Ufficiale: il tedescone che mangia i bambini, Michael Schumacher torna in F1, al volante della neo-nata scuderia Mercedes.

La cosa farà molto piacere sia a Norbert Haug che a Bernie Ecclestone, visto l’enorme giro mediatico e di sponsor che ci sarà attorno. Montezemolo comunque è tranquillo che non si rivelerà un rivale per la lotta al titolo tanto forte quanto lo era lo Schumacher di anni fa, ma un suo “sosia” con lo stesso nome.

Anche se è un grande campione e il talento rimane sempre, la tesi non è assurda per alcuni semplici motivi: innanzitutto non è più nelle corse di F1 da vari anni, quindi deve riprendere il ritmo, la forma e la confidenza; poi è invecchiato, quindi forma fisica e riflessi non sono più quelli di una volta; l’ambizione non è quella di quando voleva vincere il titolo, anche se di sicuro la voglia di mettersi in gioco c’è; e soprattutto le prestazioni della Mercedes saranno un’incognita, visto che non è detto che all’ex-Brawn ricapiti un’altra stagione tanto fortunata (soprattutto se si contano i vari Hamilton/Alonso/Massa che vogliono tornare a lottare per il titolo).

Comunque c’è già chi pensa che torni solo per soldi.

In realtà proprio perché Schumacher di soldi ne ha tanti di certo non è solo per interesse economico che torna in pista addirittura come pilota titolare e non come rimpiazzo, ma anche per rimettersi in gioco, vedere di cosa è ancora capace, sfidare gli attuali campioni (che fra l’altro non sono dei Villeneuve o dei Coulthard e offrono più stimoli), capire quanto ancora può dare alla F1 e la F1 può dare a lui, e magari rifarsi della delusione per non esser salito sulla Ferrari a causa dei problemi al collo – e con le sollecitazioni che da una F1 non ci si può andar leggeri.
Inoltre sulla F60 di sicuro, oltre per il collo, non ci è andato anche perché quasi sicuramente sapeva già che non avrebbe combinato granché (macchina poco competitiva + 3 anni fuori + età avanzata + stress fisico…), cioè lui se torna in pista lo fa perché vuole mostrare quanto vale ed eventualmente vincere, non tanto per fare una scampagnata in macchina, o per intascarsi la pensioncina e basta.

Perciò per me ci metterà i denti e cercherà di far vedere ai “ragazzini” che il “vecchietto” non è ancora da rottamare.
Le incognite, come già detto, sono quelle di sopra, e possono rappresentare un grave ostacolo. Lui non è infallibile e anche negli anni migliori ogni tanto commetteva errori, a 40 anni dopo un bel periodo di pausa dovrà davvero metterci tutto il suo talento innato fino all’ultima goccia e sperare anche che la Mercedes assomigli più alla Brawn che alla Honda.
Ora spero per lui che la Mercedes si riveli una buona monoposto e gli garantisca qualche soddisfazione, altrimenti rischia di fare la fine di Mansell con la McLaren, che non è un bel congedo.

Ovviamente, dovesse essere esclamata nel bar all’angolo, da qualche 13enne che segue la F1 solo per la sua pubblicizzazione o da qualche ultrà campanilista, qualunque idea di “tradimento” è una stronzata immane: tradimento verso chi? Schumacher non ha mai giurato nessuna eterna sottomissione alla Ferrari, guidò per lei sotto regolare contratto e ci vinse, ora non è tenuto a nulla e potrà pure essere libero di scegliere cosa fare. Lui è un tedesco che torna in assoluta autonomia su di un team amcj’esso tedesco, che fra l’altro è quello che gli spianò la strada all’entrata in F1 ai tempi delle categorie minori (e che lo voleva già portare in una scuderia motorizzata Mercedes alla fine degli anni ‘90). Non vedo molte mancanze di rispetto nè tradimenti di sorta, anzi, seguendo la bandiera può pure essere “accusato” di patriottismo.

Anzi, molti tifosi delusi dovrebbero ancora ringraziarlo per quel che ha fatto per la Ferrari negli anni d’oro. Maggior rispetto per quelli che gli augurano buona fortuna e sono contenti di vederlo in pista di nuovo in azione.

Confesso che ci sono cascato anch’io e visto che mi è sembrato divertente ve lo ripropongo:

1) è impossibile toccarsi con la lingua tutti i denti della propria bocca.

2) scommetto che tu sei un pirla che ha provato a farlo in questo momento.

3) il punto 1 comunque era una bugia.

4) ora starai ridendo ancora di più.

6) e probabilmente avrai girato queste regole a qualcun’altro.

7) non ti sei accorto che manca la quinta regola e starai ridendo come un beota.

In ogni caso buone feste a tutti.

Terza pubblicazione per gli Agua de Annique, o meglio, per Anneke van Giersbergen with Agua de Annique, come ormai ufficialmente si presentano Anneke & soci da un po’ di tempo a questa parte. Quello che era partito come un gruppo comprendente anche la cantane olandese ormai è definitivamente diventato il suo progetto solista, d’altronde tutte le canzoni del nuovo album In Your Room sono state scritte ancora una volta dalla sola Anneke (tranne Just Fine composta assieme a Devin Townsend e Adore scritta dal bassista Jacques de Haard con Cyril Crutz) e tutta la promozione mediatica orbita attorno alla sua figura.

Questa piega degli avvenimenti segue modalità che potrebbero sembrarvi tendenzialmente bizzarre. La nuova tinta dei capelli, il trucco ringiovanente e le foto promozionali ben più femminili che in passato sembrano cozzare con i contrasti dell’ultimo periodo dei Gathering con la Century Media (che insisteva molto sul look di Anneke, la quale invece non ne era entusiasta). La stessa proposta musicale di In Your Room, prodotto da Michel Schoots (Kane, Racoon) e Guido Aalbers (Bertolf, Miss Montreal), è coerente con tale orientamento più leggero e spensierato: infatti vengono completamente abbandonati gli arrangiamenti malinconici e intimisti di Air, così come la vena più introversa e rarefatta di Pure Air, in favore di un songwriting solare, in linea con un pop acustico e melodicissimo che viene accompagnato da un mood nettamente più dolce, come se gli olandesi avessero completamente capovolto la loro anima musicale.
Purtroppo questa trasformazione non mostra neanche un briciolo dello spessore emotivo o della personalità elegante di cui era capace la cantane dei Paesi Bassi e si rivela alla lunga lontana dai vertici strutturali da lei raggiunti in passato. Inaspettatamente blando e prevedibile, In Your Room è la prova in assoluto meno personale ed ispirata di Anneke – che perde addirittura anche sul fronte vocale più piatto e insipido del solito – a causa dei pezzi o troppo derivativi dagli stereotipi della ballata acustica o salvati dall’essere soporiferi unicamente grazie ai contrappunti sonori di sfondo, come di pianoforte o chitarra elettrica, che infondono sostanza e qualche spruzzo di sapore a pezzi altrimenti fin troppo distesi, scarni e alla lunga scontati.
Anneke soprattutto mostra definitivamente tutte le sue carenze come compositrice se non supportata da musicisti validi che completino la stesura dei brani, o almeno le sue carenze sequendo questa particolare strada, e ciò aumenta le perplessità sulla sua passata defezione dai Gathering.

Azzardiamo una provocazione severa: Anneke forse sa benissimo che ci sarà comunque chi è disposto a comprare qualsiasi cosa abbia la sua voce, solo in virtù di quella, si trattasse persino della registrazione della lettura di un elenco telefonico, e da questa base lei può partire in cerca di un pubblico più ampio senza temere cadute rovinose.

Voto: 4.5

Nato in un campo terroristi della giungla colombiana, il giovane Juan Pablo è figlio di Juan Nespresso Kimbo de las Lavazza, importante produttore ed esportatore di caffè, e Grace Kelly.

All’età di soli 8 anni si dedica alla coltivazione di banane carnivore mutanti, ottenute grazie all’uranio impoverito importato dal vicino Venezuela (che a sua volta l’importava dall’URSS, che a sua volta l’importava dagli USA: infatti le due superpotenze erano in combutta per garantire l’infanzia al giovane Juan), dopo 6 mesi realizza che la sua vera passione è la F1.

Qui viene raccolto da un talent-scout di nome Rubens Damiano Giacomino Stronzoya ed in suo onore il giovane Juan ne adotterà il cognome. Stronzoya senior comunque inserisce Stronzoya jr nei circuiti americani a soli 8 anni e 7 mesi, ma qualcuno nota che c’è qualcosa che non va, così il nostro colombiano deve aspettare ancora qualche anno gareggiando in serie minori prima di approdare nelle massime competizioni a stelle e striscie.

Ma ecco che verso la fine degli anni ‘90 un inglese di nome Frank Williams lo nota, impressionato dalla velocità sorprendente con cui il colombiano sfasciava le macchine, e con in mano una nuova assicurazione sui danni che gli consentiva cospicui risarcimenti. Così Frank lo assume collaudatore del suo team di F1 e nel 2001 lo fa esordire.

L’esordio in F1 è folgorante: infatti Stronzoya, complice il potente motore BMW e la velocità alta che si raggiunge nel rettilineo del traguardo di Interlagos, riesce ad inserirsi nella scia di Schumacher e a passarlo. Successivamente il tedescone avrebbe asfaltato tutti, compreso lui che le prende più del suo compagno di squadra e riesce a vincere solo a Monza con un pizzico di fortuna: ma che volete,  un sorpasso è un sorpasso.

Comunque l’irruenza e l’aggressività del pilota piacciono al pubblico e ai commissari, che vogliono piloti più incalzanti in pista.

Nel 2002 lotta serratamente con il compagno di squadra, Ralf Schumacher, per contendersi le briciole della Super Ferrari di Schumacher, che domina il mondiale. Zero vittorie per Stronzoya, ma un anno di magra capita a tutti.

Nel 2003 lo stravolgimento dei regolamenti e la questione delle gomme Michelin ribalta tutte le carte in tavola, così si ha che quando fa caldo i team come la Williams vanno come fulmini, mentre quelli come la Ferrari (che hanno le Bridgestone) arrancano. Stronzoya riesce però a vincere solo due gare, Monaco e Nurburgring, e si fa umiliare da Schumacher che lo tiene tranquillamente a bada a Monza e lo doppia ad Indianapolis sotto la pioggia. Kimi Raikkonen, con la McLaren dell’anno prima rivista, lotta fino alla fine, e probabilmente avrebbe vinto se non gli si fosse rotto il motore al Nurburgring mentre era in testa.

Nel 2004 è l’anno del famoso muso a tricheco, progettato casualmente da una donna, e la Williams fa semplicemente cagare. Stronzoya pure.

Nel 2005 passa alla McLaren. Stronzoya è altalenante e discontinuo: a volte veloce, sicuro, grintoso, vince con autorevolezza alcuni gran premi; altre volte spento, mai in gara, se non vittima di qualche incidente assurdo da pivello che per la prima volta prende il volante di una monoposto di F1. Stronzoya subisce ingloriosamente il confronto con il compagno di squadra Raikkonen e per quanto a volte sia veloce, commette troppi errori per poter lottare per il mondiale.

Don Dennis Corleone, patron del team, non ha però la speciale assicurazione di Frank, così per ogni auto sfasciata dal Colombiano ha un travaso di bile.

Nel 2006 la McLaren non è per niente competitiva e quindi le quotazioni di Stronzoya scendono vertiginosamente. Dopo aver causato un incidente col suo compagno di squadra alla prima chicane di un gran premio, Dennis licenzia Stronzoya e assume al suo posto un vecchietto di nome De La Rosa. Stronzoya passa al campionato NASCAR dove potrà divertirsi a dare sportellate e fare piroette con la macchina, che è quello che gli riesce meglio.

Neanche un’ora dal post con la mini-recensione schifida sul disco dei Katatonia, dopo tanto tempo che non postavo, che già devo farne uno nuovo.

Visto il recente knock out impartito con un coso-che-non-so di ferro ai danni del Berlusca, vorrei lanciare due provocazioni:

1) visto che l’italiano politicamente schierato medio non è un campione di coerenza, scommettiamo che se fosse stato colpito Prodi, ora tutti i berluschini che fanno tanto i santarellini e si lagnano per il gesto riderebbero come beoti, mentre i sinistroidi che esultano per il colpo griderebbero al “vile misfatto perpetuato da uno squilibrato”? Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

2) il gesto è riprovevole a prescindere, perciò prima di riunire nuovamente le solite tifoserie (vabbè, tanto si sono già scatenate a suon di slogan che inneggiano a Massimo Tartaglia o parlano dei soliti mostri cattivi comunisti pazzi assassini mangiabambini…) riflettiamo un attimo e conveniamo che il fattaccio non è da stimare e che poi fra l’altro Berlusconi ne trarrà vantaggio mediatico.

Sì, perché Silvio “viva le leggi ad personam” Berlusconi, magari col sostegno di Emilio “Silvio rimembri ancor…” Fede e la sua retorica demenziale, guadagnerà punti (non solo di sutura) grazie al suo essere la vittima della situazione. Non mi stupirei se domani lui, o qualcuno per lui, si dipingesse martire di un attentato alla sua persona, oltretutto lanciando un dito accusatorio verso l’opposizione o qualche rivale politico (con tutte le conseguenze del caso).

Di certo chi non è rigidamente schierato a prescindere verso una parte politica, non sarà illuminato dall’accaduto. Faccio un esempio: è il derby Roma-Lazio, un giocatore della Lazio si tuffa fuori area ma l’arbitro fischia il rigore e il portiere romanista sferra un cazzotto micidiale al laziale per protestare contro l’ingiustizia. Secondo voi l’arbitro capirà l’errore e gli darà ragione o lo espellerà? Quale squadra trarrà vantaggio dal gestaccio? Chi verrà condannato dai tifosi e dai giornalisti sportivi dopo la partita?
Se io fossi un tifoso della Roma non esulterei, anzi.

In ogni caso la mandante è Veronica Lario incazzata ed in combutta con il chirurgo estetico di Berlusconi che ora si dovrà fare un nuovo lifting.

Ottavo album studio per i creativi svedesi.

Complessivamente un buon disco, anche se lungi dall’essere il loro migliore. Si tratta di una via d’incontro fra un consolidamento delle sonorità di TGCD, con un’espansa cura per gli arrangiamenti e per la cura sonora (diversi bridge, effetti e stratificazioni di strumenti portati avanti con classe immensa), ed un parziale recupero di certe tendenze doom metal del passato, riviste però in modo che si adattino alle sonorità, alle atmosfere e al mood particolari di questi Katatonia – che rispetto ai vecchi sono diversissimi non solo per stile ma anche per attitudine e mentalità. A conti fatti un po’ di delusione viene dal fatto che non ci siano state progressioni, dopo che ci avevano abituati bene con i dischi precedenti (su tutti l’innovativa e personalissima spaccatura col passato e la scena metal svedese e non di Viva Emptiness), ma il loro songwriting non suona affatto stanco tranne che in alcuni momenti dove ricalcano troppo i loro passi. Comunque di pezzi efficaci ce ne sono. Forsaker ha qualcosa di meshuggahiano ma non tanto, ho sentito cose molto più spudorate, mentre gli arrangiamenti sono più eleganti e suggestivi che mai. The Longest Year ha uno ritornelli più efficaci di tutto l’album se non il migliore, contorniato da una cura sonora invidiabile. Liberation mi ricorda a naso una via di mezzo fra Korn e Paradise Lost arricchita con i tocchi eleganti del Katatonia-sound. The Promise of Deceit è superba (elettronica alienante, effettistica struggente, riff a metà fra doom e nu metal, batteria leggera che a volte sfocia in downtempo, arpeggi malinconici). Nephilim è marcatamente doom metal e suona davvero retrò, oltre che macabra, New Night invece filtra decisamente di più gli stilemi del genere con l’attitudine degli ultimi Katatonia. Fra quelle che mi sono piaciute di meno, Ownard into Battle mi pare troppo piatta; Idle Blood invece mi ricorda un po’ troppo certe cose acustiche degli Opeth (boh, Harvest?), ma le atmosfere di sfondo e le linee vocali richiamano anche Tonight’s Decision. Inheritance è una ballata morbida e malinconica, nulla di imperdibile però e scorre via senza incidere un granché. Departer per una sua buona parte mi sembra troppo contaminata dai cliché modern/neo-gothic/salcazzo con i pianoforti dolci, le strings di sfondo, gli effetti industrialoidi, i beats filtrati in downtempo, le linee vocali pop dell’ospite, alla lunga mi sembra una delle meno personali del disco – per fortuna da metà in poi si riprende.

Voto: 7

Sono quasi le tre del mattino, non ho un cazzo di sonno e ho voglia di sproloquiare di cose di cui non fregherà una mazza a nessuno e che spingerà la maggior parte di voi a dirmi “ma che ‘tte droghi?”.

Al giorno d’oggi purtroppo non vanno più di moda tematiche come la clonazione o l’eutanasia, piuttosto si discute molto per questioni etiche e filosofiche presuntamente rilevantissime (oltre che necessitanti di eoni di meditazione per giungere ad un’ardua decisione) come l’uso del preservativo o la legittimità della presenza di un crocifisso in un’aula scolastica.
Roba da perderci la calma per quanto scuotono l’animo e la mente, proprio; soprattutto per quanto riguarda i goldoni.
Io però prevedo (o meglio ci spero) che fra cinquant’anni queste cose sembreranno solo gigacazzate perché nel frattempo saranno emersi veri altri spunti di dibattito ben più significativi, profondi e incidenti lo sviluppo della cultura umana. Alcuni di essi sembreranno banali perché affrontati già da molto tempo in molti filoni narrativi, ma nella realtà di tutti i giorni in verità non hanno ancora trovato concretezza.
Per esempio, il rapporto con intelligenze artificiali altamente progredite e dotate di personalità e consapevolezza di sè stesse, la manipolazione del genoma umano per “potenziare” gli esseri umani e renderli più forti/robusti/intelligenti, tutte le divisioni e i contrasti che sorgeranno in campo sociale da questi avanzamenti; e poi la modifica se non la riscrittura della memoria di un individuo, la connessione di un cervello ad un mondo virtuale “interpretato” come reale dalla sua mente, il confine fra uomo e macchina in caso di sostituzione di componenti artificiali alle parti biologiche del corpo mediante ingegneria cibernetica (e se esiste, quando sopraggiunge tale limite, dopo quale o quante cellule rimpiazzate), il trasferimento di un’IA in un corpo biologico o il trasferimento di una mente umana in un computer, la colonizzazione dello spazio e l’eventuale incontro con altre civiltà.
Ma soprattutto il dilemma più grande di tutti: Michelle Hunzicker ha mai avuto un cervello? E se sì, chi glielo dice alla Bindi?

Sì, lo so, per ora sono seghe mentali, inapplicabili nella realtà pratica attuale e probabilmente ancora per molto relegate al campo della mera speculazione narrativa; ma a meno di essere truzzi grezzoni o neo-fashoni inniorannti (cit.) mi pare lampante che quando le persone si porranno realmente queste domande allora molti dei temi di discussione d’oggi appariranno inezie risibili.

(per spunti di riflessione consiglio la visione di: Blade Runner, Ghost in the Shell, L’uomo bicentenario, Terminator, Akira. Ovviamente non guardateli troppo altrimenti vi ridurrete nelle mie condizioni folli e aprirete blog inutili solo per sparlare di questioni troppo grandi tanto per passare il tempo)

1996

Campione in carica del campionato CART americano, viene ingaggiato da Frank Williams per far coppia con Damon Hill sotto lo pseudonimo di Giacomo Villanuova (che però viene francofonicamente tradotto in Jacques Villeneuve perché più carino). Lo pseudonimo è necessario per motivi di copyright con la software house Microprose che deteneva i diritti del suo nome di battesimo, John Newhouse per l’appunto, ed intendeva utilizzarli per i suoi videogiochi, facendo però finta che in realtà Villeneuve fosse il vero nome e Newhouse lo pseudonimo per aggirare i diritti (che in questo mega-complotto si faceva finta fossero del pilota). Lo scopo era di mettere in difficoltà i giocatori e arricchire la loro esperienza di gioco con nuovi ostacoli.
Nonostante la sua inesperienza e il tasso di competitività più alto della F1, il giovane canadese, figlio di un certo Gilles, vince diversi gran premi e lotta per il titolo col compagno di squadra, che alla fine comunque vince, diventando il miglior esordiente nella storia del mondiale.
In realtà era Hill ad essere di livello medio/basso come pilota e questo la dice lunga sul talento di Giacomino.

1997
Hill parte per la Arrows e Villeneuve diviene prima guida accanto a Frentzen, che (incredibile) riesce a prenderle.
I gran premi che Villeneuve affronta in quest’annata sono di tre tipi:
1 – Villeneuve si ritrova primo e vince con sicurezza ed autorevolezza grazie alla propria auto altamente competitiva che non gli da noie.
2 – Villeneuve non è primo ma grazie ad una botta di culo assurda, per esempio il ritiro dei tre che gli stanno davanti, si ritrova primo.
3 – Villenevue non è primo e non lo sarà grazie a qualche cappellata che lo mette fuori gioco o alla sua mediocrità di pilota.
Fatto sta che alla fine il canadese vince un mondiale nonostante i suoi errori ed il suo rendimento discontinuo grazie solo al fatto che la Williams è molto più veloce della Ferrari del suo rivale Schumacher. Storico l’ultimo gran premio a Jerez, con il famoso fattaccio del ferrarista che gli va addosso in fase di sorpasso (il gioco però non gli riesce) per cercare di farlo ritirare in modo da vincere il titolo, e le polemiche nove anni dopo per Fontana che accusò Todt di avergli intimato di ostacolare Villeneuve al doppiaggio (Fontana guidava per la Sauber motorizzata Ferrari; Peter Sauber comunque negò tutto). Forse se Schumacher fosse stato più calmo e avesse lasciato passare Villeneuve, questi se ne sarebbe andato per campagne a raccogliere sabbia.

1998


Quest’anno la Williams non è per niente competitiva e riesce solo a lottare per un terzo posto finale contro la Jordan e la Benetton. Lontanissime le McLaren e la Ferrari che si contendono il titolo. Casualmente la McLaren, vincitrice del mondiale, è stata progettata da Adrian Newey, lo stesso che permise ad Hill e Villeneuve di vincere i due anni precedenti.
Il canadese trascorre un anno anonimo.

1999
In qualità di ex-campione del mondo, avrebbe anche potuto accettare il cospicuo ingaggio della McLaren per fare da spalla al neo-campione Hakkinen. Jacques però preferisce l’ancor più cospicuo ingaggio (e la certezza di essere l’unico leader nel team) della neonata BAR, che ha acquistato la storica Tyrrell.
L’anno però è disastroso, la macchina è inaffidabile e per nulla competitiva e Villeneuve non raccoglie niente.

2000


La BAR si fa più competitiva e inizia a lottare per qualche punto, arrivando ad un passo dal quarto posto finale. Ciò è merito principalmente di Villeneuve, o è a causa sua (e del povero Zonta) che la scuderia non ha ottenuto di più?

2001-2006
Il NULLA.

A quanto pare però il canadese è intenzionato a tornare in F1 nel 2010 in qualche team lui spera competitivo. Preghiamo tutte le divinità mai immaginate dall’uomo che questa sciagura non si realizzi.

Adactylidyum, genere di acaro che colpisce i tripidi (insetti parassiti delle piante, per esempio i fichi): dopo aver succhiato il contenuto di un uovo di tripide, ottiene sufficienti nutrienti per i propri piccoli. Fra di essi il primo è un maschio, gli altri femmine. Il maschio si schiude all’interno dell’utero e insemina le sorelle, poi muore prima di nascere. Le femmine in seguito non si schiuderanno come larve, ma già sviluppate divoreranno il ventre della madre, per poi andarsene per i fatti loro. Quest’incesto non è geneticamente svantaggioso perché il corredo genetico è privo di geni recessivi.

Perché ho fatto un post su di questo? Sinceramente non lo so, forse perché fondamentalmente non avevo un cazzo da fare e ho pensato di far sprecare 5 minuti della propria vita ai visitatori di questo blog con qualche spigolatura raccapricciante.

Il seguito di Controlling Crowds viene pubblicato dagli Archive dopo sei mesi dall’uscita dell’originale.
Questo breve periodo è stato probabilmente dovuto da due fattori: innanzitutto gli inglesi non se la sentivano di rilasciare in una sola volta un massiccio e probabilmente indigeribile doppio CD che supererebbe le 2 ore di riproduzione (che difatti è stato rilasciato solo in seguito in edizione limitata), ma preferivano separare le cose (e forse c’è stata anche qualche pressione dalla label dietro le quinte); inoltre il nuovo episodo seppur ricco di potenziale ha molta meno organicità del predecessore, fattore che avrebbe potuto minare l’economia del doppio album rendendolo meno efficace.
Difatti Controlling Crowds Part IV suona più disomogeneo, piuttosto che eterogeneo o eclettico, rispetto alle altre tre parti. Fortunatamente ciò non comporta un lavoro sbrodolato, ma alla lunga il divario fra, per esempio, momenti più ottantiani e altri più gospel/elettronici, avendo in mezzo passaggi downtempo ed elementi ereditati dai gruppi post-rock, risulta più sconnesso ed indefinito che negli altri tre capitoli del concept.
Sostanzialmente la Part IV prosegue con naturalezza il discorso del precedente disco ma al contempo gioca a ricongiungerlo con particolari momenti della discografia el gruppo, a riassumere e rivedere, musicalmente, molti stilemi già adottati dal gruppo in passato, a scomporli e a ricomporli, trovandovi così spesso nuove idee (e anzi, a volte si aggiungono novità) ma perdendoci l’equilibrio e la compattezza risultanti trovati con Controlling Crowds, e quindi piazzandosi alle sue spalle.
Diluito e nuovamente ridimensionato il trip hop nel complesso, l’influenza solita dal post-rock è molto forte nei suoi ormai stereotipati climax, e anche occasionalmente con piccoli spunti strumentali di certi gruppi, ma spesso arrivandoci tramite pulsazioni elettroniche, stratificazioni sintetiche e ballate emozionali immerse in trip onirici e spaziali.
Il mood è generalmente disteso e sognante, con i picchi romantici di Noise reinterpretati con gli arrangiamenti malinconici più elaborati di You All Look the Same to Me e le armonizzazioni e gli amalgama stilistici di Controlling Crowds.
Non manca qualche interessante, anche se forse un po’ fuori posto, escursione fuori dagli schemi rispetto ai binari principali dell’album.

Per il resto della recensione joinate Roccolinea.

Voto: 7