In Flames – Battles

Il nuovo “Battles”, uscito l’11 novembre e anticipato dal live “Sounds From The Heart Of Gothenburg” incentrato sull’ultimo decennio musicale degli In Flames, prova a variare un pochino la proposta degli svedesi ammorbidendo un poco gli arrangiamenti, ma segue la stessa scia degli ultimi album e ne esce un album slavato e mediocre. La melodia in sé può ben essere un buon investimento e bisogna avere classe per azzeccare le strofe più trascinanti senza stancare subito dopo. Gli In Flames sono semplicemente un gruppo che non trova idee nuove e ricicla quelle poche più riuscite degli ultimi album per mantenere appiglio radiofonico. Esistono gruppi alternative-metal più interessanti e creativi dal cuore stesso della città di Gothenburg: il progetto Passenger (da non confondere con l’omonimo cantautore inglese). Pubblicò un solo pregevole disco omonimo del 2003, dove vengono sapientemente mescolati riff nu-metal, azzeccatissime melodie pop, atmosfere mature e introspettive, spunti elettronici e dark-wave. Consigliamo di riscoprirlo perché è la prova di come si possa essere originali, freschi e creativi anche giocando con la melodia.

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Dark Tranquillity – Atoma

“Atoma” suona ricco di vitalità e voglia di esprimersi, mai rinunciando a essere piacevole all’ascolto. La vena creativa degli svedesi trova una maggiore realizzazione nei brani più melodici, influenzati dall’elettronica e dalla darkwave anni 80. Anche i brani più aggressivi, si sviluppano rapidamente lasciando spazio a quelle aperture melodiche che sono marchio di fabbrica. Questo nuovo album non è una rivoluzione sonora, ma è un disco tranquillamente solido che mostra la consueta cura certosina in fase di scrittura e arrangiamento delle canzoni, con melodie ispirate e contrappunti sonori incisivi. Anche se non è ambizioso, c’è abbastanza carne al fuoco per considerarlo una buona conferma di un gruppo veterano e consigliarlo al nutrito pubblico di sostenitori degli svedesi.

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Korn – The Serenity of Suffering

Chi sono i Korn oggi?
Rispondere a questa domanda è arduo e non si può prescindere dai numerosi cambiamenti incorsi lungo la loro carriera, in primis (ma non solo) per via del fatto che dopo gli esordi eccezionali la parabola discendente degli statunitensi è stata lunga e inesorabile, soprattutto negli ultimi tredici anni tra mal riuscite sperimentazioni sonore (a cavallo di industrial, synth-rock, heavy-rock, darkwave e persino dubstep/brostep) e meno convincenti ritorni alle origini.
Eppure, nonostante negli ultimi anni i Korn abbiano scarsamente convinto pubblico e critica con degli album davvero trascurabili, “The Serenity Of Suffering” è in un certo senso il loro disco migliore dal 2003 a oggi, a livello di scrittura delle canzoni, arrangiamenti e coinvolgimento sonoro. Per contro la ripetitività e la scontatezza rimangono ombre palpabili. La copertina sembra giocare con i cliché più stereotipati del nu-metal, quasi a farne una parodia, ma i Korn non stanno prendendo in giro i luoghi comuni su di loro e al tempo stesso non credono realmente di essere ancora gli stessi di un tempo. Jonathan Davis ha ormai 45 anni, può continuare a impersonare il ruolo dell’adolescente a disagio e risultare credibile? “The Serenity Of Suffering” è il disco dei Korn più ascoltabile dai tempi di “Take A Look In The Mirror”, ma è un lavoro estremamente di maniera. Una ennesima operazione-nostalgia, solo verso album differenti rispetto agli altri lavori korniani pubblicati su tali premesse? È fuori tempo massimo che, a oltre quarant’anni suonati di età, i Korn ripropongano quelle vesti? Oppure tali vesti sono quelle reali dei Korn, quelle che più si confanno alla band, ed è un gradito ritorno perché gli americani si mostrano coerenti con loro stessi invece di indugiare in maldestre uscite dagli schemi (che portarono all’abbandono di Silveria)? Chi sono i Korn? Cosa vogliono esprimere e comunicare dopo oltre 20 anni di distanza dal debutto? Se la risposta, come potrebbe essere interpretata, sia viaggiare sul sicuro e vivere sugli allori delle formule passate recitando ancora il ruolo della sofferenza adolescenziale, allora emergono ancora più dubbi sulla creatività artistica del gruppo.

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Red Fang – Only Ghosts

Provenienti da Portland, Oregon, i Red Fang si sono affermati fin dal 2009 come una delle realtà più convincenti dell’ultimo decennio nel panorama stoner & sludge. La loro formula è sempre stata semplice, robusta e accattivante, con schitarrate ruvide, graffianti e “magmatiche” sostenute da un’imponente sezione ritmica e da un’attitudine “grezzona” e spavalda, a tratti anche un po’ eccentrica. Questo “Only Ghosts” non rivoluziona il loro marchio di fabbrica, fatto di melodia e grinta, anzi per certi versi in parte lo rende più sobrio, avvicinandosi in certi frangenti a un heavy-rock più classico (per esempio in “Not Into You”). Purtroppo emerge una certa dose di ripetitività della loro formula rispetto agli album precedenti, per lo meno dal punto di vista dell’album studio, visto che ogni loro pezzo continua a promettere maggiori scintille in sede live, che è quella che più si confà al gruppo.
Di base, sono sempre i cari vecchi Red Fang, semplici, scanzonati, diretti e gigioni, ma suonano meno viscerali e meno ispirati rispetto agli esordi. Promossi, ma attendiamo di più.

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Opeth – Sorceress

“Sorceress” probabilmente non entusiasmerà chi auspicava un passo indietro che rimarcasse l’identità del gruppo, ma possiamo definirlo un album in parte “semplificato” (nel senso di meno virtuoso) rispetto ai due predecessori: minutaggio più contenuto, un piglio più “riff-centrico” in molti brani ai limiti dell’hard-prog, un accorto equilibrio fra melodie acustiche e distorsioni incalzanti che in certi momenti sfiora lidi più folk, atmosfere più corpose e ispirate, virtuosismi più dosati, lontani dagli eccessi del precedente album. Le somiglianze con gruppi come Camel, King Crimson, ELP e Jethro Tull si percepiscono in maniera palpabile lungo l’ascolto, ma questo capitolo suona più spontaneo, c’è più “anima” e meno lezioncina accademica di stile.
L’album ha punti di forza e macchie, e, come è prevedibile, dividerà nuovamente gli ascoltatori.

Accettando che questo è ciò che Mikael Åkerfeldt intende esprimere ormai, ci piace pensare che, pur con i suoi difetti e un immancabile “passatismo”, rimane un disco godibile, anche se non quel che in molti si sarebbero aspettati. Ci piace comunque vedere negli svedesi un forte amore per gruppi e suoni ai quali si vuol rendere tributo. Però non ci stupiremmo se qualcuno obiettasse che è un po’ un controsenso chiamare “progressive” ciò che si rifà al rock progressista di un tempo.

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Black Tape for a Blue Girl – These Fleeting Moments

L’atteso ritorno di Sam Rosenthal sotto il moniker dei Black Tape For A Blue Girl dopo sei anni dall’ultima uscita, anticipato dall’Ep “Limitless”, vede una maggiore enfasi verso le sonorità più oscure e dolenti che già avevano caratterizzato il progetto nei suoi lavori migliori degli anni 90. Il tuffo nel passato è completato anche dalla formazione: se Brian Viglione (ex-Dresden Dolls) è stato confermato alla batteria, l’atteso ritorno dello storico cantante Oscar Herrera, con il suo stile classico e solenne, contribuisce notevolmente alla caratterizzazione dei brani, arricchendoli di eleganza dolceamara. Accanto a lui c’è anche la figlia Danielle Herrera, emozionante e passionale: una presenza che contribuisce a rendere i brani piccole gemme immerse nel buio.
Intitolato “These Fleeting Moments”, non per caso come il brano iniziale di “A Chaos Of Desire” del 1991, l’album è caratterizzato da un’intensa atmosfericità che viene espansa fino a coprire ben settanta minuti di pathos e malinconia; come se ci si specchiasse e si affogasse nei ricordi, lasciandosi prendere dalla nostalgia. Ed è proprio “atmosfera” la parola chiave che si dipana lungo tutto l’ascolto, attraverso tonalità romantiche e malinconiche, ma da un retrogusto anche mistico ed etereo, quasi surreale. Ci sono momenti in cui la desolazione lascia il posto a una malinconia più dolce (su tutti “Affinity”, con il suo carosello di tastiera da lacrime), oppure sublima in un gotico funereo praticamente allo stato dell’arte (come nella strumentale “Please Don’t Go”, che è ciò che progetti come i Lacrimosa cercano invano di musicare da sempre). In definitiva l’album suona coeso dall’inizio alla fine, mantenendo sempre una sua identità.

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Katatonia – The Fall of Hearts

 

L’atteso ritorno dei Katatonia, “The Fall Of Hearts”, mantiene il filo conduttore che aveva guidato l’evoluzione stilistica degli ultimi album degli svedesi. La trasformazione della loro discografia nel corso degli anni è enorme e ha portato nell’ultimo Lp in studio “Dead End Kings” a un approccio più soft, dal piglio leggermente meno drammatico, più intimista e malinconico. La tendenza ultima è stata anche quella di allontanarsi gradualmente dal metal, come testimoniano anche la versione unplugged dell’ultimo album, “Dethroned & Uncrowned” e il live “Sanctitude”, che propongono nuove versioni più minimaliste e acustiche dei loro brani.

Su “The Fall Of Hearts” è palpabile l’influenza che tali episodi hanno avuto nel corso della stesura dei brani, con numerosi momenti soffusi senza chitarre elettriche, che si alternano con queste ultime in riff decisi ma mai violenti o in climax emotivi mai troppo distorti. Viene concesso volentieri spazio a momenti solo acustici come in “Pale Flag” o nella ballata “Decima” – che però è scandita ugualmente dalle tastiere di riempimento. Il contenuto lirico, invece, si mantiene sugli standard introspettivi e personali di Jonas Renkse.
Questo gioco di variazioni all’interno degli stessi brani aiuta a costruire un’atmosfera autunnale, scandita da riferimenti al progressive rock (se i Tool rimangono un punto di riferimento per il gruppo, si avverte anche una piccola influenza di Steven Wilson e degli ultimi Opeth) e al gothic-rock, come se i Cure incontrassero i Pink Floyd e si facessero produrre come gli ultimi Anathema.

Il principale pregio del disco, ormai un marchio di fabbrica del gruppo da un decennio e in contrasto con le produzioni scarne ed essenziali di un tempo, è la cura certosina negli arrangiamenti, sempre curati al massimo del dettaglio e arricchiti da piccoli contrappunti sonori che impreziosiscono le atmosfere. I Katatonia svolgono un compito gentile e curato, senza mai strafare. Chi si aspettava o sperava potessero osare di più rimarrà forse un po’ deluso, ma il risultato verrà certamente apprezzato molto dai fan del gruppo.

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