Best music of 2021

Questi sono i dischi che più mi sono piaciuti tra quelli usciti nell’anno da poco passato, generi vari e ordine alfabetico:

  • Anneke van Giersbergen – The Darkest Skies Are the Brightest
  • Arab Strap – As Days Get Dark
  • Beautify Junkyards – Cosmorama
  • Besnard Lakes – The Besnard Lakes Are the Last of the Great Thunderstorm Warnings
  • Colleen – The Tunnel and the Clearing
  • Converge – Bloodmoon: I
  • Deafheaven – Infinite Granite
  • Gatecreeper – An Unexpected Reality
  • Gojira – Fortitude
  • Hante. – Morning Tsunami
  • Kælan Mikla – Undir köldum norðurljósum
  • LICE – WASTELAND: What Ails Our People Is Clear
  • Magdalena Bay – Mercurial World
  • Mastodon – Hushed and Grim
  • Morcheeba – Blackest Blue
  • Rodrigo Amarante – Drama
  • San Salvador – La grande folie
  • Sangre de Muérdago – Xuntas
  • Turnstile – Glow on
  • The Weather Station – Ignorance
  • Wardruna – Kvitravn

Come al solito, chissà quanti dischi che mi piacerebbero un sacco non ho ancora ascoltato e scoprirò in futuro.

Secondo Last.fm, ho ascoltato musica maggiormente di sabato e dalle 18 alle 19. In media ho ascoltato 92 brani al giorno, quello più attivo è stato il 28 dicembre con 337 brani ascoltati. I miei ascolti sono classificati come al 50% mainstream, l’artista meno oscuro è Billie Eilish (ascoltato 1 brano), l’artista più oscuro è William Hibbard (ascoltato 1 brano).

I cinque gruppi che più ho ascoltato a livello di somma di singoli brani ripetuti sono stati:

  • Dead Can Dance (505),
  • Andreas Waldetoft (468),
  • Opeth (450),
  • Evanescence (404),
  • Hooverphonic (355).

I cinque album sono stati:

  • Leftfield – Leftism (276),
  • Andreas Waldetoft – Stellaris (267*),
  • Portishead – Dummy (214),
  • Erik Satie – Erik Satie & Friends (204**),
  • Dead Can Dance – Within the Realm of a Dying Sun (170) pari merito con George Strezov – Surviving Mars Original Soundtrack (170).

*: è la colonna sonora di un videogioco, non tiene conto delle espansioni di quest’ultimo che introducono nuovi brani che però sono registrati a parte (per esempio Stellaris: Leviathans con 56 ascolti).

**: è una compilation con quell’esatto numero di brani, dura circa 10 ore se li si ascolta di fila, perciò finisce in alto nelle statistiche anche se l’ascolto una sola volta mentre mettere su ripetutamente un disco con poche lunghe canzoni non dà lo stesso risultato.

Le cinque canzoni:

  • This Burning Effigy – Pure Complex (61),
  • Leftfield – Original (53),
  • Evanescence – Sweet Sacrifice (43),
  • Code Orange – I Am (42),
  • Evanescence – Where Will You Go (42).

Nota bene che ascoltare ripetutamente una singola canzone inflaziona il conteggio dell’album da cui proviene.

I tag più comuni associati a ciò che ho ascoltato sono: elettronica, rock, trip hop, soundtrack, ambient.

Non ho usufruito delle statistiche di fine anno su Spotify, anche perché non terrebbero conto di ciò che ascolto su Winamp, YouTube o CD, ma soprattutto perché vengono create solo a inizio dicembre e non posso più consultarle mentre Last.fm mi crea una libreria automaticamente cui posso accedere in ogni momento.

Buon anno nuovo con la trilogia reboot di Tomb Raider in regalo su Epic

Fino al 6 gennaio, approfittatene finché siete in tempo.

Notare che la saga reboot ha poco a che vedere con il Tomb Raider originario, e la nuova Lara Croft è praticamente un’altra persona con lo stesso nome. I miei commenti in breve:

Tomb Raider (2013) è divertente, ma la storia è breve, e il gameplay è troppo orientato sull’action shooter in terza persona con qualche elemento platform. Le tombe da esplorare sono solo una parentesi opzionale e striminzita, con enigmi troppo blandi. Anche il lato platform è blando, perché ogni parete su cui arrampicarsi (roccia con piccozza o legno “saltandoci sopra”, in entrambi i casi andando un po’ contro gravità e biomeccanica), ogni punto in cui conficcare le frecce a corda, è evidenziato in maniera plateale per venire incontro al più casual dei giocatori casual, quasi mettendolo sui binari. I personaggi secondari sono mal caratterizzati, in particolare l’equipaggio dell’Endurance è formato da persone che Lara conosce e di cui si dispiace ma nel gioco li incontriamo a salti senza il tempo di legare con loro o immergersi nel contesto. La nuova Lara Croft è un misto tra Ezio Auditore e Rambo: nonostante venga trapassata da parte a parte nell’intestino o cada da altezze rovinose, e pianga tutto il tempo, in pochi minuti diventa capace di arrampicarsi manco Spiderman e di seminare morte e distruzione. Viene presentata come una donna fragile e che cerca l’aiuto degli altri e in particolare del suo mentore, anche se ciò non le impedisce di falciare da sola centinaia di nemici che si incontrano spesso e talvolta sono obbligatori da sfidare (che non si sa bene come riescano a sopravvivere sull’isola con le sue poche risorse per quanti sono). Sostanzialmente c’è un po’ di “dissonanza ludonarrativa“) È possibile in alcune sezioni adottare un approccio un po’ stealth, nel senso che potete cecchinare con l’arco (o il fucile con silenziatore) alcuni nemici ottusi di pattuglia senza metterli in allarme, ma più spesso i combattimenti ricordano un Call of Duty in terza persona. Le dinamiche però sono fluidissime e non ci si accorge di quando si arriva alla fine perché ci si lascia prendere dalla sfida (per quanto facile). Lo scopo finale comunque è salvare la classica fanciulla in pericolo, uccidere il pazzo stronzo e impedire la nascita di un’entità supercattiva potentissima, oltre che trovare il modo di fuggire. Le ambientazioni e le scenografie incontrate sono molto belle, i documenti lasciati in giro che aumentano la lore di sfondo sono buoni. Il sistema focus ha due facce: da un lato toglie il senso di sfida, mostrando praticamente quello che devi fare per procedere e soprattutto dove devi andare; dall’altro, è utilissimo per ripulire un’area in ogni angolino (in ogni caso potete anche scegliere di non usarlo). Il sistema delle abilità è un po’ insensato, davvero devo imparare a raccogliere le frecce scoccate? Evitate i DLC, sono inutili o buggati.

Voto: 7, che può diventare 6.5 dopo aver provato gli altri. Un gioco divertente e non troppo impegnativo che scorre in fretta.

Rise of the Tomb Raider è molto migliore. Innanzitutto la storia è molto più intrigante e suggestiva, il mistero del Profeta che si dipana dalla Siria alla Siberia è appassionante, i retroscena sul padre di Lara e sulle difficoltà che lei sta vivendo danno spessore psicologico al personaggio, e Trinity è un nemico forse banale ma più credibile dei Solari. In particolare Trinity è guidata da dei cattivi molto ben caratterizzati di cui vengono presentate le motivazioni che non sono del tutto in bianco e nero. L’ambientazione di gioco è stata resa più simile a un hub, Lara dovrà esplorare anfratti per raccogliere risorse e sopravvivere in un ambiente ostile e ciò dà un senso di avventura maggiore. Le mappe sono più grandi e c’è molta più carne al fuoco, la storia stessa dura circa il doppio rispetto a TR2013. Graficamente ci sono scenari e paesaggi molto suggestivi (la nave ghiacciata su tutti, gli archivi, la città nascosta). Le tombe sono state molto migliorate, e ora sono più sostanziose per quanto riguarda il design e gli enigmi, anche se rimangono del tutto opzionali. Sono poi state aggiunte tombe minori, chiamate cripte, che sono paragonabili alle tombe del primo gioco quanto a complessità. Il cambiamento maggiore probabilmente è nell’approccio al combattimento, che adesso dà molta più enfasi alle funzioni stealth. Queste sono comunque pensate più per eliminare i nemici senza farsi scoprire, piuttosto che per evitarli sempre, ma per lo meno non siete obbligati a massicci scontri a fuoco ogni 5 minuti. Purtroppo l’IA è carente e non ci vuole nulla ad attrarre uno alla volta i nemici per pugnalarli di nascosto tutti nello stesso punto e dopo che si sono accorti allarmati del cadavere del compagno. Saltare addosso ai nemici dagli alberi o afferrarli da sott’acqua è comunque spettacolare. I DLC stavolta sono tutti ottimi e offrono anche spunti di gameplay alternativo interessanti. Notare che il character design di Lara è cambiato, si notano in particolare il taglio degli occhi meno a mandorla (che non la fa più essere nemmeno somigliante alla Lara originaria) e la struttura dello scheletro.

Voto: 8,5. Un’avventura ricca ed emozionante, con molta rigiocabilità e tanti passi in avanti fatti.

Shadow of the Tomb Raider espande quanto introdotto con Rise. Innanzitutto, gran parte del gioco è dedicato alla sola piacevole esplorazione e risoluzione di enigmi, inoltre gli elementi su cui è possibile operare per arrampicarsi/fare acrobazie sono meno in evidenza (le pareti su cui usare le piccozze si distinguono ancora, ma per lo meno non ci sono più le chiazze di vernice bianca che dicono “qua puoi fare Spiderman”). Ciò lo rende il gioco più vicino ai Tomb Raider originari come meccaniche e atmosfera. Altro elemento espanso: in Rise era stata aggiunta qualche sequenza di nuoto minore, qui il nuoto è frequente e permette l’accesso a molte ricompense; è un altro tratto che riavvicina alla saga originale. Le cripte sono più complesse e affascinanti, le tombe sono monumentali e bellissime. Si raccoglie ancora materiale ma c’è meno aspetto “survival”. I combattimenti sono davvero relativamente pochi, e sono in pratica giusto quelli decisivi necessari a proseguire; inoltre è stato potenziato l’aspetto stealth con la possibilità molto figa di nascondersi nel fogliame sui muri o coperte di fango (tipo Schwarzenegger in Predator). Tutto ciò però non è necessariamente un passo in avanti rispetto a Rise, perché quest’ultimo aveva un giusto equilibrio tra esplorazione e combattimento, mentre Shadow è ben più sbilanciato sulla prima: è semplicemente diverso, e quindi a gusti personali potreste preferire o meno lo spazio minore dato all’azione. Personalmente io l’approvo come proporzioni, ma il gioco è più breve di Rise e quindi alla fine in numeri assoluti qualche scontro in più (dove sfruttare i vari modi di uccidere a sorpresa) mi sarebbe piaciuto averlo. L’IA è stata leggermente migliorata, adesso i nemici talvolta si accorgono se un loro compagno non torna più dalla sua pattuglia o non è più al suo posto, ma è ancora facile sterminare tutti ridendo di loro per quanto sono ignari, facilmente distraibili e impilabili un cadavere di fianco all’altro. Graficamente il gioco è ambivalente: da un lato ci sono effetti di luce, dei capelli e dell’acqua migliori, dall’altro le texture sono peggiorate, in particolare quelle di Lara sono meno dettagliate, e i fuochi da campo sono più blandi. Il nuovo sistema di fotografia sembra fatto apposta per far notare come Lara sia tipo la ragazza più bella del mondo, sebbene i nuovi capelli e gli occhioni la rendano un po’ cartoonesca. La storia è più breve e un po’ meno appassionante di quella di Rise, anche se più lunga di TR2013: il cattivo ha tratti interessanti ma globalmente ha meno spessore (non so andare nel dettaglio senza spoilerare), i vari documenti che si trovano in giro non sono per niente interessanti (i dettagli dell’esploratore sperduto e le nozioni che Lara dà della mitologia pre-colombiana quando trova i monumenti), quando invece in Rise erano ben più avvincenti. La popolazione nativa è molto pittoresca e ci sono dialoghi davvero saporiti con vari NPC minori, in particolare ho apprezzato le storie raccontate dai “diseredati”, ma al tempo stesso c’è meno senso di selvaggio e sperduto (anzi, è tutto a un passo dalla civiltà alla fine, e il fatto che Lara conversi normalmente con tutti come se fosse a casa sua tra i suoi amici è meno credibile che in Rise). Il sistema di hub ha alcuni aspetti molto positivi, nella fattispecie è vitale e c’è sempre qualcosa da fare, ma per altri elementi è peggiorato perché molte fetch quest sono di poco conto e le aree principali quanto a spettacolarità non sono altrettanto intriganti che in Rise (bilanciate però dalle tombe fantastiche). In definitiva io tendo a preferire Rise con qualche margine. I DLC questa volta consistono in tombe addizionali da esplorare, purtroppo mancano opzioni alternative come quelle mostrate in Rise che erano davvero buone idee e sarebbe stato interessante riproporre. Il sistema di abilità è meno agevole, e con un settore quasi inutile visto che ci sono pochi combattimenti. Non sembra esserci stata molta crescita personale per Lara, che anzi per certi versi sembra meno evoluta che in Rise, certamente non dà la sensazione di progresso interiore che si aveva alla fine del secondo gioco, e in alcuni momenti sembra essere tornata la contraddittoria ragazza che prima scoppia in lacrime e un attimo dopo si comporta da Rambo come se nulla fosse successo. Da un lato quindi è una personalità che spinge a empatizzare per le vicende negative che affronta e i suoi sensi di colpa, acquisendo colore e spessore; dall’altro è una superdonna tostissima capace di imprese mirabolanti più adatte a un film d’azione, e ciò risulta in un po’ di inconsistenza.

Voto: 8-. Un’avventura immersiva e monumentale, pur con qualche difetto.

P.S. perché le rocce a strapiombo dove passa Lara sono così spesso fatte di pastafrolla bagnata? Basta un piede che si staccano interi pezzi lì vicino, come le fette biscottate che immergo troppo a lungo nel tè caldo. Drammatico ma un po’ troppo stereotipato.

Sangre de Muérdago – Xuntas

Sangre de Muérdago sono un gruppo dark folk galiziano. Le partiture sono malinconiche ed elaborate, con una particolare ricerca nel suono dovuto all’interazione tra molteplici strumenti tradizionali e moderni. I testi, in lingua gallega, spesso lasciano il posto a dialoghi strumentali molto evocativi e ne risultano atmosfere nostalgiche che invocano una ricerca del contatto con la natura. L’ultimo Xuntas, incentrato com’è sulle struggenti viole di sottofondo, i duetti di clarinetto, chitarra e percussioni, assume inoltre un tocco al tempo stesso quasi cameristico e molto rurale. Se queste sonorità vi affascinano, e cercate qualcosa di contemplativo e malinconico (seppur un pizzico ripetitivo), provate questo disco che è tra le mie scelte preferite del 2021.

(approfondimento)

Tetrarch – Unstable

I Tetrarch sono tra gli ultimi protagonisti di un vero e proprio rinascimento del nu-metal. Nello stile del gruppo le influenze principali sono i Korn (nelle atmosfere oscure, nel marchio di fabbrica del riffing e dei breakdown, nei riverberi taglienti di sottofondo, negli umori nevrotici che ogni tanto emergono) e i Linkin Park (per l’approccio compositivo schematico e il cantante Josh Fore che ricalca il timbro di Chester Bennington), ma senza aperture rap, senza distensioni emotive con canto pulito, con più varietà nel repertorio di riff e ritornelli, e una vena meno pop). Ogni tanto poi si intravedono spunti che ricordano gli Slipknot, i Machine Head, Marilyn Manson e in parte il metalcore. Il loro ultimo disco “Unstable” è molto accattivante e trascinante, sebbene derivativo, e piacerà molto ai fan del genere che cercano un fedele manuale per il nu-metal.

(approfondimento)

Black Tape for a Blue Girl – The Cleft Serpent

Ritorna Sam Rosenthal con il suo storico progetto Black Tape For A Blue Girl. Il nuovo album si intitola “The Cleft Serpent” e si pone come seguito complementare del buon precedente “To Touch the Milky Way“. Entrambi i dischi colpiscono con forte emotività e tonalità tragiche, sviluppando profondi soundscape in cui il suono è rallentato e dilatato per dare enfasi alla sua carica espressiva. La differenza maggiore è che anziché composizioni monumentali dai vertici solenni spaccati da un certo senso di angoscia e di sublime, l’evocatività qui si fa più terrena e desolata, quasi abbandonata a sé stessa. Anche gli arrangiamenti sono scarnificati, consistendo in partiture di violoncello e tastiera su cui si staglia la voce di Jon DeRosa, dal timbro simile a quello di Brendan Perry. Il tocco di Sam Rosenthal è personale come sempre, purtroppo non sempre la qualità della scrittura delle canzoni è costante, le migliori sono concentrate all’inizio per poi farsi talvolta monotone e prevedibili. Il disco è per i fan un gradito ritorno del personale marchio di fabbrica di Rosenthal, ma nella sua discografia è un’opera minore.

(approfondimento)

Ferrarermo

Un interessante studio giapponese di un anno fa sulle funzionalità di un gene dei pomodori chiamato RIN, che sta per “Ripening INhibitor”, inibitore della maturazione: https://academic.oup.com/plphys/article/183/1/80/6116388

Per la precisione, RIN è un gene che regola la trascrizione di altri geni ed è oggetto di numerosi studi a scopo di miglioramento agronomico.

Nell’immagine dal paper vediamo quattro colonne che rappresentano quattro varianti genetiche della varietà di pomodoro di Ailsa Craig:

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Nella prima c’è il frutto di una piantina normale non toccata, che funge da controllo (“wild type” non vuol dire che è un pomodoro selvatico, è un normale pomodoro domestico, il termine indica che il fenotipo del gene indagato è quello più comune in natura, è un riferimento). Il frutto del pomodoro matura col suo colore pieno, la polpa diventa progressivamente più morbida e sugosa, si accumulano sostanze come carotenoidi e licopeni, la parete delle cellule vegetali si distente, il frutto acquisisce i suoi aromi e il suo sapore. Ma dopo un po’ di tempo la polpa inizia a rammollirsi, il pomodorino diventerà molliccio per poi guastarsi. Questo in particolare è durato 2 mesi prima di incresparsi, cultivar diverse sono selezionate con gradi diversi di maturazione.
A livello merceologico controllare la maturazione di un qualsiasi frutto è importante, per evitare sprechi alimentari.

Nella seconda c’è una variante spontanea del gene, un allele detto rin: il pomodoro non matura, i licopeni non si accumulano, nello stesso periodo il frutto rimane duro e verde. Questa variante è nota da tempo, i frutti con questo fenotipo durano molti mesi prima di marcire e vengono incrociati con altre cultivar per aumentarne la durata nei frutti, ed è utile come confronto.

Nella terza il gene è stato reso inattivo (KO sta per knocked out) mediante la tecnica CRISPR/Cas9 e come risultato il frutto si affloscia subito per poi marcire rapidamente, con parziale arrossamento. Le pareti cellulari del pomodoro risultano degradate a un ritmo molto più accelerato rispetto alla prima colonna. Ciò fa capire che il gene controlla l’andamento del processo ed evita che il frutto si ammolli rapidamente quando matura troppo in fretta. RIN è indispensabile per far maturare adeguatamente il pomodoro senza che si oltrepassi il picco di maturazione e il frutto inizi a rammollirsi, ma non per iniziare il processo stesso, che non regola. In biologia molecolare è comune studiare il funzionamento dei geni mediante knockout.

Nella quarta i ricercatori hanno prima analizzato come la struttura del gene influenza questi tratti e poi, sempre tramite CRISPR, hanno ottenuto una nuova variante del gene che porta a compimento il processo di maturazione e accumula sostanze come i licopeni ma dilaziona il passaggio successivo in cui il frutto si affloscia.
Il pomodorino rimane sodo e compatto fino a due mesi dopo rispetto alla prima colonna.
E, aggiungono i ricercatori, c’è margine di ricerca per modulare l’attività di questo fattore di trascrizione e quindi la durata della fase ottimale di maturazione prima del rammollimento.

Anneke Van Giersbergen – The Darkest Skies Are The Brightest

Messe da parte le schitarrate rockeggianti dell’ultimo album in studio “Drive” e le orchestrazioni del live album “Symphonized”, Anneke Van Giersbergen si dedica questa volta a un folk acustico delicato ed essenziale e si rivela più ispirata che mai con “The Darkest Skies Are The Brightest”. La cantante dei Paesi Bassi interpreta efficacemente umori differenti, con un retrogusto velatamente malinconico, ma più spesso apertamente gioioso e solare. Si notano ogni tanto inserti d’archi e qualche piccolo occasionale spruzzo di elettronica, ma globalmente a condurre le redini è la chitarra acustica, che gravita attorno all’ugola trascinante e carismatica di Van Giersbergen: le composizioni sono congegnate principalmente per metterla in risalto, sia negli acuti vellutati ma decisi, che nelle nenie più avvolgenti. Davvero un’eccellente prova.

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Enshine – Transcending Fire

Gli Enshine sono un gruppo death/doom-metal proveniente dalla Svezia e nato in parte dalle ceneri di due formazioni effimere, i post-metaller AtomA e i gothster Slumber. Nel 2013 e nel 2015 escono gli unici album, “Origin” e “Singularity”, molto simili, ben accolti da pubblico e critica. Sono dischi dalla sezione ritmica monolitica, con chitarre magmatiche a costruire le atmosfere imponenti e cosmiche su cui si staglia il growling oltretombale di Sébastien Pierre. Lavori profondamente influenzati dal doom atmosferico e dal death melodico. Dopodiché il gruppo entra in pausa per tornare solo nel 2021 con l’Ep “Transcending Fire”.

Lo stile nel frattempo si è evoluto, espandendo il proprio lato melodico. Nella fattispecie introducendo maggiori distensioni, qualche intervento di voce pulita accanto al growl, dando maggior spazio a inserti acustici e di tastiera, ma soprattutto puntando su arrangiamenti più rifiniti, immediati e atmosferici, ma senza scadere in facilonerie o rinunciare alla ricercatezza espressiva.
Gli Enshine lambiscono un gothic-metal deciso ed emotivo, in cui si possono ritrovare anche alcune somiglianze con i primi Anathema, ma tutto è reso personale dallo stile del gruppo, rimasto viscerale fin dalle radici.

Il principale pregio degli Enshine è nelle idee melodiche tra riff e ritornelli. “Ascend”, in particolare, è uno strumentale in cui l’elettronica e le chitarre, quasi tutte a cura del polistrumentista (nonché produttore) Jari Lindholm, dipingono scenari celestiali che ricordano gli Alcest, mentre l’altra instrumental “Constellation” è la versione interamente acustica di un brano del primo album. La title track (in cui si nota anche l’egregio basso di Siavosh Bigonah) e “Awake in Void”, invece, lasciano spazio all’interpretazione canora di Pierre, che alterna ruggiti feroci e tonalità pulite e malinconiche.

The King

Film su Netflix che romanza (molto) la vita di re Enrico V d’Inghilterra, quello della battaglia di Azincourt.

Enrico è ritratto prima come principe ribelle, sregolato, scontroso e taciturno, auto-allontanatosi dalla corte per condurre una vita sregolata, roso dai conflitti interiori, ma saggio, tenace, desideroso di pace e dal cuore saldo (in realtà storicamente fu tutt’altro che pacifista ma il film si inventa molte cose). Il giovane Enrico, soprannominato Hal, riesce a vedere prima di tutti la rovina dietro le politiche del padre, e l’avventatezza nel desiderio di mettersi in mostra del fratello minore. Cerca di fare la cosa giusta, ma è in una posizione impotente.

Una volta divenuto re, avendo l’occasione di poter cambiare le cose, lascia da parte la sua vita precedente e decide di maturare; ma la maturazione, la crescita, non giungono dopo singoli eventi importanti (come un’incoronazione e la presa di coscienza sul proprio ruolo), bensì attraverso un lungo percorso ad ostacoli che non tardano a manifestarsi. Enrico si mostra in costante conflitto fra la determinazione e l’insicurezza, fra la volontà di perseguire un obiettivo lontano e l’indecisione su come raggiungerlo, fra la consapevolezza di potersi fidare di pochi e la vulnerabilità dettata dall’inesperienza politica. La sua purezza di ideali lo rende bersaglio di intrighi, tramutandosi in una medaglia a due facce: il bisogno di avere fiducia in qualcuno, la necessità della fedeltà dagli altri, gli porteranno sia successi che sconfitte, e metteranno in luce i suoi punti più vulnerabili, i limiti della sua saggezza e la sua volubilità. Le prospettive da re sono molto differenti.

Il clero è dipinto come viziato, arrogante, incompetente e parassitico.

I francesi sono rappresentati come infidi, crudeli e incompetenti, o meglio, in particolare è dipinto così il delfino di Francia (che nella realtà era tutt’altro che spavaldo e bellicoso come mostrato nel film, e nemmeno partecipò alla battaglia, ma vale quanto detto prima). Nel finale però si capiscono le motivazioni dietro al loro atteggiamento sprezzante con un colpo di scena.

Doppiaggio ottimo, personaggi molto carismatici, scenografie semplici ma efficaci. La battaglia di Azincourt è rappresentata in modo più breve di quanto si potrebbe pensare, ma è solo uno strumento per mostrare la crescita di Enrico e non lo scopo della pellicola (e anche per questo, lo avrete capito, contiene imprecisioni storiche).

Dal punto di vista della fedeltà alla storia, come avrete capito, c’è molto poco di esatto durante le oltre 2 ore di The King. A parte questo, come narrativa guardatelo.

Voto: 7.5 se vi interessa una fiction di intrighi e crescita interiore, 5 se ci tenete alla veridicità e al dramma storico.

AFI – Bodies

Dopo quattro anni di attesa, gli statunitensi AFI decidono di scoprire le carte in tavola e aprirsi del tutto al loro amore per le sonorità wave anni 80, con numerosi giri melodici che ricordano Cure, Joy Division, Smiths, e persino qualche incrocio tra Depeche Mode e Misfits. Il gruppo alterna pezzi forse non brillanti, ma genuini, ispirati nelle tonalità e negli umori, in cui la fedeltà sincera e appassionata a certe sonorità è apprezzabile; ad altri che suonano rattoppati, con pochi spunti melodici senza troppa convinzione e mordente. Gli AFI hanno però trovato gli ingredienti a loro più congeniali e si può riporre fiducia nel futuro.

(approfondimento)