Amaranthe

Partendo dall’idea di “metal truzzo” con enorme spazio dedicato alla melodia e sintetizzatori occasionali, portato avanti da gruppi definiti come “trance metal” o “trancecore” (definizioni con senso?) come i giapponesi Blood Stain Child, i russi Xe-NONE o gli inglesi Enter Shikari, e ispirandosi a gruppi alternative metal connazionali di Gothenbug e dintorni (i Soilwork in particolare dal 2003 in poi; gli ultimi In Flames; gli Engel con il loro mix di alt rock, industrial e melodeath dai quali poi proviene anche il bassista; e soprattutto gli All Ends con il loro heavy rock su cui si adagiano le due potenti vocalist femminile in salsa anni ’80), ecco a voi i “fenomeni” del momento: gli svedesi Amaranthe.

 

Purtroppo non dico che siano praticamente ai livelli di una boyband con i chitarroni ruffiani, la frontwoman gnagna per vendere biglietti e gli altri componenti del gruppo che hanno dei look che mettono assieme numetallari, powermetallri, goticoni, thrasher, punk ecc. per strizzare l’occhio al pubblico, ma siamo quasi a quel livello lì.
Sono un gruppo che fa una sorta di pop/metal(core) melodico con tre voci diverse, una femminile pulita pop che guida le redini, una maschile pulita pop di sostegno e un’altra maschile in growl che sembra starci come i cavoli a merenda. In mezzo ci mettono qualche sintetizzatore e assolo per sembrare moderni e tecnici, ma in realtà non fanno altro che riciclare diversi gruppi messi assieme appositamente. Sono un po’ un collage fatto con lo stampino di stilemi banalissimi e ultra-catchy rubacchiati identici altrove, per sfondare le classifiche. Quel poco che può essere interessante di loro (se proprio ci si vuole trovare qualcosa a parte qualche ritornello carino in salsa europop, un paio di riff riciclati da mille altri gruppi metalcore e qualche assolo power metal) non è nemmeno vera farina del loro sacco. Non hanno nemmeno un lavoro di missaggio realmente degno visto che non sanno bilanciare la compressione vocale in post-produzione, non si distinguono mai i bassi e le tastierine suonano sempre piattissime.

Non so con che coraggio li si possa definire un esempio di apertura musicale e innovazione fuori dagli schemi come ha fatto qualcuno, poi è estremamente tirato accostarli al rock alternativo, all’industrial, al melodic death metal o alla stessa trance (genere elettronico preciso con le sue caratteristiche) come alcune recensioni entusiaste fanno…

E seppur finiscano sempre nelle top chart, dopo una settimana tendono a passar via in sordina. Il loro pubblico non è poi così grande.

A novembre è uscito il loro ultimo disco, che non ho sentito ma volendo si recupera e in caso si stronca subito (già su RYM prende voti bassissimi dagli stessi fan pare, lol) perché sarà sicuramente una fotocopia del predecessore il quale era una fotocopia del disco precedente il quale a sua volta era una fotocopia del disco d’esordio che non è che brillasse per chissà quale originalità dei contenuti. Anche a trovarli orecchiabili, ascolti uno qualsiasi dei loro millemila singoloni a caso e si ha già ascoltato il 99,5% di quel che propongono e rimediato materiale per una scheda biografica.

 

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Un pensiero su “Amaranthe

  1. L’idea alla base del gruppo è quella di riprendere i particolari stilemi ricchi di melodia e sintetizzatori di alcuni gruppi che la stampa ha definito “trance metal” o “trancecore” (come i giapponesi Blood Stain Child, i russi Xe-NONE o gli inglesi Enter Shikari) e l’attitudine dei gruppi alternative-metal connazionali di Gothenbug e dintorni più di successo (i nomi più famosi sono i Soilwork in particolare dal 2003 in poi e in parte gli ultimi In Flames). Il tutto viene immerso e diluito tramite un approccio estremamente radio-friendly e hit-oriented. Il lato canoro è fatto di ritornelli antemici europop con duetti condotti da una voce femminile pulita (quella della frontwoman Elize Ryd) che guida le redini e da una maschile pulita di sostegno, alle quali si alterna una terza (!) voce in growling (!!) che apparentemente sembra non c’entrare nulla col resto. Ed è questa tripletta l’unica vera novità introdotta dagli Amaranthe, seppur in maniera preconfezionata.
    Il lato chitarristico qualcuno ha provato a ricondurlo a una qualche miscela ibrida di stilemi che in realtà è più una copia-carbone di sonorità altrui, assemblate per sostenere le trascinanti voci e anche per apparire “crossover”: riff tra una versione stemperata del melodic-metalcore e qualche stacco vagamente accostabile all’industrial-metal come mille altri gruppi metal melodici; qualche assolo ripreso dal background dei chitarristi (che hanno militato anche in gruppi power-metal) per dare il contentino a chi cerca tecnicismi; alternanza tra muri sonori e brevi fraseggi melodici; ma detta così sembra ci sia più carne al fuoco di quanta ne sia effettivamente messa. Al centro del palcoscenico ci sono le tre voci, soprattutto in “Maximalism” che riduce ancora di più il ruolo chitarristico. Anche le tastiere, i sintetizzatori e la componente elettronica sono giusto un blando sostegno di sottofondo all’aspetto vocale, e c’è pure poco di “trance” vera e propria. Non c’è molto di appagante su questo fronte per chi cerca ricchezza di suoni elettronici e melodie tastieristiche.

    Questo gira-la-moda sonoro è più un tentativo scanzonato di strizzare l’occhio a frange differenti del variegato pubblico metal europeo, dagli appassionati delle cose più pulite e tecniciste, ai fan dei sound più “moderni” fino a chi ascolta gruppi “estremi” ma melodici con l’ormai abusatissimo mix di ritornelli melodici e growling. Anche l’immagine e l’abbigliamento dei componenti del gruppo riflette ciò, ma risulta inevitabilmente artificiosa.

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