Black Tape for a Blue Girl – The Cleft Serpent

Ritorna Sam Rosenthal con il suo storico progetto Black Tape For A Blue Girl. Il nuovo album si intitola “The Cleft Serpent” e si pone come seguito complementare del buon precedente “To Touch the Milky Way“. Entrambi i dischi colpiscono con forte emotività e tonalità tragiche, sviluppando profondi soundscape in cui il suono è rallentato e dilatato per dare enfasi alla sua carica espressiva. La differenza maggiore è che anziché composizioni monumentali dai vertici solenni spaccati da un certo senso di angoscia e di sublime, l’evocatività qui si fa più terrena e desolata, quasi abbandonata a sé stessa. Anche gli arrangiamenti sono scarnificati, consistendo in partiture di violoncello e tastiera su cui si staglia la voce di Jon DeRosa, dal timbro simile a quello di Brendan Perry. Il tocco di Sam Rosenthal è personale come sempre, purtroppo non sempre la qualità della scrittura delle canzoni è costante, le migliori sono concentrate all’inizio per poi farsi talvolta monotone e prevedibili. Il disco è per i fan un gradito ritorno del personale marchio di fabbrica di Rosenthal, ma nella sua discografia è un’opera minore.

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Ferrarermo

Un interessante studio giapponese di un anno fa sulle funzionalità di un gene dei pomodori chiamato RIN, che sta per “Ripening INhibitor”, inibitore della maturazione: https://academic.oup.com/plphys/article/183/1/80/6116388

Per la precisione, RIN è un gene che regola la trascrizione di altri geni ed è oggetto di numerosi studi a scopo di miglioramento agronomico.

Nell’immagine dal paper vediamo quattro colonne che rappresentano quattro varianti genetiche della varietà di pomodoro di Ailsa Craig:

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Nella prima c’è il frutto di una piantina normale non toccata, che funge da controllo (“wild type” non vuol dire che è un pomodoro selvatico, è un normale pomodoro domestico, il termine indica che il fenotipo del gene indagato è quello più comune in natura, è un riferimento). Il frutto del pomodoro matura col suo colore pieno, la polpa diventa progressivamente più morbida e sugosa, si accumulano sostanze come carotenoidi e licopeni, la parete delle cellule vegetali si distente, il frutto acquisisce i suoi aromi e il suo sapore. Ma dopo un po’ di tempo la polpa inizia a rammollirsi, il pomodorino diventerà molliccio per poi guastarsi. Questo in particolare è durato 2 mesi prima di incresparsi, cultivar diverse sono selezionate con gradi diversi di maturazione.
A livello merceologico controllare la maturazione di un qualsiasi frutto è importante, per evitare sprechi alimentari.

Nella seconda c’è una variante spontanea del gene, un allele detto rin: il pomodoro non matura, i licopeni non si accumulano, nello stesso periodo il frutto rimane duro e verde. Questa variante è nota da tempo, i frutti con questo fenotipo durano molti mesi prima di marcire e vengono incrociati con altre cultivar per aumentarne la durata nei frutti, ed è utile come confronto.

Nella terza il gene è stato reso inattivo (KO sta per knocked out) mediante la tecnica CRISPR/Cas9 e come risultato il frutto si affloscia subito per poi marcire rapidamente, con parziale arrossamento. Le pareti cellulari del pomodoro risultano degradate a un ritmo molto più accelerato rispetto alla prima colonna. Ciò fa capire che il gene controlla l’andamento del processo ed evita che il frutto si ammolli rapidamente quando matura troppo in fretta. RIN è indispensabile per far maturare adeguatamente il pomodoro senza che si oltrepassi il picco di maturazione e il frutto inizi a rammollirsi, ma non per iniziare il processo stesso, che non regola. In biologia molecolare è comune studiare il funzionamento dei geni mediante knockout.

Nella quarta i ricercatori hanno prima analizzato come la struttura del gene influenza questi tratti e poi, sempre tramite CRISPR, hanno ottenuto una nuova variante del gene che porta a compimento il processo di maturazione e accumula sostanze come i licopeni ma dilaziona il passaggio successivo in cui il frutto si affloscia.
Il pomodorino rimane sodo e compatto fino a due mesi dopo rispetto alla prima colonna.
E, aggiungono i ricercatori, c’è margine di ricerca per modulare l’attività di questo fattore di trascrizione e quindi la durata della fase ottimale di maturazione prima del rammollimento.

Anneke Van Giersbergen – The Darkest Skies Are The Brightest

Messe da parte le schitarrate rockeggianti dell’ultimo album in studio “Drive” e le orchestrazioni del live album “Symphonized”, Anneke Van Giersbergen si dedica questa volta a un folk acustico delicato ed essenziale e si rivela più ispirata che mai con “The Darkest Skies Are The Brightest”. La cantante dei Paesi Bassi interpreta efficacemente umori differenti, con un retrogusto velatamente malinconico, ma più spesso apertamente gioioso e solare. Si notano ogni tanto inserti d’archi e qualche piccolo occasionale spruzzo di elettronica, ma globalmente a condurre le redini è la chitarra acustica, che gravita attorno all’ugola trascinante e carismatica di Van Giersbergen: le composizioni sono congegnate principalmente per metterla in risalto, sia negli acuti vellutati ma decisi, che nelle nenie più avvolgenti. Davvero un’eccellente prova.

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Enshine – Transcending Fire

Gli Enshine sono un gruppo death/doom-metal proveniente dalla Svezia e nato in parte dalle ceneri di due formazioni effimere, i post-metaller AtomA e i gothster Slumber. Nel 2013 e nel 2015 escono gli unici album, “Origin” e “Singularity”, molto simili, ben accolti da pubblico e critica. Sono dischi dalla sezione ritmica monolitica, con chitarre magmatiche a costruire le atmosfere imponenti e cosmiche su cui si staglia il growling oltretombale di Sébastien Pierre. Lavori profondamente influenzati dal doom atmosferico e dal death melodico. Dopodiché il gruppo entra in pausa per tornare solo nel 2021 con l’Ep “Transcending Fire”.

Lo stile nel frattempo si è evoluto, espandendo il proprio lato melodico. Nella fattispecie introducendo maggiori distensioni, qualche intervento di voce pulita accanto al growl, dando maggior spazio a inserti acustici e di tastiera, ma soprattutto puntando su arrangiamenti più rifiniti, immediati e atmosferici, ma senza scadere in facilonerie o rinunciare alla ricercatezza espressiva.
Gli Enshine lambiscono un gothic-metal deciso ed emotivo, in cui si possono ritrovare anche alcune somiglianze con i primi Anathema, ma tutto è reso personale dallo stile del gruppo, rimasto viscerale fin dalle radici.

Il principale pregio degli Enshine è nelle idee melodiche tra riff e ritornelli. “Ascend”, in particolare, è uno strumentale in cui l’elettronica e le chitarre, quasi tutte a cura del polistrumentista (nonché produttore) Jari Lindholm, dipingono scenari celestiali che ricordano gli Alcest, mentre l’altra instrumental “Constellation” è la versione interamente acustica di un brano del primo album. La title track (in cui si nota anche l’egregio basso di Siavosh Bigonah) e “Awake in Void”, invece, lasciano spazio all’interpretazione canora di Pierre, che alterna ruggiti feroci e tonalità pulite e malinconiche.

The King

Film su Netflix che romanza (molto) la vita di re Enrico V d’Inghilterra, quello della battaglia di Azincourt.

Enrico è ritratto prima come principe ribelle, sregolato, scontroso e taciturno, auto-allontanatosi dalla corte per condurre una vita sregolata, roso dai conflitti interiori, ma saggio, tenace, desideroso di pace e dal cuore saldo (in realtà storicamente fu tutt’altro che pacifista ma il film si inventa molte cose). Il giovane Enrico, soprannominato Hal, riesce a vedere prima di tutti la rovina dietro le politiche del padre, e l’avventatezza nel desiderio di mettersi in mostra del fratello minore. Cerca di fare la cosa giusta, ma è in una posizione impotente.

Una volta divenuto re, avendo l’occasione di poter cambiare le cose, lascia da parte la sua vita precedente e decide di maturare; ma la maturazione, la crescita, non giungono dopo singoli eventi importanti (come un’incoronazione e la presa di coscienza sul proprio ruolo), bensì attraverso un lungo percorso ad ostacoli che non tardano a manifestarsi. Enrico si mostra in costante conflitto fra la determinazione e l’insicurezza, fra la volontà di perseguire un obiettivo lontano e l’indecisione su come raggiungerlo, fra la consapevolezza di potersi fidare di pochi e la vulnerabilità dettata dall’inesperienza politica. La sua purezza di ideali lo rende bersaglio di intrighi, tramutandosi in una medaglia a due facce: il bisogno di avere fiducia in qualcuno, la necessità della fedeltà dagli altri, gli porteranno sia successi che sconfitte, e metteranno in luce i suoi punti più vulnerabili, i limiti della sua saggezza e la sua volubilità. Le prospettive da re sono molto differenti.

Il clero è dipinto come viziato, arrogante, incompetente e parassitico.

I francesi sono rappresentati come infidi, crudeli e incompetenti, o meglio, in particolare è dipinto così il delfino di Francia (che nella realtà era tutt’altro che spavaldo e bellicoso come mostrato nel film, e nemmeno partecipò alla battaglia, ma vale quanto detto prima). Nel finale però si capiscono le motivazioni dietro al loro atteggiamento sprezzante con un colpo di scena.

Doppiaggio ottimo, personaggi molto carismatici, scenografie semplici ma efficaci. La battaglia di Azincourt è rappresentata in modo più breve di quanto si potrebbe pensare, ma è solo uno strumento per mostrare la crescita di Enrico e non lo scopo della pellicola (e anche per questo, lo avrete capito, contiene imprecisioni storiche).

Dal punto di vista della fedeltà alla storia, come avrete capito, c’è molto poco di esatto durante le oltre 2 ore di The King. A parte questo, come narrativa guardatelo.

Voto: 7.5 se vi interessa una fiction di intrighi e crescita interiore, 5 se ci tenete alla veridicità e al dramma storico.

AFI – Bodies

Dopo quattro anni di attesa, gli statunitensi AFI decidono di scoprire le carte in tavola e aprirsi del tutto al loro amore per le sonorità wave anni 80, con numerosi giri melodici che ricordano Cure, Joy Division, Smiths, e persino qualche incrocio tra Depeche Mode e Misfits. Il gruppo alterna pezzi forse non brillanti, ma genuini, ispirati nelle tonalità e negli umori, in cui la fedeltà sincera e appassionata a certe sonorità è apprezzabile; ad altri che suonano rattoppati, con pochi spunti melodici senza troppa convinzione e mordente. Gli AFI hanno però trovato gli ingredienti a loro più congeniali e si può riporre fiducia nel futuro.

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At the Gates – The Nightmare of Being

Gli svedesi hanno deciso di aprirsi a nuovi spunti sonori con “The Nightmare Of Being”. Non ci sono rivoluzioni, lo stile è ritinteggiato grazie a maggiori aperture atmosferiche, arrangiamenti più ricercati, saliscendi emotivi e qualche inserto di strumenti atipici. Questi ultimi sono solo contorni e la loro presenza non va esagerata: la sostanza è nelle intuizioni melodiche dietro ai brani e nel risalto della sezione ritmica. Non tutte le canzoni spiccano da sole, ma prese nel flusso variegato del disco acquisiscono corposità. Si nota soprattutto “Garden of Cyrus”, con un assolo pinkfloydiano e un sassofono che ricorda i Solefald. Molte idee inedite di per sé sono intriganti e interessanti, senza snaturare lo stile del gruppo, ma rimangono a margine, niente per cui gridare alla metamorfosi o al miracolo. C’è da chiedersi se gli At the Gates in futuro approfondiranno gli spunti presentati nel disco, o se li lasceranno come spolverate giusto per darsi una rinfrescata. 

Red Fang – Arrows

Ci hanno messo cinque anni, ma i Red Fang sono tornati con questo “Arrows”, attingendo dal passato per rifondare la loro interpretazione dello stoner-rock. L’aspetto musicale più “caciarone” della loro musica è stato ridimensionato per dare maggior spazio a uno spirito psichedelico e aggressivo più vicino allo sludge e allo stile paludoso di gruppi come i Melvins. Non viene abbandonato il caos selvatico, ma è posto al servizio dell’atmosfera e della durezza piuttosto che dell’immediatezza. Il risultato probabilmente dividerà in due il pubblico, anche per via della produzione volutamente sporca.

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Morcheeba – Blackest Blue

Decimo album in studio per i Morcheeba, undicesimo se si conta anche il disco del 2016 rilasciato a firma omonima “Skye & Ross”. Il titolo è molto evocativo e simbolico, “Blackest Blue”, a indicare un lavoro dolceamaro, che in un colpo con un efficace gioco di parole cita l’espressione malinconica blue, la black music che tanto ispira il gruppo, i fatti più cupi del 2020 e un senso di fascino fumoso. “Suona da classico, come un album di Miles Davis. Sembra profondo, oscuro e misterioso”, racconta Ross Godfrey.

Il nome è ispirato dal brano “The Moon” della cantautrice Irena Žilić, che è presente come cover. La cantante Skye spiega che “è un brano che parla di seguire la luce della luna e attingere alla sua potente energia luminosa, sfruttando la sua positività per sfuggire alla depressione e ai momenti più bui”.
Nel corso dei dieci brani i Morcheeba nuotano con eleganza e spontaneità in un trip-hop soffuso e sensuale, fondato su battiti di stampo r&b, atmosfere chillout notturne, chitarre blues e tonalità soul.

Gli apici dell’album sono con tutta probabilità l’iniziale “Cut My Heart Out”, tributo spassionato tanto al downtempo quanto alla psichedelia nelle chitarre lisergiche, o la breve strumentale “Sulphur Soul”, dolentemente portisheadianabluesy e un filino jazzy allo stesso tempo. Altre canzoni semplici ma efficaci sono “Killed Our Love”, tra accenni funky e inserti d’organo; “Namaste”, dal retrogusto alienante; e la conclusiva poppy “The Edge of the World”, intrigante e delicata, in cui Skye duetta con Duke Garwood.  
A svettare è proprio la sua voce, sempre affascinante, avvolgente e intimista. La sua prova migliore è forse in “Sounds of Blue”, tutto sommato una innocua ballata trip-hop blueseggiante, ma esaltata dal suadente ritornello.

“Blackest Blue” non brilla per impatto o innovazione, ma vede la sua efficacia nel carattere, nelle atmosfere, nell’espressività canora e nell’enfasi del timbro degli strumenti.

Hooverphonic – Hidden Stories

Dopo l’annuncio della reunion con la storica cantante Geike Arnaert, gli Hooverphonic pubblicano il nuovo album “Hidden Stories”. Fin dalle prime note il disco sembra viaggiare su coordinate dalle tonalità notturne, con un piglio melodico diretto, lievemente malinconico e nello stile di fondo del gruppo per suoni e strumenti. La prima metà del disco sembra promettente, ma i pezzi si reggono su poche idee e spiccano a breve termine principalmente per l’effetto che fa risentire l’ugola cristallina di Geike Arnaert. Purtroppo rapidamente le intuizioni melodiche si diradano e i brani si fanno monotoni, come se Alex Callier avesse messo in fretta qualche base musicale tanto per farci cantare sopra la storica voce, ma non basta per rinverdire l’alchimia di un tempo.

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