Aborym – Hostile

Gli Aborym da Taranto si sono evoluti molto nel corso dell’ultimo decennio. Il nuovo album “Hostile” prosegue nel solco del precedente, controverso, “Shifting.Negative” per quanto riguarda l’adozione di un suono industrial-rock/alternative-metal, con molti punti di contatto con Nine Inch Nails (quelli della seconda metà di carriera, più rockeggianti e meno schizoidi), Ministry o Marilyn Manson. Il risultato è uno stakanovistico lavoro di genere, orecchiabile, grintoso, che sprigiona passione per determinate sonorità e voglia di mettere a cuocere l’ispirazione in ogni nota, ma ha dei limiti: alcuni brani sono costruiti su poche idee melodiche azzeccate ma troppo diluite una volta arrangiate, e i suoni in generale sono a volte troppo debitori o citazionisti. L’album non rivoluziona nulla, ma merita in ogni caso di essere ascoltato se può fungere da ponte per permettere ad ascoltatori di diversa estrazione di approcciarsi a nuove sonorità.

(approfondimento)

Therion – Leviathan

Ritorna Christofer Johnsson con i suoi Therion. Archiviata l’ambiziosa ma poco riuscita metal-opera di “Beloved Antichrist”, il compositore svedese decide di ridimensionare le proprie pretese e il conseguente impegno necessario a confezionare il tutto. Il risultato è “Leviathan”, album che a dispetto del titolo imponente si scopre tutto sommato scorrevole, immediato e molto contenuto nel minutaggio, non legato a concept e anche godibile. Il miglioramento nel risultato finale è sensibile, ma il rovescio della medaglia è che dopo un po’ le canzoni tendono ad appiattirsi, fatta eccezione per quei picchi che svettano sul resto, e il tutto sembra più un compitino di maniera per i fan.

(approfondimento)

Herbie Hancock – Head Hunters

Un classico del passato: “Head Hunters” di Herbie Hancock è uno dei capolavori del funk-jazz. Un disco con un suono staccato e scanzonato, orecchiabile e diretto, e questo nonostante brani spesso e volentieri molto lunghi, ma dal groove instancabile e persino ballabile. Dal jazz provengono la forma-canzone, basata su una struttura in versi di tipo AABA e la tendenza a lunghe escursioni solistiche con uno strumento in evidenza. Dal funk sono ripresi, con piena padronanza, il piglio orecchiabile e il particolare accento impresso al ritmo. Questo brioso capitolo della discografia del tastierista di Chicago è gradevolmente cesellato, deliziosamente irriverente, notturno e spensierato. Un must per tutti gli appassionati di musica.

(approfondimento lungo)

Commento sulla decisione di Bioware di rimuovere le inquadrature del sedere di Miranda Lawson nella riedizione della trilogia di Mass Effect

Negli ultimi giorni è stata annunciata l’imminente pubblicazione della Legendary Edition della trilogia di Mass Effect, ovvero una remastered con migliorie soprattutto grafiche e nei controlli di gioco (che verranno standardizzati fra tutti e tre i giochi). Nella rete ci sono stati dei pareri “discordi” rispetto a certe scelte di rappresentazione grafica: la Bioware ha annunciato di aver rimosso le inquadrature delle natiche di Miranda Lawson quando presenta la sua quest personale.

Qui ce ne sono alcuni, da quel che ho capito saranno rimossi i primissimi piani e non so se anche le inquadrature più da lontano.

Vorrei fare un paio di altri esempi che mostrano che, piaccia o meno, per fortuna non è un caso isolato.

In XCOM del 2012 c’erano le boob armor. Le boob armor sono sempre state corazzature insensate e fortemente irrealistiche, nei casi estremi si arrivava alla bikini armor che è un insulto all’intelligenza e soggetto di numerose parodie. Sono cose inserite per decenni in videogiochi, disegni, sceneggiati ecc. unicamente perché si riteneva che il pubblico fosse composto prevalentemente se non unicamente da maschietti bavosi che volevano essere compiaciuti nello sguardo. Chiunque avesse un minimo di cervello le ha sempre criticate, tanto nel fantasy più esuberante quanto nei setting che volevano cercare di essere un minimo verosimili. In XCOM c’erano, ma Firaxis le rimosse rimosse con l’espansione del 2013 (immagine). E fu una scelta azzeccatissima.

I tempi cambiano. C’è maggiore sensibilità verso la disparità di trattamento e rappresentazione dei sessi. Il pubblico si espande e diventa chiaro che non tutti i giocatori hanno come maggiore interesse inquadrature in primo piano del deretano di Miranda o essere considerati come dei nerd morti di figa, ed esistono anche giocatrici che hanno tutto il diritto di esprimere cosa gli piace o meno.

Le riedizioni di Mass Effect si rivolgono anche a loro.

No, non sono “social justice warrior che impongono il politically correct!”, sono persone normali. Persone normalissime come me e te che stai leggendo. Come chi non vuole che i neri siano rappresentati come selvaggi ignoranti con l’osso al naso ghe barlano in guesdo modo o chi non vuole che gli omosessuali siano rappresentati come quelli che lanciano la saponetta per terra in un bagno e ti chiedono di raccoglierla.

Quei pochi secondi di inquadratura di Miranda non sono elementi di gameplay, sono solo un blip isolato di fan service nemmeno funzionale alla trama né alla caratterizzazione del personaggio (Miranda non è una panterona e comunque non stiamo parlando di Han Solo che spara per primo o secondo) o dell’ambientazione (Mass Effect non è Leisure Suite Larry o Custom Maid 3D). Non cambierà nulla del gioco con la loro rimozione. È un dettaglio insignificante come il colore rosso o blu di un fiore in un angolo della Cittadella.

Chi proprio ci teneva, chi assolutamente sente che la sua esperienza videoludica perde dall’assenza di quel primo piano, chi se ne sente defraudato, può sempre giocare all’originale, che è ancora disponibile. Così come chi vuole giocare a XCOM con le boob armor ha ancora a disposizione il gioco base. O può moddare.

Lupin – Dans l’ombre d’Arsène [Netflix]

Risultato immagini per lupin netflix

Ormai sanno più o meno tutti che la serie non parla di Lupin, ma di un ladro contemporaneo che si ispira alle sue gesta. Secondo me però quelli della produzione sono stati furbacchioni e hanno scelto il titolo apposta perché hanno previsto che ci sarebbero state polemiche varie da parte dei soliti cialtroni che si fermano al titolo, suscitando pubblicità gratuita. Io personalmente avrei semplicemente intitolato la serie come il sottotitolo (“Nell’ombra di Arsenio”).

A parte questo, la serie è bella e merita. Il protagonista, Assane, è un ganzo: abile, scaltro, astuto, suadente e affascinante, in poche parole è una persona brillante, ma non è perfetto, è anche capace di lasciarsi prendere dall’emozione e commettere errori dettati dal coinvolgimento. L’attore inoltre mi piace molto, sono curioso di vedere altri suoi film o serie. A volte la sceneggiatura sembra rimarcare la sua abilità in maniera eccessiva, ostentando capacità di cogliere il successo in maniera non sempre credibile. Ma i modi con cui risolve le situazioni e atterra sempre in piedi sono in definitiva divertenti e coinvolgenti e in più di un’occasione mi è venuto da applaudire. La storia concettualmente non è originalissima (i ricchi corrotti da una parte, il ragazzo venuto dalla strada che si riscatta dalla sua condizione e vuole giustizia dall’altra) ma è appassionante. Si prova empatia per lui, per la sua storia, per suo padre, e per alcuni dei personaggi che incontra, mentre al contempo la nemesi è il classico cattivo che tutti vorrebbero vedere in galera. C’è una scena in particolare che mi ha commosso e mi sono quasi scese le lacrime, molto triste e cruda, verso la seconda metà.

La prima stagione fila via in un fiato, sono solo cinque puntate. Attendo la prossima.

Voto: 7.5

P.S. Ci sono alcuni difetti che metto in elenco alla fine perché sono SPOILER MINORI e magari non volete leggerli:

  1. Ricollegandomi a quando ho detto che a volte si esagera nel far vincere Assane, c’è per esempio il flashback in cui deruba la riccona fingendosi un ispettore di polizia che le consiglia di affidargli i preziosi che li avrebbe messi al sicuro in commissariato (sì, come no). Dai su, c’è un limite al rimbambimento. Non ho fatto a meno di storcere il naso quando Assane, con la sua parlantina con naso lunghissimo, l’ha convinta a dargli i suoi preziosi. La riccona aggiunge che ha pure un uovo di Fabergè, ma signor poliziotto non vada via, la prego, prenda anche questo e lo metta al sicuro! La mia sospensione dell’incredulità non ce l’ha fatta… addirittura il copione fa mettere a lei in bocca schiettamente che “uh abbiamo preso questi gioielli dal Congo belga, i locali non sapevano di essere seduti su di una fortuna e ne abbiamo approfittato”, per dare l’idea in maniera cheap che se lo merita (per chi non lo sapesse, il colonialismo belga in Congo è stato uno dei periodi più infami della storia europea, tra schiavitù e genocidio). Il problema è che una ricca borghese bianca, consapevole della provenienza delle sue ricchezze, per quanto sciocca, è davvero poco credibile nel confidare tutto ciò a un nero, con non-chalance come se nulla fosse, per averne aiuto.
  2. Sempre a proposito di stupidità… la polizia francese. Alcuni fanno mettere la mano in faccia per il loro scarso acume o la loro inettitudine operativa, altri invece sfiorano l’irritante per quanto sono testardi e cocciuti anche di fronte all’ovvio. L’esempio più eclatante riguarda le ovvie somiglianze tra i casi su cui indagano e i racconti di Lupin, gli anagrammi del nome Arsène Lupin sono palesi, chiunque lo riconoscerebbe dopo che viene fatto notare, però vengono ignorati come se fossero stupidaggini… e non è il solo esempio.
  3. Anche il protagonista ha un blackout poco credibile. Possibile che quando vuole trasmettere in televisione il filmato che incrimina il cattivo, Assane non ne faccia una copia? Possibile che, stante l’annuncio della trasmissione, non abbia previsto che il cattivo avrebbe cercato di mettergli il bastone tra le ruote (soprattutto visto che è potente e controlla i media)? Possibile che, consapevole della potenza di Twitter, che pure ha usato per stuzzicare il pubblico (al punto che un semplice screenshot con commento di un account anonimo diviene un caso nazionale, altra cosa che mi sembra forzata), non ha semplicemente messo in rete il filmato integrale? Questi a mio parere non sono errori comprensibili, soprattutto se il personaggio si è mostrato estremamente furbo e impeccabile fino a quel momento. Stonano terribilmente e rovinano tutto. Non sono neanche paragonabili a quando durante il rapimento si è lasciato scappare la sua identità. Lì l’errore era comprensibile, dettato dall’emozione e dalla rabbia, ci poteva stare. Qui no. È come mostrare il più grande calciatore del mondo, mostrare che non è perfetto e prende un palo a porta vuota… e poi mostrare che non riesce a palleggiare e inciampa sui propri lacci o si fa fregare il pallone da un ubriacone che barcolla. Il primo errore ci può stare, il secondo non è credibile.

Ecco, senza questi difetti non mi sarei limitato a un 7.5 come voto a caldo dopo essermi divorato queste prime puntate su Netflix.

Irist – Order of the Mind

Ulteriore recupero del 2020: provenienti dalla Georgia, come molti colleghi dallo stesso stato gli Irist affondano le loro radici nello sludge-metal, con uno stile violento ed efferato che si riallaccia ai concittadini Mastodon, ma lo sviluppano rendendolo più oscuro e futuristico, integrando elementi che si rifanno al peculiare timbro dei francesi Gojira (con il loro mix unico di sludge, death, prog e groove-metal). Abbiamo quindi tecnicismi dalle distorsioni siderurgiche a squarciare l’ascolto, armonizzazioni gelide delle chitarre e ritornelli che coniugano violenza urlata e melodia. Gli Irist sono indubbiamente discepoli dei Gojira e ne hanno appreso bene la lezione. Complessivamente, “Order Of The Mind” è un fulmine a ciel sereno, micidiale e raggelante.

(approfondimento)

Proscription – Conduit

Altro recupero del 2020: i Proscription sono il progetto di Terry Clark, già membro di Excommunion, Dethroned e Maveth. L’esordio “Conduit”, uscito nel 2020, è un efferatissimo disco death-metal, influenzato dal black-metal in alcuni riff ronzanti (tipici del genere) e soprattutto nelle atmosfere sulfuree e tormentate che pervadono l’album, nonché dal brutal-death in certi momenti particolarmente violenti. Ricorda molto quanto già fatto con i Maveth, e in tal senso non stupirà affatto chi è già abituato alla formula e cerca variazioni. Ma è ben scritto, violento, corposo e scurissimo nelle sue atmosfere infernali.

(approfondimento)

Huntsmen – Mandala Of Fear

Recupero del 2020: un ambizioso sludge metal atmosferico e post-apocalittico, il sound è magmatico, con pesanti chitarre distorte a scandire brani lunghi e dilatati dal piglio ossessivo ma senza rinunciare alla melodia. L’album dura ben 78 minuti, ma sono al cardiopalma e inquietanti, tra fraseggi brucianti e digressioni malinconiche. Lo stile è compatto, anche apparentemente a scapito di una certa varietà di sfumature. La produzione è fumosa e pastosa, dando una sensazione vagamente psichedelica, sempre però trapassata dall’efferatezza delle canzoni. Consigliato.

(approfondimento)

King Witch – Body Of Light

Dopo il buon esordio, i King Witch confermano le caratteristiche positive già dimostrate: una voce femminile carismatica, potente e versatile, quella di Laura Donnelly, che si dimostra in forma smagliante con i suoi acuti; un lavoro chitarristico tagliente, con riff doom-metal poderosi scolpiti nel granito e assoli sensazionali in piena tradizione heavy-metal; e delle atmosfere efficaci dalle tonalità tra l’epico e il funereo. Gli scozzesi rievocano il passato, ma con personalità e senza indugiare nel vecchiume di molti altri gruppi che si limitano a ripetere stancamente i cliché di un genere amato senza però catturarne la verveQuesta è la differenza tra interpretazione e imitazione.

(approfondimento)

Body Count – Carnivore

Ritornano i Body Count di Ice-T con un album oscuro e micidiale: “Carnivore” è ispirato dalle problematiche sociali inaspritesi negli ultimi anni. L’album è quindi aggressivo e graffiante, e si riallaccia soprattutto agli anni 80 dello speed-metal, del thrash-metal e dell’hardcore-punk, e poi al groove-metal anni 90 con dei midtempo trascinanti. Rispetto al precedente “Bloodlust” l’impianto tecnico si fa tendenzialmente più compatto, mentre le atmosfere sono un po’ più sulfuree, ma sostanzialmente non ci sono grosse variazioni e il timbro del gruppo è immediatamente riconoscibile. Da notare “When I’m Gone” con l’ospite Amy Lee degli Evanescence. L’album è relativamente breve: 36 minuti in 10 canzoni (più una bonus track) che scorrono agevolmente.

(approfondimento)