At the Gates – The Nightmare of Being

Gli svedesi hanno deciso di aprirsi a nuovi spunti sonori con “The Nightmare Of Being”. Non ci sono rivoluzioni, lo stile è ritinteggiato grazie a maggiori aperture atmosferiche, arrangiamenti più ricercati, saliscendi emotivi e qualche inserto di strumenti atipici. Questi ultimi sono solo contorni e la loro presenza non va esagerata: la sostanza è nelle intuizioni melodiche dietro ai brani e nel risalto della sezione ritmica. Non tutte le canzoni spiccano da sole, ma prese nel flusso variegato del disco acquisiscono corposità. Si nota soprattutto “Garden of Cyrus”, con un assolo pinkfloydiano e un sassofono che ricorda i Solefald. Molte idee inedite di per sé sono intriganti e interessanti, senza snaturare lo stile del gruppo, ma rimangono a margine, niente per cui gridare alla metamorfosi o al miracolo. C’è da chiedersi se gli At the Gates in futuro approfondiranno gli spunti presentati nel disco, o se li lasceranno come spolverate giusto per darsi una rinfrescata. 

Red Fang – Arrows

Ci hanno messo cinque anni, ma i Red Fang sono tornati con questo “Arrows”, attingendo dal passato per rifondare la loro interpretazione dello stoner-rock. L’aspetto musicale più “caciarone” della loro musica è stato ridimensionato per dare maggior spazio a uno spirito psichedelico e aggressivo più vicino allo sludge e allo stile paludoso di gruppi come i Melvins. Non viene abbandonato il caos selvatico, ma è posto al servizio dell’atmosfera e della durezza piuttosto che dell’immediatezza. Il risultato probabilmente dividerà in due il pubblico, anche per via della produzione volutamente sporca.

(approfondimento)

Morcheeba – Blackest Blue

Decimo album in studio per i Morcheeba, undicesimo se si conta anche il disco del 2016 rilasciato a firma omonima “Skye & Ross”. Il titolo è molto evocativo e simbolico, “Blackest Blue”, a indicare un lavoro dolceamaro, che in un colpo con un efficace gioco di parole cita l’espressione malinconica blue, la black music che tanto ispira il gruppo, i fatti più cupi del 2020 e un senso di fascino fumoso. “Suona da classico, come un album di Miles Davis. Sembra profondo, oscuro e misterioso”, racconta Ross Godfrey.

Il nome è ispirato dal brano “The Moon” della cantautrice Irena Žilić, che è presente come cover. La cantante Skye spiega che “è un brano che parla di seguire la luce della luna e attingere alla sua potente energia luminosa, sfruttando la sua positività per sfuggire alla depressione e ai momenti più bui”.
Nel corso dei dieci brani i Morcheeba nuotano con eleganza e spontaneità in un trip-hop soffuso e sensuale, fondato su battiti di stampo r&b, atmosfere chillout notturne, chitarre blues e tonalità soul.

Gli apici dell’album sono con tutta probabilità l’iniziale “Cut My Heart Out”, tributo spassionato tanto al downtempo quanto alla psichedelia nelle chitarre lisergiche, o la breve strumentale “Sulphur Soul”, dolentemente portisheadianabluesy e un filino jazzy allo stesso tempo. Altre canzoni semplici ma efficaci sono “Killed Our Love”, tra accenni funky e inserti d’organo; “Namaste”, dal retrogusto alienante; e la conclusiva poppy “The Edge of the World”, intrigante e delicata, in cui Skye duetta con Duke Garwood.  
A svettare è proprio la sua voce, sempre affascinante, avvolgente e intimista. La sua prova migliore è forse in “Sounds of Blue”, tutto sommato una innocua ballata trip-hop blueseggiante, ma esaltata dal suadente ritornello.

“Blackest Blue” non brilla per impatto o innovazione, ma vede la sua efficacia nel carattere, nelle atmosfere, nell’espressività canora e nell’enfasi del timbro degli strumenti.

Hooverphonic – Hidden Stories

Dopo l’annuncio della reunion con la storica cantante Geike Arnaert, gli Hooverphonic pubblicano il nuovo album “Hidden Stories”. Fin dalle prime note il disco sembra viaggiare su coordinate dalle tonalità notturne, con un piglio melodico diretto, lievemente malinconico e nello stile di fondo del gruppo per suoni e strumenti. La prima metà del disco sembra promettente, ma i pezzi si reggono su poche idee e spiccano a breve termine principalmente per l’effetto che fa risentire l’ugola cristallina di Geike Arnaert. Purtroppo rapidamente le intuizioni melodiche si diradano e i brani si fanno monotoni, come se Alex Callier avesse messo in fretta qualche base musicale tanto per farci cantare sopra la storica voce, ma non basta per rinverdire l’alchimia di un tempo.

(approfondimento)

Oxygène [no spoiler]

Film di produzione francese uscito il 12 maggio e disponibile su Netflix.

La sinossi da Wikipedia e dal trailer:

Nel futuro una giovane donna si risveglia all’interno di una capsula criogenica, ma a causa dell’amnesia non ricorda chi è né il motivo per cui si trovi lì. La situazione peggiora quando l’ossigeno inizia a esaurirsi, e la protagonista per non morire dovrà cercare di scavare nella sua memoria e contemporaneamente cercare una via di fuga.

Non leggete il resto della voce su Wikipedia perché spoilera tutto.

Potete già immaginare che i tempi menzionati su schermo non corrispondono a quelli che passano effettivamente, con numerosi “mancano tot minuti” che poi si protraggono per molto più tempo, e la percentuale di ossigeno che sembra diminuire più velocemente nelle fasi più calme per suscitare suspense e più lentamente in quelle più concitate perché altrimenti ci si perderebbe il dramma. Di solito non mi piace quando succede ma capisco le esigenze sceniche.

Il film si concentra sulle emozioni della protagonista, alle prese con l’ansia, la paura e la disperazione, ma anche i ricordi confusi della sua vita, tra momenti felici che non riesce a focalizzare e misteriose scene traumatiche ignote. Non è solo la situazione in cui si ritrova a provarla sul piano emotivo, ma anche le rivelazioni che man mano lei apprende, e la necessità per lei di trovare soluzioni. Gli affetti personali, i ricordi, sono cose importanti che assumiamo come definenti la nostra identità e per cui agiamo e ci sproniamo.

Ci sono tre grossi colpi di scena. I primi due onestamente me li sono immaginati fin dall’inizio, per quanto sono prevedibili, anche se li ho immaginati come due alternative separate e non combinati. Il terzo invece mi ha sorpreso. Ed è proprio quanto accade dal terzo colpo di scena in poi che ha destato il mio interesse, che fino a quel momento era poco stuzzicato, anche perché i dialoghi iniziali non sono il massimo e l’interazione con l’IA della capsula è poco credibile. Il discorso di prima sulla nostra identità a seguito del terzo colpo di scena assume nuove chiavi di lettura e vuole stimolare una riflessione interiore fantascientifica.

È un film molto pessimista nelle premesse che vengono svelate, e per tutta la sua durata mantiene un filo di tensione per l’incertezza fra una risoluzione negativa della storia, un lieto fine, o una combinazione dolceamara dei due. Quale avverrà dei possibili finali, sottilmente suggeriti in un’alternanza di passi avanti e indietro per la protagonista, lo si saprà solo all’ultimo momento. Fra i ricordi confusi della protagonista che man mano si accumulano vengono suggerite sia la natura della situazione che lo scopo di tutto quanto, chiariti in maniera abbastanza elegante.

Ci sono alcuni riferimenti a problematiche che abbiamo vissuto nella vita reale, ma non credo ci sia una morale specificatamente legata a queste, che sono solo servite come spunto per giustificare lo scenario di sfondo in cui avviene la storia. Ritengo però che fra le righe ci sia anche un messaggio su come l’uomo dipenda e sia soggetto alla natura, sia nel bene (per esempio traendone ispirazione) che nel male (non potendo porre rimedio a certe situazioni per le quali bisogna arrangiarsi e cercare di adattarsi, come ciò che ha causato tutto quanto prima che la storia abbia inizio, e le limitazioni che vengono paventate per il futuro dopo che la storia sarà finita).

Tutto sommato Oxygène non è imperdibile ma si lascia guardare. Il finale mi ha un po’ colpito ma non mi rimarrà impresso. Mi è sembrato, per toni e resa, paragonabile alle ultime stagioni di Black Mirror, che hanno alti e bassi.

P.S. Se lo avete già visto, ecco in rot13 i colpi di scena a cui mi riferisco:

1) Ryvmnorgu aba chò ncever yn pncfhyn crepué yrv va ernygà fgn ivnttvnaqb aryyb fcnmvb ncregb. Zr yb fbab vzzntvangb qn dhnfv fhovgb.
2) Yrv fv gebin aryyn fvghnmvbar va phv fv gebin qv fhn ibybagà. Un cvnavsvpngb yrv vy cebtrggb.
3) Yn cebgntbavfgn è ha pybar qryyn iren Ryvmnorgu va phv fbab fgngv vzcvnagngv v fhbv evpbeqv.

Aborym – Hostile

Gli Aborym da Taranto si sono evoluti molto nel corso dell’ultimo decennio. Il nuovo album “Hostile” prosegue nel solco del precedente, controverso, “Shifting.Negative” per quanto riguarda l’adozione di un suono industrial-rock/alternative-metal, con molti punti di contatto con Nine Inch Nails (quelli della seconda metà di carriera, più rockeggianti e meno schizoidi), Ministry o Marilyn Manson. Il risultato è uno stakanovistico lavoro di genere, orecchiabile, grintoso, che sprigiona passione per determinate sonorità e voglia di mettere a cuocere l’ispirazione in ogni nota, ma ha dei limiti: alcuni brani sono costruiti su poche idee melodiche azzeccate ma troppo diluite una volta arrangiate, e i suoni in generale sono a volte troppo debitori o citazionisti. L’album non rivoluziona nulla, ma merita in ogni caso di essere ascoltato se può fungere da ponte per permettere ad ascoltatori di diversa estrazione di approcciarsi a nuove sonorità.

(approfondimento)

Therion – Leviathan

Ritorna Christofer Johnsson con i suoi Therion. Archiviata l’ambiziosa ma poco riuscita metal-opera di “Beloved Antichrist”, il compositore svedese decide di ridimensionare le proprie pretese e il conseguente impegno necessario a confezionare il tutto. Il risultato è “Leviathan”, album che a dispetto del titolo imponente si scopre tutto sommato scorrevole, immediato e molto contenuto nel minutaggio, non legato a concept e anche godibile. Il miglioramento nel risultato finale è sensibile, ma il rovescio della medaglia è che dopo un po’ le canzoni tendono ad appiattirsi, fatta eccezione per quei picchi che svettano sul resto, e il tutto sembra più un compitino di maniera per i fan.

(approfondimento)

Herbie Hancock – Head Hunters

Un classico del passato: “Head Hunters” di Herbie Hancock è uno dei capolavori del funk-jazz. Un disco con un suono staccato e scanzonato, orecchiabile e diretto, e questo nonostante brani spesso e volentieri molto lunghi, ma dal groove instancabile e persino ballabile. Dal jazz provengono la forma-canzone, basata su una struttura in versi di tipo AABA e la tendenza a lunghe escursioni solistiche con uno strumento in evidenza. Dal funk sono ripresi, con piena padronanza, il piglio orecchiabile e il particolare accento impresso al ritmo. Questo brioso capitolo della discografia del tastierista di Chicago è gradevolmente cesellato, deliziosamente irriverente, notturno e spensierato. Un must per tutti gli appassionati di musica.

(approfondimento lungo)

Commento sulla decisione di Bioware di rimuovere le inquadrature del sedere di Miranda Lawson nella riedizione della trilogia di Mass Effect

Negli ultimi giorni è stata annunciata l’imminente pubblicazione della Legendary Edition della trilogia di Mass Effect, ovvero una remastered con migliorie soprattutto grafiche e nei controlli di gioco (che verranno standardizzati fra tutti e tre i giochi). Nella rete ci sono stati dei pareri “discordi” rispetto a certe scelte di rappresentazione grafica: la Bioware ha annunciato di aver rimosso le inquadrature delle natiche di Miranda Lawson quando presenta la sua quest personale.

Qui ce ne sono alcuni, da quel che ho capito saranno rimossi i primissimi piani e non so se anche le inquadrature più da lontano.

Vorrei fare un paio di altri esempi che mostrano che, piaccia o meno, per fortuna non è un caso isolato.

In XCOM del 2012 c’erano le boob armor. Le boob armor sono sempre state corazzature insensate e fortemente irrealistiche, nei casi estremi si arrivava alla bikini armor che è un insulto all’intelligenza e soggetto di numerose parodie. Sono cose inserite per decenni in videogiochi, disegni, sceneggiati ecc. unicamente perché si riteneva che il pubblico fosse composto prevalentemente se non unicamente da maschietti bavosi che volevano essere compiaciuti nello sguardo. Chiunque avesse un minimo di cervello le ha sempre criticate, tanto nel fantasy più esuberante quanto nei setting che volevano cercare di essere un minimo verosimili. In XCOM c’erano, ma Firaxis le rimosse rimosse con l’espansione del 2013 (immagine). E fu una scelta azzeccatissima.

I tempi cambiano. C’è maggiore sensibilità verso la disparità di trattamento e rappresentazione dei sessi. Il pubblico si espande e diventa chiaro che non tutti i giocatori hanno come maggiore interesse inquadrature in primo piano del deretano di Miranda o essere considerati come dei nerd morti di figa, ed esistono anche giocatrici che hanno tutto il diritto di esprimere cosa gli piace o meno.

Le riedizioni di Mass Effect si rivolgono anche a loro.

No, non sono “social justice warrior che impongono il politically correct!”, sono persone normali. Persone normalissime come me e te che stai leggendo. Come chi non vuole che i neri siano rappresentati come selvaggi ignoranti con l’osso al naso ghe barlano in guesdo modo o chi non vuole che gli omosessuali siano rappresentati come quelli che lanciano la saponetta per terra in un bagno e ti chiedono di raccoglierla.

Quei pochi secondi di inquadratura di Miranda non sono elementi di gameplay, sono solo un blip isolato di fan service nemmeno funzionale alla trama né alla caratterizzazione del personaggio (Miranda non è una panterona e comunque non stiamo parlando di Han Solo che spara per primo o secondo) o dell’ambientazione (Mass Effect non è Leisure Suite Larry o Custom Maid 3D). Non cambierà nulla del gioco con la loro rimozione. È un dettaglio insignificante come il colore rosso o blu di un fiore in un angolo della Cittadella.

Chi proprio ci teneva, chi assolutamente sente che la sua esperienza videoludica perde dall’assenza di quel primo piano, chi se ne sente defraudato, può sempre giocare all’originale, che è ancora disponibile. Così come chi vuole giocare a XCOM con le boob armor ha ancora a disposizione il gioco base. O può moddare.

Lupin – Dans l’ombre d’Arsène [Netflix]

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Ormai sanno più o meno tutti che la serie non parla di Lupin, ma di un ladro contemporaneo che si ispira alle sue gesta. Secondo me però quelli della produzione sono stati furbacchioni e hanno scelto il titolo apposta perché hanno previsto che ci sarebbero state polemiche varie da parte dei soliti cialtroni che si fermano al titolo, suscitando pubblicità gratuita. Io personalmente avrei semplicemente intitolato la serie come il sottotitolo (“Nell’ombra di Arsenio”).

A parte questo, la serie è bella e merita. Il protagonista, Assane, è un ganzo: abile, scaltro, astuto, suadente e affascinante, in poche parole è una persona brillante, ma non è perfetto, è anche capace di lasciarsi prendere dall’emozione e commettere errori dettati dal coinvolgimento. L’attore inoltre mi piace molto, sono curioso di vedere altri suoi film o serie. A volte la sceneggiatura sembra rimarcare la sua abilità in maniera eccessiva, ostentando capacità di cogliere il successo in maniera non sempre credibile. Ma i modi con cui risolve le situazioni e atterra sempre in piedi sono in definitiva divertenti e coinvolgenti e in più di un’occasione mi è venuto da applaudire. La storia concettualmente non è originalissima (i ricchi corrotti da una parte, il ragazzo venuto dalla strada che si riscatta dalla sua condizione e vuole giustizia dall’altra) ma è appassionante. Si prova empatia per lui, per la sua storia, per suo padre, e per alcuni dei personaggi che incontra, mentre al contempo la nemesi è il classico cattivo che tutti vorrebbero vedere in galera. C’è una scena in particolare che mi ha commosso e mi sono quasi scese le lacrime, molto triste e cruda, verso la seconda metà.

La prima stagione fila via in un fiato, sono solo cinque puntate. Attendo la prossima.

Voto: 7.5

P.S. Ci sono alcuni difetti che metto in elenco alla fine perché sono SPOILER MINORI e magari non volete leggerli:

  1. Ricollegandomi a quando ho detto che a volte si esagera nel far vincere Assane, c’è per esempio il flashback in cui deruba la riccona fingendosi un ispettore di polizia che le consiglia di affidargli i preziosi che li avrebbe messi al sicuro in commissariato (sì, come no). Dai su, c’è un limite al rimbambimento. Non ho fatto a meno di storcere il naso quando Assane, con la sua parlantina con naso lunghissimo, l’ha convinta a dargli i suoi preziosi. La riccona aggiunge che ha pure un uovo di Fabergè, ma signor poliziotto non vada via, la prego, prenda anche questo e lo metta al sicuro! La mia sospensione dell’incredulità non ce l’ha fatta… addirittura il copione fa mettere a lei in bocca schiettamente che “uh abbiamo preso questi gioielli dal Congo belga, i locali non sapevano di essere seduti su di una fortuna e ne abbiamo approfittato”, per dare l’idea in maniera cheap che se lo merita (per chi non lo sapesse, il colonialismo belga in Congo è stato uno dei periodi più infami della storia europea, tra schiavitù e genocidio). Il problema è che una ricca borghese bianca, consapevole della provenienza delle sue ricchezze, per quanto sciocca, è davvero poco credibile nel confidare tutto ciò a un nero, con non-chalance come se nulla fosse, per averne aiuto.
  2. Sempre a proposito di stupidità… la polizia francese. Alcuni fanno mettere la mano in faccia per il loro scarso acume o la loro inettitudine operativa, altri invece sfiorano l’irritante per quanto sono testardi e cocciuti anche di fronte all’ovvio. L’esempio più eclatante riguarda le ovvie somiglianze tra i casi su cui indagano e i racconti di Lupin, gli anagrammi del nome Arsène Lupin sono palesi, chiunque lo riconoscerebbe dopo che viene fatto notare, però vengono ignorati come se fossero stupidaggini… e non è il solo esempio.
  3. Anche il protagonista ha un blackout poco credibile. Possibile che quando vuole trasmettere in televisione il filmato che incrimina il cattivo, Assane non ne faccia una copia? Possibile che, stante l’annuncio della trasmissione, non abbia previsto che il cattivo avrebbe cercato di mettergli il bastone tra le ruote (soprattutto visto che è potente e controlla i media)? Possibile che, consapevole della potenza di Twitter, che pure ha usato per stuzzicare il pubblico (al punto che un semplice screenshot con commento di un account anonimo diviene un caso nazionale, altra cosa che mi sembra forzata), non ha semplicemente messo in rete il filmato integrale? Questi a mio parere non sono errori comprensibili, soprattutto se il personaggio si è mostrato estremamente furbo e impeccabile fino a quel momento. Stonano terribilmente e rovinano tutto. Non sono neanche paragonabili a quando durante il rapimento si è lasciato scappare la sua identità. Lì l’errore era comprensibile, dettato dall’emozione e dalla rabbia, ci poteva stare. Qui no. È come mostrare il più grande calciatore del mondo, mostrare che non è perfetto e prende un palo a porta vuota… e poi mostrare che non riesce a palleggiare e inciampa sui propri lacci o si fa fregare il pallone da un ubriacone che barcolla. Il primo errore ci può stare, il secondo non è credibile.

Ecco, senza questi difetti non mi sarei limitato a un 7.5 come voto a caldo dopo essermi divorato queste prime puntate su Netflix.