Protetto: La scimmia che è in noi

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Alien: Covenant

Avvertenza spoiler.

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Se c’è una cosa che rendeva affascinante l’originale Alien più di tutto, era il senso di mistero attorno allo xenomorfo: qualcosa di insondabile, di inquietante, una creatura del buio quanto più lontana dall’umanità e che al tempo stesso ci ricorda ciò che, dentro noi stessi, riflette la sua natura. Alieno, per l’appunto.

Dopo quattro film, innumerevoli videogiochi, fumetti e libri, due spin-off crossover e un prequel, ormai dello xenomorfo si conoscono persino il codice fiscale e il PIN del cellulare. Rimane solo da usarlo come attaccabrighe in qualche cosa senza pretese che non siano il menarsi a vicenda, tipo Alien vs Predator. Ha senso continuare ad aggiungere dettagli sulle sue origini, sulla sua natura, togliendogli proprio quell’alone di incognito che ne aveva caratterizzato l’identità? Ha senso rendere sempre meno alieno l’alieno per antonomasia?

Già per questa premessa Alien: Covenant parte male. Eppure voler esplicitare che fosse opera di bioingegneria, come sospettato per decenni e praticamente rivelato in Prometheus, alla fine di per sé non è una cosa malvagia (anche perché è l’unica strada possibile per motivare l’esistenza di una creatura tanto in disequilibrio con l’ambiente che la circonda, in natura un animale del genere estinguerebbe tutte le prede e gli ospiti per la riproduzione condannando sé stessa, è un’arma). E potrebbe, volendo, riallacciarsi al discorso di timore verso le biotecnologie, già accennato in Alien: Resurrection che però alla fine si tramutava in una scusa per vedere un po’ di azione, tensione e spargimento di sangue acido.

Ma mettere tutta l’origine dello xenomorfo nelle mani di David appare il salto più lungo della gamba. Un colpo di scena (telefonato) che appare forzato, poco credibile, lascia buchi aperti nella trama, toglie spessore allo xenomorfo e fa sembrare tutta la vicenda sboronica (come già tutta la sostanza nera che si trasforma in moscerini o in enormi meduse o altro ancora in pochi minuti, e che era fra i lati peggiori già di Prometheus).

Nonostante ciò, l’interpretazione di Michael Fassbender sia come David 8 che come Walter è molto buona e il suo personaggio è il meglio caratterizzato di tutti. A non andar bene è il contesto.

L’equipaggio della Covenant richiama alla mente i colletti blu della Nostromo, solo in versione pionieri coloniali piuttosto che operai trasportatori. Ma i personaggi sembrano tutte macchiette che timbrano il cartellino, messi lì tanto per dire “visto? sono gente comune come voi, come nel primo film!”. Daniels cerca di sembrare la Ripley della situazione, ma appare forzata e priva del medesimo carisma; si differenzia perché più che rispettare i protocolli, la sua diffidenza verso il pianeta di origine del segnale è dovuta a istinto; e perché nel finale si trasforma in una super eroina, mentre Ripley riusciva in quel che riusciva nonostante la sua fragilità umana e anche questo rendeva grande il suo personaggio.

Tutta la parte dei protomorfi appare abbozzata, appena accennata, come se fosse solo un riempitivo di contorno al fulcro della storia che è David. In effetti, il film si chiama Alien, ma di Alien c’è ben poco e meramente in superficie, quando compare lo xenomorfo vero e proprio non porta con sé alcun significato. È una comparsa funzionale a spargere sangue e basta. Tutto il film è incentrato sui personaggi interpretati da Fassbender, veri protagonisti. A mio parere Ridley Scott, se voleva parlare del rapporto tra uomo e macchina, e andare di contrasti tra il tecnofilo e tecnofobico con il confronto/scontro tra David 8 e Walter, avrebbe fatto meglio a creare qualcosa di nuovo da 0.

Per il resto, sono carini i riferimenti velati a Blade Runner (il discorso del “più umano dell’umano”) e le citazioni alla pellicola originaria, il trailer era enormemente spoileroso, i personaggi come al solito non brillano per furbizia (perché i pionieri spaziali devono sempre toccare e sniffare tutto quel che trovano su un pianeta alieno?), alcuni dettagli horrorifici sono ben congegnati per suscitare raccapriccio e si capisce dove va a parare il film mezz’ora prima di ogni avvenimento.

The Birthday Massacre – Under Your Spell [2017, Metropolis Records]

Nei primi anni di carriera i Birthday Massacre hanno pubblicato album solidi e accattivanti, in bilico tra new wavesynth-pop, darkwave e chitarroni di stampo industrial-rock. Sono lavori insaporiti di sfumature retrò, che cercano anche di suonare moderni e mai stantii. Negli ultimi anni, però, la loro proposta ha iniziato a perdere di energia e le “hit” melodiche si sono diradate e fatte meno incisive. Il nuovo disco “Under Your Spell” non si discosta molto da queste coordinate. Non sarebbe di per sé un problema il fatto che i Birthday Massacre tendano a ripetersi e a rinnovarsi poco, ma è un problema il fatto che ciò viene accompagnato da una minore quantità di idee messe a cuocere. Tutti gli ultimi album offrono qualche canzone godibile, convincente, ma in mezzo a tanto materiale più anonimo, in cui occasionalmente emergono guizzi melodici che potevano essere approfonditi. Gli arrangiamenti si fanno più piatti e la stessa espressività canora di Chibi è diventata più monotona e meno ispirata. Ed è come smussare la punta di diamante del gruppo. Sembra come se i contenuti siano stirati, per arrivare alla lunghezza di un Lp, mentre degli Ep sarebbero forse stati più in sintonia con l’ispirazione del gruppo. I fan avranno di che apprezzare (soprattutto l’opening “One” che gradisco assai), ma chi fosse interessato a conoscere la proposta dei canadesi farebbe meglio ad acquistare prima i più briosi dischi iniziali.

Approfondimento.

AFI – The Blood Album [Concord, 2017]

Decimo disco in studio degli A.F.I. per la simbolica stellina sullo scudetto, questo “Blood Album” adotta un approccio riepilogativo, ripercorrendo anche i lontani primi album con l’intento di riprenderne alcuni elementi (la grinta tra punk-rock e hardcore melodico, le prime influenze goth-rock derivanti dall’horror-punk) che vengono miscelati al discorso intrapreso con gli ultimi dischi. In pratica una strizzatina d’occhio ai fan originali del gruppo, senza perdere di vista quelli più recenti.
Purtroppo, forse proprio per via della sintesi, non vengono rievocate del tutto le qualità che quei dischi, pur ancora molto acerbi, mostravano: cioè la potenza capace anche di forte emozionalità, l’energia viscerale e genuina. Più che a esaltare la melodia più mainstream degli ultimi tempi con l’energia degli esordi, la band sembra invece dedita a stemperare l’energia con l’accessibilità al grande pubblico. Ciò non è per forza un male, difatti nei suoi momenti migliori l’album si mostra davvero orecchiabile e può spingere i fan degli ultimi tempi ad approfondire la discografia del gruppo. Ma altrove l’album suona prevedibile e ripetitivo. Un lavoro che non mostra la maturità che ci si aspetterebbe da una formazione con oltre 20 anni di carriera alle spalle, e non ne reinventa lo stile trovando il giusto equilibrio tra presente e passato.

Approfondimenti.

Kairon; IRSE! – Ruination [Svart Records, 2017]

I finlandesi Kairon; IRSE! sono una delle novità più talentuose e promettenti degli ultimi anni in campo psichedelico e post-rock. Il gruppo aggiorna la formula altrimenti abusata e stereotipata del post-rock tramite distorsioni lisergiche e stratificazioni atmosferiche. Queste ultime, oltre a strizzare fortemente l’occhio ai muri sonori degli shoegazer, danno un tocco spaziale e in parte sinfonico ai pezzi. L’ultimo “Ruination” sviluppa lo stile del gruppo accentuando il lato atmosferico e gli sviluppi poliedrici dei brani, confluendo così verso un originale crogiolo prog-rock altamente psichedelico ed etereo. Prodotto da Juho Vanhanen degli Oranssi Pazuzu, il disco si rivela relativamente più soft e meno spiazzante dei predecessori, ma anche più strutturato e certosino, reinterpretando i gruppi inglesi anni 70 (Yes, King Crimson, Pink Floyd). Si rivelano preziosi anche i contrappunti sonori dell’ospite Andreas Heino, al sassofono e al clarinetto. Le parti vocali di Dmitry Melet sono ridotte al minimo, e quasi solo in falsetto, lasciando invece le redini dei pezzi ai soundscape psichedelici dipinti dagli strumenti. In questo mantengono la loro efficacia tanto nei momenti più trascinanti quanto in quelli più placidi. Una gradita conferma per il combo finlandese e una delle uscite più interessanti dell’anno.

Approfondimenti.

“Il cyberpunk ha ucciso la fantascienza perché è troppo realistico”

Dal gruppo Facebook “fantascienza”:

Le uniche risposte possibili per ciascuno dei due le lascio al Maggiore:

P.S.

Ho scoperto oggi che il 30 maggio è stata pubblicata l’intera Trilogia dello Sprawl di William Gibson in un unico volume. La cosa gustosa è che dai rivenditori online costa solamente 12 €, ovvero si hanno Neuromancer, Count Zero e Mona Lisa Overdrive tutti assieme a praticamente 4 € l’uno. E meritano già al prezzo normale che hanno da separati.

Congratulazioni per la tua rasatura, Shinji

Una parodia delle congratulazioni a Shinji se Evangelion fosse stato una serie animata anni ’30, tipo in stile fratelli Fleischer (notare Asuka in versione Rebuild 3.0 spoiler harlockiano):

Poi ho scoperto questi spot pubblicitari:

E niente, è qualcosa di so bad it’s good.