interno di una famiglia fanno MOLTI più danni di quanto potrebbero farni i vari Strumenti Di Satana di turno.
Sia ben chiaro comunque che la metafora detta prima è solo d’esempio, non intendo dire che una società che si scristianizza è come una società in putrefazione.

Ma è tanto difficile accettare di rappresentare in pace tutti o non rappresentare nessuno per imparzialità?

E invece no, nulla di tutto questo, perché il crocifisso e solo il crocifisso è “parte integrante della storia, della tradizione e della cultura del paese” e pertanto deve starci per forza, anche in caso di classe di atei (lasciamo stare ora gli stranieri) che non si riconoscono in esso e magari potrebbero essere infastiditi dalla cosa, così come una comitiva di cristiani potrebbe essere infastidita dal dover avere per forza una mezzaluna e non una croce nel proprio luogo di studio/lavoro/ecc.
E chi dice il contrario è accusato di farci sottomettere agli usi e costumi stranieri, tesi che è una cazzata grossa come una casa perché non mi pare che ad uno studente italiano (ateo o credente che sia) vengano imposte tradizioni altrui in nessuno dei casi ipotizzati sopra, ed è passibile di mezzo migliaio di Euro di multa.
Ma poi, in una civiltà globale di un mondo che si fa sempre più piccolo, in un paese che per di più è interamente basato sull’apporto di culture straniere fin dalla preistoria (e se pensate il contrario studiatevi un testo serio di storia, magari non gentiliano o romanticista), che senso avrebbe addirittura il temere l’introduzione di simboli stranieri, sempre tenendo a mente che nessuno ci sta obbligando ad andare a pregare in una moschea, far portare il velo alle nostre mogli e pregare in direzione della Mecca?

In più la beffa, se non vuoi avere a che fare con un crocifisso devi pagare un sacco ed essere scritto sul libro nero dei cattivi.

La verità è che i veri estremisti sono uomini come quel sindaco, che inconsciamente o meno vogliono per forza che i loro simboli siano privilegiati e favoriti, siano strombazzati a tutti, anche non credenti (poi ci sono anche gli ambienti più politicizzati che sfruttano il tutto solo per dare addosso al non italiano e tirare acqua al proprio mulino), e chi come il sottoscritto semplicemente se ne sbatte in tutta pace se il crocifisso in aula ci sia o non ci sia, alla fine finisce per essere scioccato ed infastidito comunque da questo atteggiamento arrogante così come uno che non vuole punto un crocifisso a prescindere.

Facciamo così: accettiamo alla lettera questa tesi, del fatto che un simbolo religioso debba essere imposto per forza in quanto parte della nostra storia, mentre non farlo è come accettare tacitamente simboli altrui (il perché deve ancora essere chiarito però).
Ora però esigiamo una legge che obblighi a custodire un focolare consacrato a Vesta in ogni edificio pubblico e privato. In fondo è pur sempre un elemento della nostra storia e cultura, no?
Mah.

E così un’altra stagione è finita. Con un campione del mondo su cui nessuno avrebbe scommesso ad inizio stagione, ulteriori veleni, tanti cambiamenti e molte speranze per il futuro (Dio, che sequenza di banalità).

Abbiamo avuto il mondiale che più di tutti in tutta la storia del circus ha mostrato la superiorità del mezzo sul pilota: come spiegare altrimenti che due piloti non certo fulmini di guerra si siano contesi il titolo, che i campioni siano rimasti tagliati fuori dalla lotta, che a seconda delle caratteristiche del circuito a cui si adattava bene o male una macchina poteva fare la pole per poi finire ultima, che le Force India da cenerentole si siano trasformate in UFO ad un certo punto, che la McLaren fosse in crisi per poi resuscitare dopo alcuni aggiornamenti, che il tanto discusso diffusore garantisse mezzo secondo di vantaggio, che una squadra all’inizio dominasse stile Ferrari 2002 e poi a metà stagione arrancasse, che il pilota campione ha vinto solo nei primi gp per poi sparire a lungo, che piloti rimasti nell’ombra a lungo siano poi comparsi nei primi posti e… ci siamo capiti.

Certo, c’è stata la rivoluzione nei regolamenti che ha scombussolato tutto. Speriamo quindi che dall’anno prossimo si assista ad una lotta più serrata fra i vari Hamilton/Alonso/Vettel, senza trovarci in mezzo dei Fisichella che all’improvviso rischiano di vincere per qualche miracolo di San Gennaro o delle Toyota che pescano da un cappello la posizione in griglia.

Beh, la Toyota non ci sarà di sicuro, come per la Honda i jappi han deciso di lasciare, perché per loro è solo businness e se non ottieni risultati alla fine è meglio andarsene. E non appare più come un dinosauro, ma come l’ultimo membro di tempi che furono, il povero Frank Williams, con la sua scuderia malinconicamente sempre a metà schieramento perché il balzo tecnico sospirato non c’è mai e Rosberg non è Schumacher. Spero che almeno alla Toyota abbiano la dignità di ammettere che fino ad ora sono stati coglioni loro, invece di fare di nuovo scaricabarile sul povero Trulli che è stato l’unico a portare risultati decenti alla squadra.

Comunque c’è da dire che, alla fine, Button un po’ il titolo se l’è meritato, lottando anche nell’ultimo noiosissimo gp di Abu Dabhi con Kobayashi (a proposito: che talento!) e Webber, mostrando due gran bei duelli che molti altri si sarebbero risparmiati per pigrizia.

Ora attendiamo questo 2010, con i rifornimenti aboliti, il ritorno della Lotus, nuovi team e Giacomino Villanuova che vuole tornare (argh).

Ritornano i Rammstein dopo una lunga attesa dal binomio Reise, Reise/Rosenrot, che li consacrò definitivamente nel mainstream. Il nuovo album ha un titolo che è tutto un programma: Liebe Ist für Alle Da, l’amore è per tutti. Perché? Perché ricordiamo di come in passato (Mutter) sia già stato usato l’interessante gioco del contrasto fra un nome apparentemente dolce, che dovrebbe ispirare serenità, e delle sonorità poi molto più dure, taglienti ed orecchiabili, pur ogni tanto inframezzate da momenti più emotivi. Eppoi c’è anche la solita ironia erotica tipicamente rammsteiniana, che fra l’altro ha causato la censura del disco in Australia dove è vendibile solo ai maggiorenni…
Stilisticamente si avverte il tentativo di una summa dei principali momenti della carriera del gruppo (il riffing aggressivo ed incalzante di Sehnsucht, le atmosfere più oscure e metalliche di Mutter, il sound intenso e corposo di Reise Reise). Ma a conti fatti quel che viene a mancare in Liebe Ist für Alle Da è, tranne in alcuni spezzoni, la bontà delle canzoni, più povere di idee che mai, al punto che i tedeschi per compensare ciò indugiano troppo in stereotipi del loro stile, nel sensazionalismo e nei chorus ad effetto.
Le canzoni hanno inoltre minore identità che in passato, si fanno più simili fra loro e piatte fino a che la ripetitività della struttura riffocentrica non inizia a farsi noiosa.
I Rammstein non sono mai stati dei prolifici macina-riff. Però a questa scarsa varietà all’interno di ciascuna singola canzone compensavano con vari elementi, come l’attitudine molto d’impatto, l’energia dei ritornelli, soprattutto il carisma vocale di Lindemann. Ma essi sono annacquati e diluiti in un sound che cavalca il trend costruitosi attorno al gruppo, dove si ripetono i fattori più radio-friendly e vincenti (alla lunga sempre più piatti). Persino la voce si risolve in un blando abuso di linee vocali che fanno figo, soprattutto nei ritornelli generalmente triti, ma è anche la parte comunque più in forma ed espressiva dei Rammstein.

A conti fatti Liebe Ist für Alle Da si rivela il disco più povero di idee e meno riuscito della discografia dei Rammstein, un passo falso auto-indulgente e molto auto-celebrativo su cui il gruppo dovrà meditare. Difficile considerarlo anche solo un disco di transizione, perché i tempi lunghi con cui i tedeschi rilasciano album non lasciano spazio per capitoli tali nè concedono le attenuanti del periodo ricco di pubblicazioni in cui inevitabilmente qualche episodio stanco e meno ispirato finisce per capitare.

Voto: 5

(track by track e altre info come sempre su Roccolinea)

(ovviamente il titolo è ironico)

1992


In precedenza noto come ottimo collaudatore, Damon Hill (nome d’arte di Ramòn Filebardo Damiano dos Santos) esordisce in F1 già vecchio, 32 anni, con una Brabham decaduta e per niente competitiva con la quale lotta anche solo per qualificarsi in alcuni gran premi. Le uniche soddisfazioni gliele toglie la sua fidanzata di allora, Belèn Rodriguez, anche se a dire il vero era ancora una ragazzine all’epoca.

1993


Approdato alla Williams per sostituire Nigel Mansell (che piuttosto che far coppia di nuovo con Alain Prost se n’è andato in America), vince qualche gran premio e mostra un discreto talento per essere una seconda guida esordiente ma già con una certa età. In realtà però rimane sempre indietro rispetto al pluri-campione francese, anche se secondo alcuni con un pizzico di fortuna in più, in alcuni week-end dove la macchina l’ha tradito, avrebbe potuto insidiarlo nel mondiale visto che Alain era già una mezza ombra di quel che era una volta.
Ma basta il confronto con Senna, che lotta con gli artigli con una McLaren fatta con gli scarti, o con un certo giovane promettente di nome Schumacher, per stemperare quanto fatto da Hill in questa stagione dove la Williams aveva una marcia in più su tutti.

1994


Ritiratosi Prost, subentra Senna in Williams, ma un inizio di stagione tragico gli impedisce di portare a termine un singolo gran premio fino a quel dannato piantone dello sterzo ad Imola.
Hill si ritrova così prima guida, con il peso non solo di condurre un team che deve vincere, ma anche di raccogliere l’eredità un campione scomparso i cui tifosi ora puntano su di lui in quanto suo compagno di squadra (dirà poi Hill che erano qualcosa di unico ed incredibile il calore e la speranza con cui i tifosi brasiliani lo guardavano all’indomani del funerale).
Il confronto con Schumacher sulla Benetton è però impietoso, se Hill lotta fino alla fine è solo per i gran premi di squalifica inflitti alla Benetton per irregolarità meccaniche. Va però dato atto che la Williams all’inizio era semi-inguidabile e che è migliorata solo grazie all’apporto dato da Damon, per l’appunto un mediocre pilota ma un ottimo collaudatore.
Famoso l’incidente ad Adelaide con Schumacher, che esce di pista, danneggia la vettura su di un muretto e poi impatta con l’ingenuo inglese (a cui sarebbe bastato aspettare un minuto che tanto l’avversario si sarebbe ritirato) nella curva successiva.

1995


L’inizio di stagione, grazie anche ad una Benetton veloce ma instabile rispetto ad una Williams più equilibrata, è folgorante, ma rapidamente Schumacher inizia ad inanellare una serie di vittorie a cui Hill non riesce proprio a rispondere. Umiliato in Belgio dal rivale, che sotto la pioggia lo tiene dietro con le gomme d’asciutto, e auto-umiliatosi in Gran Bretagna ed Italia dove tampona il tedescone, gli unici momenti felici arrivano in Ungheria (dominata) e in Australia dove vince con autorevolezza. Ma non bastano per consentirgli di lottare contro Schumacher, nettamente più abile e veloce. Si consolida anche un marchio che lo accompagnerà per sempre: Hill vince solo se parte davanti.
I tifosi britannici facevano striscioni con su scritto “Schumacher, you’re not yet over the Hill” (“Schumacher, non sei anora sopra la collina” giocando sul significato di Hill in inglese); effettivamente Schumacher dalle vette dell’Himalaya su cui si trovava c’avrebbe messo ancora un bel po’ prima di scendere al livello delle Hills inglesi.
Frank Williams decide già di rimpiazzarlo una volta scaduto il contratto, a fine 1996.

1996


Per far vincere il titolo a Hill ci vorrebbe un UFO, e questo arriva finalmente nel 1996, che difatti fu un’annata dominata dalla Williams. Le uniche vittorie di Schumacher, nel frattempo approdato in Ferrari, arrivano in Spagna (dove piove, e si vede la vera classe), in Belgio (che premia i migliori) e in Italia (dove Hill s’è girato tanto per la cronaca e Alesi aveva perso tempo ai box).
L’inglese però lotta fino alla fine con Jacques Villeneuve, esordiente per di più proveniente dai campionati americani, dove il livello tecnico dei campioni è mediamente più basso di quello della F1.
In ogni caso a fine anno Frank Williams lo rimpiazza con Heinz-Harald Frentzen.

1997


In qualità di campione Hill avrebbe potuto ottenere un ingaggio cospicuo da un top team (si vociferavano McLaren e Benetton…), invece decide di riposarsi con la modesta Arrows. Qui vive una stagione in cui raccoglie quel che si può permettere. L’unica sorpresa arriva in Ungheria, dove grazie anche alle gomme e alla temperatura dell’asfalto riesce a centrare una insperata pole position e a rischiare di vincere il gran premio. Se non fosse stato per un guasto avrebbe dato al suo team la sua storica prima vittoria, ma comunque anche il secondo posto di cui si è dovuto accontentare non era male. Il suo discontinuo ex-compagno Villeneuve nel frattempo centra fortunosamente il titolo, preso per miracolo a Schumacher pur con un auto più competitiva.

1998


L’Arrows era troppo scarsa, così Hill decide di passare alla Jordan che almeno se la passa un po’ meglio. L’inizio di stagione è però deludente, ma tutto si capovolge a partire dal gran premio del Belgio, corso sotto una pioggia torrenziale e funestato da incidenti (famoso quello fra Schumacher e Coulthard), che gli permettono di vincere davanti al suo compagno di squadra Ralf Schumacher (fratello di quell’altro). Dopo questa storica doppietta la Jordan migliora e riesce a centrare il quarto posto in classifica mondiale, grazie sia al veterano inglese che ha un buon feeling con la macchina che al giovane tedesco che promette bene, a discapito della Benetton di Fisichella e Wurz che proprio nel finale si perde un po’.

1999

Ralf Schumacher parte per la Williams e al suo posto arriva il connazionale Frentzen, lo stesso che aveva sostituito Hill sempre alla Williams. Ora, visto che Frentzen era sempre dietro a Villeneuve, ci si potrebbe aspettare un emerito pippone, invece in quest’annata dimostra di essere cresciuto tantissimo, al contrario di Hill sempre più stanco e demotivato. Il risultato finale parla chiaro, con Frentzen che vince dei gran premi con una macchina competitiva portandola al terzo posto in classifica (e forse con Schumacher o Hakkinen avrebbe lottato per il titolo) mentre Hill raggranella solo qualche punto. Hill vorrebbe ritirarsi dopo il gran premio di Gran Bretagna, ma Eddie Jordan lo convince a completare la stagione.

Si conclude così la carriera dell’esempio numero 1 di quando si deve parlare di un pilota al massimo medio che però vince largamente un mondiale grazie ad un missile sotto al popò – ed eventualmente ad un compagno non tanto fulmine da guerra.

No, sul serio Rubens.

Negli ultimi anni sei precipitato dalle stelle alle stalle, da quando hai lasciato la Ferrari cioè. Pochissimi risultati, due anni fa addirittura niente punti.

Questa stagione è stata insperatamente eccezionale grazie all’UFO GP, una macchina diverse spanne sopra la concorrenza e senza uno Schumacher al di fianco che mangiava tutto, un’occasione che non ti ricapiterà mai più (e che non hai fatto fruttare). Se ti ritiri adesso, un giorno potrai comunque dire con orgoglio “al mio ultimo anno di carriera lottai per il titolo”. Anche se la disfatta in Brasile è stata umiliante, sia perché ad un certo punto non riuscivi più a spingere sia perché le gomme hanno dato forfait in finale, almeno hai la soddisfazione di aver combattuto per vincere il mondiale. Poi pazienza se non l’hai vinto.

Se invece andrai alla Williams difficilmente potrai lottare di nuovo se non vincere. E molto probabilmente di te rimarrà un ricordo negativo per l’ultima stagione. Preferisci concludere da impiegato del volante pensionato o con una stagione in cui hai lottato per la vittoria? Preferisci concludere conducendo anonime gare solitarie per strappare qualche punticino o concludere da vice-campione del mondo?

Può darsi che nel secondo caso qualcuno ti darà lo stesso del perdente, ma nel primo caso sarà amplificato dieci volte. A te la scelta, Rubens.

Comunque complimenti a Button, che fa una serie di sorpassi da maestro, e a Kobayashi che sembra molto forte.

Fanculo ai soliti ultrà brasiliani che hanno mandato minaccie a Glock e doppio fanculo ai giornalisti pezzenti brasiliani che l’hanno insultato.

L’ultimo disco di Yoni Wolf & soci suona contemporaneamente come la sua definitiva consacrazione fra il pubblico ma anche come il suo disco meno caratterizzato e riuscito.
Registrato contemporaneamente al suo predecessore Alopecia, Eskimo Snow si mostra meno accattivante, meno propenso a rompere con il passato, meno fresco dei predecessori; la struttura della composizione è anche più scontata e ordinaria, mentre in certi momenti aleggia una piccola sensazione di dejavù dai precedenti album dai quali viene riciclato qualche stilema. Ma ci sono anche elementi positivi, nella fattispecie la consueta classe con cui Yoni scrive le canzoni (anche se qui suonano più prevedibili e ridondanti), frutto di una cura certosina in fase di composizione che mantiene il songwriting genuino, senza farlo scadere in un blando, derivativo pop zuccheroso e manieristicamente facilone ma infondendogli comunque un minimo di personalità e significato.
In generale comunque non ci sono particolari accenti timbrici, facendo sembrare le canzoni più che altro una raccolta di eleganti pezzi pop/acustici e nulla più.

Eskimo Snow
rimane così uno scorrevole esempio di indie pop leggero, brioso e spedito, più lineare ed immediato dei precedenti album, arricchito da infiltrazioni quasi da indie folk e a tratti gospel, maggiormente incentrato sul pianoforte, del tutto pulito da ogni ulteriore rimasuglio hip hop e sempre orecchiabile. Forse insufficiente per elevarlo al di sopra del mare delle uscite così come fecero le pietre miliari che il suo creatore ha pubblicato in passato, oltre che in confronto proprio ad esse (l’eco di Elephant Eyelash ancora non si è assopito), e forse con il rischio che alla lunga venga considerato solo una raccolta di b-sides, visto il periodo in cui sono state composte le canzoni (ma in realtà la storia è più simile a quella dei Radiohead con Kid A e Amnesiac). Come se ci fosse stato un appiattimento mascherato dietro la ricchezza di melodie, una ricchezza alla lunga sbrodolata, ma non ancora spenta, e il cui autore è lungi dal non avere più nulla da dire dopo una lunga e proficua carriera.

Dovessimo parlare di art-pop, non ci includeremmo Eskimo Snow. Ma non lo butteremmo neanche.
Certamente molti fanboy dell’indie difenderanno a spada tratta Why?, mentre gli anti-indieboys considereranno tutto scarto. Noi preferiamo vedere l’artista americano con fiducia per il futuro, perché la genesi di questo album è la stessa di Alopecia ma i dischi sono stati differenziati probabilmente perché egli stesso notava la minore caratterizzazione rispetto al lavoro principale (oltre che il diverso mood e le diverse atmosfere, più incalzanti), perché nei momenti di maggiore ispirazione della sua carriera Yoni ha rivelato un genio fuori dal comune e perché anche i suoi “scarti” riescono a far parlare di loro rispetto ai vertici di molti altri.

Siamo ad ottobre, dovrebbe esser già uscito il quinto album studio targato Massive Attack (che all’inizio si sarebbe dovuto chiamare Weather Underground, poi questo titolo è stato relegato a nome provvisorio per la fase di lavorazione, poi è rimasto il candidato principale ed infine è di nuovo tornato al rango di “nome non confermato”), ma l’ennesimo rinvio ha fatto slittare l’uscita – questa volta sembra definitiva – all’inizio del 2010.
Così Robert Del Naja, la mente principale dietro al progetto, ha deciso di pubblicare questo EP, intitolato Splitting the Atom e dalla copertina che è praticamente la stessa di War Stories degli Unkle, per farsi perdonare l’ulteriore ritardo ma anche per non dover avere problemi con le date concertistiche già confermate per fine anno.

In totale ci sono due inediti con spunti interessanti (soprattutto il secondo), anche se non fanno gridare al miracolo, e altrettanti remix meno interessanti e che non ci possono dire moltissimo sullo stato di salute della band. Considerato l’hype creatosi attorno al gruppo, c’è anche da rimanere un po’ delusi per la preview, ma rimane la fiducia per il full-lenght nel complesso e in definitiva la sensazione che emerge alla fine dell’EP è che ci sono buone speranze che i Massive Attack si siano reinventati per il nuovo disco, ottenendo un risultato come sempre originale e personale. Speriamo che la lunga attesa non venga delusa.

(recensione completa qui)

Esuberanti, sensazionalisti, enfatici, scioccatori.
Se all’inizio venivano considerati i loro eredi più catchy e aggressivi, col tempo i Muse sono diventati dei veri e propri anti-Radiohead, e l’ultimo album The Resistance sembra addirittura andare oltre in ciò rimescolando le carte in gioco anche rispetto a loro stessi. Il disco (registrato nei pressi del Lago di Como, per dire, quando si parla di creare hype…) ridimensiona l’evoluzione del precedente Black Holes and Revelations, il loro disco più “semplice” e pop-oriented, per darsi ad un idefinito collage di tendenze sonore alla lunga sbrodolato.
Il fatto è che da un lato emerge un conflitto fra le differenti anime che vengono infuse in questo lavoro: quella dell’alt rock effettato, quella della magniloquenza queeniana (i Queen sono citati ed imitati in alcuni momenti più che mai), quella dell’apertura meno riffocentrica e più elettronica, quella classicista. Non sempre la sintesi riesce, anzi alle volte i vari elementi entrano in conflitto tra loro sfociando in una spiacevole disomogeneità (e discontinuità); dall’altro lato c’è che questo assemblaggio ridondante e vago di sonorità è accompagnato dalla sensazione che queste siano state messe insieme più per esaltare (e amplificare) il trionfalismo già intrinseco del gruppo che per sperimentare nuove vie, soprattutto quando viene messa in mostra nel sound degli inglesi una vena neo-classica preponderante e riecheggiante certo rock barocco settantiano.
A conti fatti dal predecessore permane ancora l’attitudine vagamente kitsch di Bellamy a guidare questo gira-la-moda di sonorità, corroborata dai vari spunti musicali, emergendo spesso in divagazioni ampollose ai limiti fra esuberanza ironica e pretenziosità male assortita. In ogni caso se questo è il progressive pop del 2000, va detto che i Muse ne incarnano l’essenza, risultando inaspettatamente, a modo loro, naturali in quel che fanno.

Con un po’ di approssimazione possiamo tracciare una curva crescente per questo disco, che con le sue piccole variazioni cresce col susseguirsi dei pezzi, mostrando i momenti più interessanti e credibili nella seconda metà dell’album, quelli più dubbi e blandi nella prima.
Non si può comunque dire che The Resistance non sia vario. Ciò che impedisce all’album di andare oltre la sufficienza è però proprio la sua natura simil-eterogenea, perché non c’è un vero connettore comune con cui fondere tutte le influenze in un unico stile vitale e innovativo, non c’è una certa compattezza nel songwriting che più che multisfaccettato si rivela disomogeneo, non c’è sinergia fra le parti che costituiscono il tutto. Così i Muse finiscono per aprire delle porte senza chiuderne molte, imboccano un sentiero che li porta a girare in tondo un bel po’ di volte, e alla fine si rimane con la sensazione che manchi qualcosa per arrivare al punto dove Bellamy & co. volevano andare a parare, quasi come se qualcosa li ingombrasse: forse le elucubrazioni eccessive rendono il loro stile troppo auto-indulgente, oppure i colpi più melodici ne diluiscono e annacquano le potenzialita… o forse entrambe le cose.
Un album discontinuo, ma anche a suo modo estroso, nonché, se presa in relazione al settore mainstream, una lucida prova in questo campo per un gruppo che par dire “voglio, ma non posso” nella sua ricerca del rock progressista partendo da territori molto più easy-listening, leggeri e radiofonici, e con un approccio geneticamente più portato all’enfasi che alla cerebralità.
Forse però non basta.

Certamente la maggior parte del pubblico nei confronti di quest’album si dividerà fra chi lo considererà una schifezza esibizionista e chi un capolavoro che ridefinisce i limiti del rock contemporaneo – ma in fondo anche questo spaccare gli animi, come potrebbe dire Wilde, è a modo suo un pregio.

Voto: 6

… il fatto che tutti gli eventi raccontati nel Libro delle Rivelazioni, noto anche come Apocalisse, possano essere scientificamente interpretati dando loro una connotazione razionale – e quindi spiegando cose come la pioggia di fuoco, le montagne che cadono nel mare, il mare che diventa sangue  ecc. con fenomeni reali come la guerra nucleare, l’eruzione di un vulcano, la caduta di un asteroide, la marea rossa o le scorreggie di Galeazzi – NON significa che allora tutto ciò accadrà sul serio.

Nè tantomeno che le teorie più catastrofiste su Maya, Nostradamus o Newton-che-calcolò-il-giorno-del-giudizio debbano essere prese alla lettera.

(foto: Alonso che risponde ai giornalisti, non c’entra nulla)