Alcest – Kodama

I francesi, con l’ultimo album “Shelter” sotto l’egida dello studio di registrazione dei Sigur Ròs, sembravano essere approdati definitivamente in territori totalmente acustici e shoegaze, abbandonando il metal. L’album non convinse appieno pubblico e critica, ma sembrava comunque un lavoro di transizione in un percorso ormai avviato e con la meta chiara e ineluttabile, quasi “telefonata”. In questo autunno 2016, però, tornano sui loro passi e con la loro nuova uscita virano dalla rotta intrapresa. Mantengono sempre il loro trademark dolceamaro, ma tornando su sonorità più elettriche e distorte. L’ultimo parto di Neige e soci è un album più “duro”, nel segno delle sonorità più metal che avevano caratterizzato l’originale stile introdotto con “Souvenirs d’un Autre Monde” e soprattutto “Écailles de Lune”. “Kodama” suona più coeso e incisivo del predecessore, ha un songwriting vivo e ispirato, ma non aggiunge nulla di nuovo e può sembrare un “Ecailles de Lune” parte seconda. Ma all’interno della discografia del gruppo, costituisce comunque un episodio positivo, per via di una ritrovata vena ispiratrice, che si traduce in composizioni più incisive e trascinanti, e per via di una grande varietà nella sezione ritmica, soprattutto nella batteria del nuovo acquisto Winterhalter; inoltre, va segnalata l’appassionata prova vocale di Neige, che si dimostra emotivamente versatile, alternando canto pulito e ruggito con disinvoltura, non raggiungendo gli apici emozionali di “Souvenirs” ma confermando la propria maturazione artistica.

Approfondimento.

Deftones – Gore

Prima di proseguire con l’ultimo disco dei Deftones, intitolato “Gore”, bisogna ritornare al 2008, quando il bassista Chi Cheng rimase vittima di un incidente stradale che lo portò in coma. Il gruppo mise in stato di standby il disco a cui stava lavorando in quel momento, “Eros”, con l’intento di pubblicarlo quando Chi Cheng sarebbe tornato a camminare per suonarlo assieme in un nuovo tour, ma purtroppo questa speranza si è infranta nel 2013 con la sua morte. Il fatto si riflette tanto nelle sonorità, più cupe e conflittuali tra loro, quanto nel songwriting, che cerca al tempo stesso di mantenere legami con la propria identità e di andare oltre per proseguire un discorso autonomo. Come a dire che il passato non si dimentica e non si deve dimenticare, ma che bisogna alzare la testa e guardarsi avanti. Il disco è meno raffinato e compatto del predecessore, suona anzi con un piglio un po’ più da jam session e per certi versi più spontaneo, alternando momenti diversi tra fraseggi melodici vicini al dream-pop, passaggi oscuri, riff à-laMeshuggah, refrain che rimescolano melodia e distorsione. Il fulcro di tutto è l’equilibrio tra dinamismo sonoro e atmosfericità, in cui i Deftones sono ormai maestri.
Nel complesso, però, “Gore”, a dispetto del titolo, non torna all’aggressività del passato, anzi appare poco ispirato e convincente quando cerca di concentrarsi sulla durezza. Piuttosto, il disco prosegue con le aperture verso le influenze shoegaze, per mantenere il suono corposo, tra atmosfere sognanti e una raggiunta consapevolezza artistica. Il lato peggiore è probabilmente la produzione, che tende ad appiattire le chitarre e a togliere un po’ di colore alla sezione ritmica, ma non in modo eccessivo.

Approfondimento.

Archive – The False Foundation

L’ultima fatica di Darius Keeler e Danny Griffiths si intitola “The False Foundation” e prosegue il loro stakanovistico lavoro in chiave atmosferica, elettronica e meditata. Il disco segue dei binari introspettivi, tenui sinfonie elettroniche che trasformano i brani in languide sperimentazioni dedicate alla contemplazione. Le basi elettroniche rimangono le stesse, influenzate dall’ambient à-la Brian Eno e dal trip-hop dei Massive Attack (nelle atmosfere lounge ma non nel battito downtempo), ma le stratificazioni si fanno più diradate e strizzano l’occhio anche all’industrial dei Nine Inch Nails dei momenti più melodici e meno distorti. Gli umori sono più cupi e malinconici che mai, trovando punti di contatto tematici e sonori con i Radiohead, la cui influenza rende questo probabilmente uno degli album più intimisti degli Archive. Si viene così a cercare un ibrido fra il minimalismo atmosferico, i droni elettronici e i consueti arrangiamenti eclettici e variopinti della band. Purtroppo l’impresa è ardua e spesso gli inglesi diventano ripetitivi, oppure finiscono per stemperare il potenziale melodico, che cerca di uscire a più riprese, rendendo i pezzi poco più che semplici intermezzi se non riempitivi. Si tratta, quindi, di un nuovo album di transizione, con cui sperimentare particolari soluzioni sonore prima di ricongiungere il tutto in un lavoro più unitario, diretto e melodico.

Approfondimento.

In Flames – Battles

Il nuovo “Battles”, uscito l’11 novembre e anticipato dal live “Sounds From The Heart Of Gothenburg” incentrato sull’ultimo decennio musicale degli In Flames, prova a variare un pochino la proposta degli svedesi ammorbidendo un poco gli arrangiamenti, ma segue la stessa scia degli ultimi album e ne esce un album slavato e mediocre. La melodia in sé può ben essere un buon investimento e bisogna avere classe per azzeccare le strofe più trascinanti senza stancare subito dopo. Gli In Flames sono semplicemente un gruppo che non trova idee nuove e ricicla quelle poche più riuscite degli ultimi album per mantenere appiglio radiofonico. Esistono gruppi alternative-metal più interessanti e creativi dal cuore stesso della città di Gothenburg: il progetto Passenger (da non confondere con l’omonimo cantautore inglese). Pubblicò un solo pregevole disco omonimo del 2003, dove vengono sapientemente mescolati riff nu-metal, azzeccatissime melodie pop, atmosfere mature e introspettive, spunti elettronici e dark-wave. Consigliamo di riscoprirlo perché è la prova di come si possa essere originali, freschi e creativi anche giocando con la melodia.

Approfondimento.

Dark Tranquillity – Atoma

“Atoma” suona ricco di vitalità e voglia di esprimersi, mai rinunciando a essere piacevole all’ascolto. La vena creativa degli svedesi trova una maggiore realizzazione nei brani più melodici, influenzati dall’elettronica e dalla darkwave anni 80. Anche i brani più aggressivi, si sviluppano rapidamente lasciando spazio a quelle aperture melodiche che sono marchio di fabbrica. Questo nuovo album non è una rivoluzione sonora, ma è un disco tranquillamente solido che mostra la consueta cura certosina in fase di scrittura e arrangiamento delle canzoni, con melodie ispirate e contrappunti sonori incisivi. Anche se non è ambizioso, c’è abbastanza carne al fuoco per considerarlo una buona conferma di un gruppo veterano e consigliarlo al nutrito pubblico di sostenitori degli svedesi.

Approfondimento.

Korn – The Serenity of Suffering

Chi sono i Korn oggi?
Rispondere a questa domanda è arduo e non si può prescindere dai numerosi cambiamenti incorsi lungo la loro carriera, in primis (ma non solo) per via del fatto che dopo gli esordi eccezionali la parabola discendente degli statunitensi è stata lunga e inesorabile, soprattutto negli ultimi tredici anni tra mal riuscite sperimentazioni sonore (a cavallo di industrial, synth-rock, heavy-rock, darkwave e persino dubstep/brostep) e meno convincenti ritorni alle origini.
Eppure, nonostante negli ultimi anni i Korn abbiano scarsamente convinto pubblico e critica con degli album davvero trascurabili, “The Serenity Of Suffering” è in un certo senso il loro disco migliore dal 2003 a oggi, a livello di scrittura delle canzoni, arrangiamenti e coinvolgimento sonoro. Per contro la ripetitività e la scontatezza rimangono ombre palpabili. La copertina sembra giocare con i cliché più stereotipati del nu-metal, quasi a farne una parodia, ma i Korn non stanno prendendo in giro i luoghi comuni su di loro e al tempo stesso non credono realmente di essere ancora gli stessi di un tempo. Jonathan Davis ha ormai 45 anni, può continuare a impersonare il ruolo dell’adolescente a disagio e risultare credibile? “The Serenity Of Suffering” è il disco dei Korn più ascoltabile dai tempi di “Take A Look In The Mirror”, ma è un lavoro estremamente di maniera. Una ennesima operazione-nostalgia, solo verso album differenti rispetto agli altri lavori korniani pubblicati su tali premesse? È fuori tempo massimo che, a oltre quarant’anni suonati di età, i Korn ripropongano quelle vesti? Oppure tali vesti sono quelle reali dei Korn, quelle che più si confanno alla band, ed è un gradito ritorno perché gli americani si mostrano coerenti con loro stessi invece di indugiare in maldestre uscite dagli schemi (che portarono all’abbandono di Silveria)? Chi sono i Korn? Cosa vogliono esprimere e comunicare dopo oltre 20 anni di distanza dal debutto? Se la risposta, come potrebbe essere interpretata, sia viaggiare sul sicuro e vivere sugli allori delle formule passate recitando ancora il ruolo della sofferenza adolescenziale, allora emergono ancora più dubbi sulla creatività artistica del gruppo.

Approfondimento.