Bowery Electric

I Bowery Electric si formano 1994 a New York dall’incontro di Martha Schwendener e Lawrence Chandler, già collaboratore del compositore Philip Glass e studente di La Monte Young. Il duo (in realtà però assieme a loro per le registrazioni del primo album c’è anche Michael Johngren alla batteria) si propone col neonato progetto di seguire il sentiero di gruppo come i My Bloody Valentine di Loveless, i Ride, gli Spacemen 3, i Loop e i Seefeel. Ottenendo così un cupo noise/drone dilatato ed etereo condito da effetti stranianti e soffusi tratti ambient, dopo un EP nel 1994 i Bowery Electric danno alla luce nel 1995 il loro debutto omonimo.

Sfortunatamente riesce a metà: infatti da un lato si tratta di un’opera fortemente densa e atmosferica, minimalista nello stile ma più ambiziosa nel dipingere paesaggi sonori dal mood teso e macchiato di visioni spaziali, sensazioni gelide e angoscianti o frammenti onirici fumosi; dall’altro si tratta di un lavoro appesantito da un’eccessiva ripetitività dei pezzi, le composizioni dei quali espandono e ripetono troppo gli spunti inquadrati dal duo e le distorsioni noise riverberate, producendo un effetto di appiattimento generale che nel corso del full-lenght, considerando che non si tratta di un disco sempre originale come stilemi, rende il tutto a tratti eccessivamente monotono e ridondante – penalizzando così i tratti maggiormente riusciti.

Lo schema rimane sostanzialmente uguale per tutti i cinquanta minuti, con estesi muri sonori di droni chitarristici ipnotici che costruiscono scenari allucinogeni su cui si innestano una batteria cadenzata, bassi pulsanti e rabbrividenti, decadenti panorami urbani post-industriali. Per quanto riguarda l’apporto vocale, tendenzialmente in lo-fi, la Schwendener si limita a sporadici interventi minimali quasi da tetra nenia che rimangono in secondo piano, così come Chandler come seconda voce si mantiene anch’esso in disparte, col risultato che la parte canora non è mai in mostra, è sempre finalizzata a catalizzare l’aura tetra dei brani da una posizione di complementarietà. La proposta viene personalizzata da un’attitudine disumanizzante che esalta le atmosfere di ogni pezzo, ma non si tratta ancora di un disco pienamente fresco ed innovativo. Comunque, anche partendo ogni volta con ottimi propositi ed il potenziale per concretizzarli, Bowery Electric soffre di una staticità che pezzo per pezzo funge come da zavorra per gli statunitensi, l’atmosfericità del disco ad esempio raggiunge presto climax intriganti ma va via via sfumando sempre più, mentre l’evocatività sonora di ciascuna traccia, più che risultare sempre più corposa o straniante, si fa gradualmente più povera di intensità proprio per l’eccessiva ripetitività.

Per il loro secondo disco i Bowery Electric compiono un lavoro di personalizzazione, ricerca sonora e raffinazione del loro stile che mostra risultati più soddisfacenti che nel debutto omonimo.
La loro cura per le effettistiche atmosferiche e dissonanti da shoegazers evolve l’approccio ammorbidendo le distorsioni noise e i riverberi drone per conferire maggiore spessore al lato onirico della musica, espandendo così l’elemento derivato da un’attitudine a volte più “ambientale” e toccante occasionalmente vertici ipnotici da space-rock nella loro fumosità. Vocalmente permane il ruolo secondario del lato canoro, in funzione di sommessa nenia d’accompagnamento alle atmosfere col fine di catalizzarne l’evocatività.
I bassi sono molto incisivi, spaziando dal dub al dream pop in un costante vortice di sensazioni e umori.
Contemporaneamente si aggiunge una matrice elettronica che trova espressione nella drum-machine che compare in alcuni dei primi pezzi e in certi piccoli spruzzi effettistici e campionamenti qua e là a fare da contorno; seppur accompagnati lo stesso da strumenti acustici, divengono espressione di una ricerca sonora e di un costante aggiornamento stilistico portati avanti tramite l’intreccio di segnali digitali e analogici operato dalla verve creativa degli americani.

Le sonorità si fanno così più soffici e sfumate, maggiormente caratterizzate ma anche più incisive, dipingendo oscuri scenari moderni dall’avvolgente espressività come dal perenne sottofondo di malinconia che pervade i brani, in alternanza notturni e fascinanti, depressivi o inquietanti.
Infine il duo newyorkese pone maggior cura nelle composizioni e negli arrangiamenti, cercando di minimizzare il problema che li accompagnava, cioè quello di dilatare troppo le componenti delle canzoni e di incappare nella prolissa stasi che affliggeva il precedente disco d’esordio – pur inciampando ancora nella ripetitività in alcuni frangenti, ma con più freschezza musicale, minore monotonia compositiva e più caratterizzazione sonora.
Tutto ciò conferisce un aspetto rinfrescato e molto più ispirato alla musica dei Bowery Electric.


Successivamente alla pubblicazione di Beat i Bowery Electric entrano in un periodo di pausa della durata di quattro anni prima di dare alla luce un nuovo disco (ad esclusione della compilation di remix Vertigo), rispetto al precedente periodo di attesa di un anno solo.
In questi anni il duo rimane letteralmente folgorato dal trip hop di Bristol, al punto da convertire il proprio stile per abbracciare tutte le caratteristiche tipiche di questo genere: ne risulta così il notturno e fumoso Lushlife, pubblicato nel 2000 e che segna una profonda rottura con gli esordi.

Quindi, battito cupo e rallentato a fare da ossatura ai pezzi, atmosfere cupe e metropolitane, bassi dub e campionamenti acidi ad arricchire il tessuto sonoro sofferente e tendenzialmente minimalista messo in scena dal gruppo. Alcuni elementi vicini al trip hop erano già stati introdotti in alcuni brani del precedente Beat, ma questa volta i Bowery Electric compiono una vera e propria muta che li fa sembrare quasi un altro gruppo, perlomeno rispetto al debutto omonimo.
Purtroppo c’è un fattore che impedisce al disco di suonare convincente al 100% e che, per così dire, tarpa un po’ le ali al gruppo: ed è lo stesso camaleontico adattamento musicale dei Bowery Electric. Perché il cambiamento tradisce un sapore a volte troppo artificioso e i vari stilemi caratterizzanti del trip hop suonano spesso come dei topoi stilistici “presi in prestito” per un esperimento costruito a regola d’arte. Di loro i Bowery Electric ci mettono comunque il mood personale, le atmosfere evanescenti, in parte le linee vocali e anche l’andamento ripetuto delle canzoni, quest’ultimo elemento che può essere visto sia positivamente (se preso come una significativa e caratterizzante enfasi del lato più freddo, disumanizzante e angosciante della musica del gruppo), sia negativamente (se preso come una strutturazione monotona e ridondante se non addirittura come una pecetta per mascherare una mancanza di ispirazione con la ripetizione di una singola idea funzionante).
Rimane in ogni caso un disco in cui vi è una cura certosina nell’assemblaggio delle basi e nella scrittura delle melodie, dotato di una sua propria eleganza.

L’album è in sè ricco di potenziale, ma viene tradito dalla sensazione complessiva che la svolta sonora sia a volte un esercizio di stile modellato secondo un linguaggio già consolidato altrove e ora semplicemente rivisitato senza troppe rielaborazioni. Le pregevoli atmosfere corpose, la prestazione canora eccellente e gli ottimi spunti melodici legati fra di loro dal duo americano tramite arrangiamenti eleganti ed efficaci vanno a costituire così un insieme penalizzato da una maggiore prevedibilità rispetto al precedente Beat e dall’eccessivo legame ai luoghi comuni del trip hop. Ma Lushlife merita comunque di essere ascoltato, se non altro per assistere all’interessante ricerca sonora del gruppo e per assaporarne le canzoni migliori.

In definitiva c’era il potenziale per sfiorare il capolavoro, che però rimane inespresso. All’epoca si sarebbe potuto affermare che il disco poteva essere considerato un lavoro di transizione, in cui i Bowery Electric si limitavano a sperimentare nuove sonorità da cui erano stati affascinati con la prospettiva futura di creare successivamente un anello di congiunzione fra lo stesso Lushlife ed il precedente, significativo Beat, riagganciando quanto appreso nella parentesi alla propria matrice personale già consolidata in precedenza. Un lavoro quindi di sintesi dei due differenti mondi musicali con tutto il potenziale per risultare una pietra miliare innovativa ed originale, ovviamente se il tutto fosse stato rielaborato con ispirazione senza limitarsi a sovrapporre i due dischi e basta.
Purtroppo le cose non andarono così, perché i Bowery Electric si sciolsero poco dopo, quando avrebbero potuto dare ancora molto alla musica assieme. Separatamente, invece, Chandler avrebbe collaborato con numerosi progetti (il super-progetto Experimental Audio Research) e realizzato diversi remix, mentre Schwendener avrebbe pubblicato un disco nel 2003 sotto il monicker Echostar.

Concludiamo quindi, considerandoli con il rammarico del “chissà se…”, la discografia di uno dei più significativi gruppi incompiuti della storia musicale.

(per recensioni più approfondite con commento track by track, formazione ed elenco canzoni, cliccare qui)

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