Radiohead

(nota: se vi fa cagare la monografia abbiate pazienza, l’ho scritta molti anni fa)

Originariamente i Radiohead avevano il nome di On a Friday, ma quel quintetto inglese decise di cambiarlo in onore di una vecchia canzone degli storici Talking Heads. Il gruppo era (ed è) composto da Thom Yorke, che si presenta come un cantante di buon livello, dalla voce dotata di personalità e carica nel proporre anche alcuni falsetti volutamente stonati in maniera leggera per ottenere un effetto particolareggiato; il batterista Phil Selway, discreto ed efficiente esecutore dietro le pelli che vedremo acquisterà in futuro sempre più polivalenza e spessore nel suo ruolo; il chitarrista Jon Greenwood, principale esecutore di uno stile brioso ed incalzante anche se ancora acerbo (ma in futuro sorprenderà per la sua versatilità stilistica); suo fratello Colin, altro elemento della sezione ritmica, in questo caso il basso; Ed O’ Brien, secondo chitarrista nonché voce secondaria di supporto a Thom. Dopo qualche esperienza iniziale nell’underground inglese e l’incisione di un singolo abbastanza scialbo (Pop Is Dead), i cinque ottengono l’attenzione della Parlophone che li scrittura e li promuove per la realizzazione del disco d’esordio.Così si creò la situazione di partenza del gruppo che alla fine, nel 1993, diede alla luce quest’album, primo di una discografia che seppe guadagnarsi ampi consensi di pubblico e di critica.

Perchè i Radiohead sono così famosi? Per il loro stile sperimentale e innovativo, che ha toccato l’elettronica d’avanguardia e rappresentato la punta di diamante del rock alternativo inglese dei successivi quindici anni di attività della formazione. Uno stile condito dalle più svariate influenze, dalla psichedelia all’ambient, passando anche per il jazz in alcune occasioni. Ma all’inizio i Radiohead non erano così, nei loro primi album non vi era ancora traccia di questi attributi, nessunissima. Erano ancora una modesta band britpop nata in piena epoca grunge, che riprendeva la lezione degli Smiths e dei R.E.M. e la seguiva abbinandola al loro campionario di influenze di matrice inglese (e non, come nell’apporto dato dagli U2 seppur provenienti dalla vicina Irlanda).

È il caso in particolare di Pablo Honey, puro e divertente pop rock, con cui gli inglesi hanno saputo proporre brani al tempo stesso semplici e accattivanti, con diverse canzoni altamente orecchiabili. Ma nell’album i Radiohead non raggiungono mai altissimi livelli, mostrando ancora tutta la loro inesperienza con un songwriting ancora acerbo e che necessita di maggiore caratterizzazione e maturità nello stile.

Insomma, i Radiohead per il momento non reggono ancora il confronto sulla lunga durata, alternando nel disco buoni momenti ad altri tutto sommato trascurabili, questi ultimi concentrati nella parte centrale dell’album che dopo un buon inizio solo in seguito riesce a risollevarsi (va dato atto però che gli inglesi non lasciano che si peggiori ancora di più e invece ci rifilano una conclusione in crescendo).

Non per certe lacune in ogni caso Pablo Honey va buttato: ci saranno stati sicuramente dischi migliori, ma se non si hanno troppe pretese e si chiude un occhio su un certo appiattimento nel songwriting nel corso dell’ascolto si scopre un album tutto sommato vitale e divertente. Il meglio in casa Radiohead però deve ancora arrivare.

Con The Bends i Radiohead danno alla luce al tempo stesso ad uno dei gioielli degli anni ’90 del moderno panorama rock/pop inglese, uno dei dischi più apprezzati dagli esponenti delle successive ondate di gruppi inquadrati nel calderone del “rock alternativo” e infine l’album forse più seminale di tutti nel dettare ciò che il pop inglese odierno avrebbe in seguito potuto dire – e che ha detto o meno.

Dopo il precedente Pablo Honey, i Radiohead hanno intrapreso una strada più riflessiva anche nei momenti di rock schitarrato, meno esuberante come agli inizi, dalle sonorità più mature e definite. Lo si intravede anche nei testi, che iniziano a trasmettere i primi accenni di quella che sarebbe diventato il tipico disagio concettuale del quintetto londinese. La chitarra classica è una presenza costante nel disco, indispensabile strumento per ricreare delle ben definite sonorità e delle ben definite sensazioni da trasmettere che Yorke & soci hanno in mente con una visione chiara e netta.

Il rock accattivante senza sembrare banale, il pop britannico in tutta la sua genuinità, la dolcezza tanto in accordi acustici quanto in arpeggi clean, l’espressione lirica delle ultime generazioni giovanili, l’emotività particolarmente vissuta anche nei momenti in cui sembra più sfuggente, l’interpretazione ricca sia quando semplice sia quando ricercata: questi sono gli ingredienti con cui i Radiohead iniziano a scrivere la storia recente del rock inglese. Con le loro successive evoluzioni sperimentali, grazie al coraggio nel mostrare cambi di sonorità in modo ben netto, alla profondità della loro ingannevole freddezza elettronica, alla loro espressione del disagio contemporaneo, ne avrebbero avuto abbastanza da entrare nella storia della musica.
Ma forse, la caratteristica che più li avrebbe resi speciali dopo tanti anni è che in ogni loro album hanno sempre fatto ciò che volevano, indifferenti alle mode, ai giudizi della critica e ai desideri delle masse, seguendo solo ciò che si sentivano di dire, dal profondo del loro cuore o dagli anfratti più riflessivi della loro mente. The Bends è solo l’inizio di questo percorso in crescendo, è come una particolare sostanza sonora immersa in un fluido musicale già incorporato con naturalezza ma pronto ad essere rimodellato e trasfigurato, trasferendo questo “soluto” in una nuova miscela. The Bends è un classico dei Radiohead oltre che il punto di riferimento più ricercato fra quelli con cui tutto il britpop venuto successivamente si sarebbe dovuto confrontare.

Da queste basi di partenza nel 1997 salta fuori Ok Computer.

Nessuno si sarebbe immaginato una tale evoluzione dopo soli due album da parte di “quelli di Creep”: eppure la differenza fra Pablo Honey e Ok Computer c’è ed è grande. Ma forse nessuno si sarebbe immaginato che questa differenza avrebbe partorito uno degli album più importanti di tutta la storia del rock inglese e del mondo pop/rock alternativo, andando oltre i consueti canoni britpop e scardinandone ogni concetto.
Ora, i Radiohead irrompono con un masterpiece raffinato ed innovativo dell’Alternative Rock, musicalità ricercata abbinata a testi profondi e sporcata da una matrice a suo modo “progressiva”, oltre che attorniata da un contorno psichedelico sia musicale che extra-musicale (i disegni del booklet, i testi scritti con dei caratteri “impazziti”, tutta un’aura di alienazione attorno al disco) e tinta di una componente elettronica non midollare, ma presente, a scapito invece dell’elemento acustico che pur non sparendo è comunque diminuito rispetto al precedente lavoro. Infine, quell’ormai radicato senso di malinconia insito in tutta la loro musica, senza dimenticare il lato più pop melodico del gruppo, ormai proiettato verso una dimensione più “futurista” e spiazzante.
All’epoca Ok Computer sbalordì pubblico e critica con la sua ricchezza musicale (a volte in maniera un po’ esagerata, ma è un altro discorso annoso), soprattutto si rivelò influente e seminale per molti gruppi che dai Radiohead hanno attinto molto a livello musicale.

Ogni canzone segna una piccola perla di raffinatezza melodica, introspezione ermetica ed alienazione sonora. L’impianto ritmico edifica impalcature essenziali per dar sfogo alla creatività delle chitarre, Thom Yorke diviene una delle voci storiche degli anni ’90, grazie soprattutto al suo utilizzare anche linee vocali volutamente leggermente stonate per meglio esprimere le canzoni. La sensazione primaria è che i Radiohead volessero sdoganarsi da quell’immagine di “gruppo adolescenziale” che gli venne affibiata ai tempi di Creep, ma la genuina poliedricità sonora dei radiotesta sembra voler abbattere ogni preconcetto e andare anche più in là – come si vedrà nel resto della loro discografia.

Ogni dubbio sull’importanza dei Radiohead dopo aver ascoltato Ok Computer può comunque essere appianato dalla bontà delle canzoni, perennemente su alti livelli senza stonare neanche nei cambi di registro più netti – che anzi, conferiscono ulteriore spessore caratterizzativo e personalità al disco.
Passando in rassegna tutti i gruppi che dagli esordi a questo momento li hanno ispirati, e cioè gente come Talking Heads, The Smiths, R.E.M., U2, Pink Floyd ecc. ci si rende conto che i Radiohead hanno ormai superato il concetto di influenza, hanno varcato la soglia dell’innovazione e hanno reinventato il britpop inglese divenendo dei vati per la scena alternativa britannica e non. Ma le sorprese non finiranno qui.


Thom Yorke e soci non si sono mai fermati, ma anzi hanno sempre stupito con la loro capacità di stravolgere la loro musica e trarne fuori sempre delle pietre miliari della storia Rock inglese. Il loro coraggio emerge in tutta la sua forma nel 2000 con Kid A, lavoro controverso per la band, che da un lato accolse gli elogi di parte della critica specializzata e del pubblico per il suo concetto elettronico d’avanguardia, l’enorme voglia di osare e la sperimentazione progressiva del loro rock ormai stravolto, decostruito e rimontato completamente; dall’altro annoiò chi, come i fan di vecchia data, maggiormente legati ai primi dischi, diffidò dell’opera di quest’album tanto diverso dal pop/rock degli esordi, rimanendo tediati e delusi da questa nuova fatica e facendo così venire alla luce uno scetticismo che veniva covato già con i momenti più relativamente sperimentali di Ok Computer.

Ma gruppi che hanno creato in un così esiguo numero di dischi delle opere tanto diverse sono più unici che rari, ed è comprensibile che la fascia degli ascoltatori di musica più easy listening possano non apprezzare un cambiamento tanto netto così come non riescano a digerire sonorità molto più sperimentali, ambientali, psichedeliche, malinconiche e aliene del brio spontaneo di un Pablo Honey o della genuinità melodica di un The Bends.
Ciò che però viene ingiustamente ignorato in questo modo è il merito dei Radiohead di non rimanere legati ad un canone, di ridare linfa vitale al settore mainstream in un decennio spesso accusato di difettare di innovazione, originalità e personalità, di classici di qualità, di band valide – solo perché ci si ferma alla buccia esterna del panorama inglese dove si raccolgono le proposte più banalizzate e derivative da clichè stilistici abusati, senza provare ad esplorare nuove realtà musicali.

In questo Kid A, i Radiohead rielaborano l’ambient di artisti come il seminale Brian Eno (strizzando l’occhio anche alle sue collaborazioni con gli U2), l’elettronica intelligente di compositori come Aphex Twin o Autechre, la progressività tedesca del kraut rock; rimodellano il tutto mescolandoci l’esperienza di trent’anni di Rock inglese e versando il tutto su di uno stampo di fattura inedita, ritmato, apparentemente gelido ma fortemente meditato.

Le strutture delle canzoni si distaccano sempre più dalla forma-canzone canonica, il minimalismo compositivo catalizza l’aura quasi funerea (ma filtrata in un’ottica “futurizzata” e alienata) del disco, la liricità raggiunge picchi di ermetismo che esaltano il lato più psichedelico del gruppo.
Sarebbe stato semplice replicare successi come Street Spirit o Karma Police, crogiolandosi sugli allori della popolarità: invece il gruppo inglese stravolge tutto sfidando anche sè stesso.

Kid A è una perla dell’Indie elettronico con strutture progressive e tappeti atmosferici depressivi e nostalgici su di un’anima tanto alternativa quanto eclettica e contemplativa nel songwriting mai come ora malinconico e meditato. I Radiohead si chiudono nello studio rimanendo a contatto soltanto con la propria coscienza e il proprio intelletto musicale e danno vita a dieci canzoni che riflettono il loro pensiero ormai giunto al climax del minimalismo; a completamento, il concept di fondo, che parrebbe riferirsi alla bio-ingegneria e al primo bambino clonato (con vari indizi a riguardo) ma che, non essendo esplicitamente certo ed essendoci troppi elementi nel paniere, ha spesso fatto discutere chi ha provato ad interpretare il tutto.

Oltre ai dieci brani di Kid A i Radiohead ne composero altri undici, più “calde” ma anche più nichiliste, dall’approccio più rock-oriented e con un’anima psichedelica a tratti ancora più forte, e dove ricomparivano altre influenze jazz/swing in alcuni brani. Questi pezzi non vennero però inseriti in Kid A, ma, otto mesi più tardi, nel 2001, in un nuovo picco di malinconia, Amnesiac, la cui nota sul retro (“store away from sunlight; preferably in a dark drawer with your secrets”) era tutta un programma, ed era anche il loro disco più cupo e di difficile accesso
Riuscendo però a liberarsi da ogni pensiero per assaporarne ogni singola nota, si scopriva un altro dei tanti parti del genio dei Radiohead. In quel 2000 Yorke, O’Brien, Shelway e i fratelli Greenwood si consacravano come una delle realtà più apprezzabili e significative fra quelle emerse dagli anni ’90, riuscendo anche ad essere fra i pochi gruppi ad avere un rapporto qualità/fama costantemente alto e a stupire con elaborazioni musicali tanto profonde ed innovative. L’unico difetto è che l’accessibilità di lavori come Kid A o Amnesiac non è per tutti, anzi, può risultare ostica, precludendo così a molti l’apprezzamento genuino del full-lenght.
Per finire, è ottima cosa leggere qualcuno dei loro testi, piccole perle espressive che forse non è esagerato definire “poesie”.

Sembrava che Amnesiac dovesse essere la strada di prosecuzione ideale, invece i Radiohead con Hail to the Thief nel 2003 continuano a cambiare seguendo la propria vena artistica. In una linea evolutiva immaginaria quest’album si potrebbe riposizionare un po’ a metà strada fra Ok Computer e Kid A: quello che era partito come un pop/rock alternativo fresco e innovativo e che si era adagiato sullo sperimentalismo elettronico e alieno nell’acclamato album del 2000, ritrova alcuni elementi più vicini all’album direttamente precedente e forse qualcosina anche di The Bends nei fraseggi più acustici. Ma come è ovvio aspettarci dai Radiohead in sostanza è comunque un ulteriore passo in avanti dal punto di vista stilistico.
HttT ha una duplice anima: da un lato le strutture che potevano essere definite progressìve, per il lato sperimentale, si solidificano ancora in un’espressione musicale fondata su schemi molto meno cerebrali, complessi e tecnici del Prog Rock anni ’70, ma fortemente genuine e visionarie nel combinare elettronica minimalista e interiorizzazione psichedelica; oltretutto la solita voglia di rompere gli schemi precedenti e modellarli e aggiornarli in continuazione tipica del rock alternativo, dimostrata dalla consueta presenza di effetti e strumenti inconsueti negli angoli più nascosti delle canzoni, condisce il tutto.
Dall’altro certi pezzi mantengono un midollo osseo più semplicemente rock/pop, non sperimentando troppo ma puntando più che altro a confezionare brani di spessore, dotati di classe, arrangiamenti certosini e carisma, cosa facile data la personalità di base degli inglesi.
Il problema è che spesso l’approccio del gruppo non ha sufficiente capacità di rendere coeso il disco, finendo così per eccedere nel caratterizzare alcuni momenti che divengono così troppo pesanti e monotoni.

Questa conferma dei Radiohead, Hail to the Thief ricombina gli standard del rock alternativo e lascia ben sperare per un ulteriore sorpresa da parte di Yorke & soci nel prossimo album. Dovranno però continuare ad andare avanti, magari sperimentando di più e ponendo maggior cura nel songwriting, altrimenti il rischio è che si appiattiscano troppo, o che incappino in una stagnazione creativa con poche idee messe a fuoco. Con Hail to the Thief si è detto che è la continuazione ideale su cui i Radiohead dovrebbero proseguire, ma questo è già stato detto tante volte per altri album e sappiamo come è sempre andata. È un album in ogni caso meno accessibile dei primi, ovviamente, per cui più indicato a chi ha adorato maggiormente il corso finale della band – nonostante alcuni momenti potrebbero deludere.

Piccola curiosità riguardo al titolo, presente anche come strofa in 2+2=5: è una critica contro il presidente americano George W. Bush (alcuni ci hanno visto anche un attacco contro il music businnes), il “ladro” accusato di brogli elettorali durante la sua prima elezione.
Riguardo tale faccenda, i testi non sono del tipo “noi siamo anti-Bush!”, essendo totalmente assenti ogni forma di attacco diretto stile Punk, come stessa ammissione della band. Yorke in questo periodo, nel scrivere i testi, si è maggiormente orientato all’esterno, e ha trascritto le proprie riflessioni in forma musicale. Precisamente Thom pensava ad un “qualcosa di grosso all’orizzonte”, qualcosa di “opprimente e di pericoloso che si avvicinava”.
Ma bisognerebbe chiedere a lui di persona, per comprendere davvero tutto, anche ciò che magari è sfuggito all’attenzione.

Dopo cinque anni giunge infine l’ora, per i fan che aspettavano da ormai molti anni quest’uscita, del nuovo parto in casa Radiohead, inizialmente previsto solo per l’inizio del 2008 dopo l’ennesimo rinvio ma a sorpresa rilasciato già su Internet nell’ottobre del 2007. Stiamo parlando di In Rainbows, davvero una “fatica” se si pensa ai problemi con la label che ne hanno causato più volte lo slittamento della data di pubblicazione. La novità fu il particolare sistema di distribuzione del disco, scaricabile dal loro sito ad un prezzo scelto dall’utente, ed è proprio quest’ultimo fatto della distribuzione ad aver fatto parlare tantissimo di sè: aggirando le annose beghe contrattuali con la EMI con cui non avevano trovato l’accordo e come tirando uno sgarbo a tutta l’industria del music-businness, i Radiohead hanno optato per il rilascio del disco sul sito, cosa già avvenuta in passato (ad esempio gli Smashing Pumpkins di Machina II) ma che assume una risonanza forte se si pensa che chiunque può decidere il prezzo da pagare, da un piccolo onesto contributo fino alle 0 £ (sottintesamente suggerite dagli inglesi per la loro stessa possibilità di scelta ad opera del consuamtore).

Una versione disc-set con otto bonus track e vinili comunque sarebbe stata distribuita a dicembre al prezzo di circa 60 € nei negozi, per i collezionisti. Così, nell’era dell’informatizzazione e della digitalizzazione, dove i gruppi si autopromuovono su MySpace e i programmi di file sharing sono sempre più utilizzati, la speculazione sul mercato musicale inizia a sentire alcune tegole cadere sulla propria testa, lanciate proprio da uno dei gruppi di maggior successo nel mondo. In poco tempo, molti altri noti esponenti musicali come Jamiroquai, gli Oasis o Trent Reznor hanno annunciato di voler seguire quest’idea.
In verità, però, come sostiene Geoff Barrow dei Portishead, questa scelta rischia di svanire in una bolla di sapone: non tutti i gruppi possono permettersi di quasi regalare il proprio disco su Internet, MySpace può dare una mano solo fino ad un certo punto ed il passaparola su Internet non ha la stessa intensità del supporto dato da una label, alla fine per la stragrande maggioranza dei gruppi il sostegno economico e pubblicitario dato dalle case discografiche rimarrà necessario se non fondamentale. Un conto sono Radiohead o NIN, un altro gruppi più “di nicchia” e indipendenti. E professionalmente è discutibile anche l’ideale di “libera circolazione della musica” a cui molti ascoltatori puntano, come lo stesso Barrow ha dichiarato: “ah si? E’ musica gratis? Beh, grande. Quindi, se voi poteste avere il nostro nuovo album senza pagarlo o per pochi spiccioli, vuole anche dire che io posso fare riparare il mio boiler gratis? Potrei dire al mio idraulico di farlo per l’amore della condivisione delle cose, o per combattere le malvagie multinazionali come la Zanussi. Sono sicuro che capirà e non mi farà pagare. Non ce l’ho coi Radiohead, sono davvero bravi e intelligenti. Ma sono sicuro che tra un po’ tutto sarà più chiaro”.
Come si suol dire, il tempo ci dirà chi avrà avuto ragione.

Ad ogni modo, In Rainbows verrà sicuramente ricordato a prescindere dal successo che otterrà fra i fan anche per la sua gestazione: è stato infatti molte volte anticipato nei concerti, una canzone qui, una canzone là, ed inoltre è stato passo dopo passo quasi come “narrato” su Dead Air Space, il blog personale dei Radiohead. Qui i cinque di Oxford per due anni hanno inserito le loro riflessioni e i loro dubbi, mostrato probabili artwork, immagini, brevi filmati e sample audio, per non parlare dei vari messaggi da cifrare che negli ultimi mesi hanno stuzzicato la curiosità degli appassionati. Lentamente l’attesa è cresciuta, e le discussioni si sono fatte sempre più intrecciate, toccando soprattutto la questione della label (il mancato contratto con la EMI) e del produttore (inizialmente venne silurato lo storico Nigel Godrich in favore di Mark Stent, salvo poi ritrattare).

Questo disco non è Ok Computer, nè tantomeno Kid A o Amnesiac. I Radiohead guardano oltre quel che hanno già fatto, guardano dinanzi a loro, proseguendo per la propria strada senza preoccuparsi di fare qualcosa che “sia all’altezza”, senza emulare ciò che fu, componendo invece unicamente la propria musica evitando l’ombra del passato. Chi si aspettava un ritorno che spazzasse via la scena, sorprendente e rivoluzionario, inaspettato così come oltre un lustro fa lo fu Kid A, insomma, un nuovo masterpiece dalla medesima imponenza dell’album del 2000, rimarrà sicuramente deluso. Chi invece ipotizzava un disco che fosse semplicemente un gran bel disco senza tanti giri di parole nel descriverlo, senza chissà quali altisonanti ambizioni, soltanto un disco che suonasse fresco, piacevole e personale, allora avrà di che essere soddisfatto.

Curiosità: sono passati dieci anni da quando Ok Computer si impose nel mondo pop/rock inglese, In Rainbows (titolo composto da dieci lettere) è stato rilasciato il 10 ottobre (10/10) del 2007 con il sistema di download dal sito tramite dieci server diversi dopo averlo annunciato a sorpresa dieci giorni prima, ed il lavoro è composto da dieci canzoni. Una simpatica trovata degli inglesi sul sistema binario, a cui potremmo anche aggiungere alcuni giochini nascosti nei criptici messaggi rilasciati dai radiotesta periodicamente sul loro sito nel periodo precedente l’uscita, ma che omettiamo per motivi di spazio e semplicità.

P.S. ah, e il titolo provvisorio per Ok Computer durante la sua composizione era “Zeros and Ones”…

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