Have faith and trust in me, she said and filled my heart with life

 

She came to me one morning
One lonely Sunday morning
Her long hair flowing in the mid-winter wind
I know not how she found me
For in darkness I was walking
And destruction lay around me
From a fight I could not win
Ah, ah, ah

She asked me name my foe then
I said the need within some men
To fight and kill their brothers without thought of men or God
And I begged her give me horses
To trample down my enemies
So eager was my passion to devour this waste of life
Ah, ah, ah

But she would not think of battle that
Reduces men to animals
So easy to begin and yet impossible to end
For she the mother of all men
Had counciled me so wisely that
I feared to walk alone again
And asked if she would stay
Ah, ah, ah

Oh, lady, lend your hand, I cried
Oh, let me rest here at your side
Have faith and trust in me, she said and filled my heart with life
There is no strength in numbers
I’ve no such misconceptions
But when you need me be assured I won’t be far away
Ah, ah, ah

Thus having spoke she turned away
And though I found no words to say
I stood and watched until I saw her black cloak disappear
My labor is no easier
But now I know I’m not alone
I find new heart each time I think upon that windy day
And if one day she comes to you
Drink deeply from her words so wise
Take courage from her as your prize and say hello for me
Ah, ah, ah, ah, ah, ah

Amaranthe

Partendo dall’idea di “metal truzzo” con enorme spazio dedicato alla melodia e sintetizzatori occasionali, portato avanti da gruppi definiti come “trance metal” o “trancecore” (definizioni con senso?) come i giapponesi Blood Stain Child, i russi Xe-NONE o gli inglesi Enter Shikari, e ispirandosi a gruppi alternative metal connazionali di Gothenbug e dintorni (i Soilwork in particolare dal 2003 in poi; gli ultimi In Flames; gli Engel con il loro mix di alt rock, industrial e melodeath dai quali poi proviene anche il bassista; e soprattutto gli All Ends con il loro heavy rock su cui si adagiano le due potenti vocalist femminile in salsa anni ’80), ecco a voi i “fenomeni” del momento: gli svedesi Amaranthe.

 

Purtroppo non dico che siano praticamente ai livelli di una boyband con i chitarroni ruffiani, la frontwoman gnagna per vendere biglietti e gli altri componenti del gruppo che hanno dei look che mettono assieme numetallari, powermetallri, goticoni, thrasher, punk ecc. per strizzare l’occhio al pubblico, ma siamo quasi a quel livello lì.
Sono un gruppo che fa una sorta di pop/metal(core) melodico con tre voci diverse, una femminile pulita pop che guida le redini, una maschile pulita pop di sostegno e un’altra maschile in growl che sembra starci come i cavoli a merenda. In mezzo ci mettono qualche sintetizzatore e assolo per sembrare moderni e tecnici, ma in realtà non fanno altro che riciclare diversi gruppi messi assieme appositamente. Sono un po’ un collage fatto con lo stampino di stilemi banalissimi e ultra-catchy rubacchiati identici altrove, per sfondare le classifiche. Quel poco che può essere interessante di loro (se proprio ci si vuole trovare qualcosa a parte qualche ritornello carino in salsa europop, un paio di riff riciclati da mille altri gruppi metalcore e qualche assolo power metal) non è nemmeno vera farina del loro sacco. Non hanno nemmeno un lavoro di missaggio realmente degno visto che non sanno bilanciare la compressione vocale in post-produzione, non si distinguono mai i bassi e le tastierine suonano sempre piattissime.

Non so con che coraggio li si possa definire un esempio di apertura musicale e innovazione fuori dagli schemi come ha fatto qualcuno, poi è estremamente tirato accostarli al rock alternativo, all’industrial, al melodic death metal o alla stessa trance (genere elettronico preciso con le sue caratteristiche) come alcune recensioni entusiaste fanno…

E seppur finiscano sempre nelle top chart, dopo una settimana tendono a passar via in sordina. Il loro pubblico non è poi così grande.

A novembre è uscito il loro ultimo disco, che non ho sentito ma volendo si recupera e in caso si stronca subito (già su RYM prende voti bassissimi dagli stessi fan pare, lol) perché sarà sicuramente una fotocopia del predecessore il quale era una fotocopia del disco precedente il quale a sua volta era una fotocopia del disco d’esordio che non è che brillasse per chissà quale originalità dei contenuti. Anche a trovarli orecchiabili, ascolti uno qualsiasi dei loro millemila singoloni a caso e si ha già ascoltato il 99,5% di quel che propongono e rimediato materiale per una scheda biografica.

 

Alcest – Kodama

I francesi, con l’ultimo album “Shelter” sotto l’egida dello studio di registrazione dei Sigur Ròs, sembravano essere approdati definitivamente in territori totalmente acustici e shoegaze, abbandonando il metal. L’album non convinse appieno pubblico e critica, ma sembrava comunque un lavoro di transizione in un percorso ormai avviato e con la meta chiara e ineluttabile, quasi “telefonata”. In questo autunno 2016, però, tornano sui loro passi e con la loro nuova uscita virano dalla rotta intrapresa. Mantengono sempre il loro trademark dolceamaro, ma tornando su sonorità più elettriche e distorte. L’ultimo parto di Neige e soci è un album più “duro”, nel segno delle sonorità più metal che avevano caratterizzato l’originale stile introdotto con “Souvenirs d’un Autre Monde” e soprattutto “Écailles de Lune”. “Kodama” suona più coeso e incisivo del predecessore, ha un songwriting vivo e ispirato, ma non aggiunge nulla di nuovo e può sembrare un “Ecailles de Lune” parte seconda. Ma all’interno della discografia del gruppo, costituisce comunque un episodio positivo, per via di una ritrovata vena ispiratrice, che si traduce in composizioni più incisive e trascinanti, e per via di una grande varietà nella sezione ritmica, soprattutto nella batteria del nuovo acquisto Winterhalter; inoltre, va segnalata l’appassionata prova vocale di Neige, che si dimostra emotivamente versatile, alternando canto pulito e ruggito con disinvoltura, non raggiungendo gli apici emozionali di “Souvenirs” ma confermando la propria maturazione artistica.

Approfondimento.

Deftones – Gore

Prima di proseguire con l’ultimo disco dei Deftones, intitolato “Gore”, bisogna ritornare al 2008, quando il bassista Chi Cheng rimase vittima di un incidente stradale che lo portò in coma. Il gruppo mise in stato di standby il disco a cui stava lavorando in quel momento, “Eros”, con l’intento di pubblicarlo quando Chi Cheng sarebbe tornato a camminare per suonarlo assieme in un nuovo tour, ma purtroppo questa speranza si è infranta nel 2013 con la sua morte. Il fatto si riflette tanto nelle sonorità, più cupe e conflittuali tra loro, quanto nel songwriting, che cerca al tempo stesso di mantenere legami con la propria identità e di andare oltre per proseguire un discorso autonomo. Come a dire che il passato non si dimentica e non si deve dimenticare, ma che bisogna alzare la testa e guardarsi avanti. Il disco è meno raffinato e compatto del predecessore, suona anzi con un piglio un po’ più da jam session e per certi versi più spontaneo, alternando momenti diversi tra fraseggi melodici vicini al dream-pop, passaggi oscuri, riff à-laMeshuggah, refrain che rimescolano melodia e distorsione. Il fulcro di tutto è l’equilibrio tra dinamismo sonoro e atmosfericità, in cui i Deftones sono ormai maestri.
Nel complesso, però, “Gore”, a dispetto del titolo, non torna all’aggressività del passato, anzi appare poco ispirato e convincente quando cerca di concentrarsi sulla durezza. Piuttosto, il disco prosegue con le aperture verso le influenze shoegaze, per mantenere il suono corposo, tra atmosfere sognanti e una raggiunta consapevolezza artistica. Il lato peggiore è probabilmente la produzione, che tende ad appiattire le chitarre e a togliere un po’ di colore alla sezione ritmica, ma non in modo eccessivo.

Approfondimento.

Archive – The False Foundation

L’ultima fatica di Darius Keeler e Danny Griffiths si intitola “The False Foundation” e prosegue il loro stakanovistico lavoro in chiave atmosferica, elettronica e meditata. Il disco segue dei binari introspettivi, tenui sinfonie elettroniche che trasformano i brani in languide sperimentazioni dedicate alla contemplazione. Le basi elettroniche rimangono le stesse, influenzate dall’ambient à-la Brian Eno e dal trip-hop dei Massive Attack (nelle atmosfere lounge ma non nel battito downtempo), ma le stratificazioni si fanno più diradate e strizzano l’occhio anche all’industrial dei Nine Inch Nails dei momenti più melodici e meno distorti. Gli umori sono più cupi e malinconici che mai, trovando punti di contatto tematici e sonori con i Radiohead, la cui influenza rende questo probabilmente uno degli album più intimisti degli Archive. Si viene così a cercare un ibrido fra il minimalismo atmosferico, i droni elettronici e i consueti arrangiamenti eclettici e variopinti della band. Purtroppo l’impresa è ardua e spesso gli inglesi diventano ripetitivi, oppure finiscono per stemperare il potenziale melodico, che cerca di uscire a più riprese, rendendo i pezzi poco più che semplici intermezzi se non riempitivi. Si tratta, quindi, di un nuovo album di transizione, con cui sperimentare particolari soluzioni sonore prima di ricongiungere il tutto in un lavoro più unitario, diretto e melodico.

Approfondimento.