La fine dell’Impero Romano

L’avvicendamento storico del dominio romano è molto più complicato di un semplice “periodo con leader cazzuti, periodo con leader scrausi”.

Molti autori ritengono che le avvisaglie della decadenza si intravedessero già nel II secolo a.C., in tempi assolutamente non sospetti; e difatti i Gracchi avevano intuito che la società romana si stava trasformando in una maniera che a lungo andare avrebbe dato solo problemi, per questo cercarono di imporre le loro riforme. Anche Cesare mirò ad una politica che cercasse di riformare lo stato perché dei romani di Roma, vista la corruzione dilagante, non c’era più molto da fidarsi, e chiamò molti provinciali a entrare nel governo.

Va inoltre detto che senza Mario a prendere le redini dell’esercito, le “invasioni barbariche” a saccheggiare l’Urbe ci sarebbero state molto prima, con i cimbri e i teutoni che prima di incontrare lui avevano spazzato via molti eserciti mandati a fermarli (principalmente perché gli ufficiali romani inviatigli contro, se non erano incompetenti di loro nell’arte bellica, tendevano a calpestarsi i piedi a vicenda e a non collaborare per motivi politici).

Comunque, i primi due secoli d.C. sono considerati il periodo d’oro di Roma, nonostante la presenza di alcuni imperatori folli (Caligola? Nerone?), perché lo stato era ancora molto forte e non erano praticamente più rimaste organizzazioni statali capaci di minacciare lo status romano (i germani erano una marea di tribù disunite, i parti avevano un’organizzazione feudale basata sulla cavalleria che non poteva espandersi militarmente oltre il Vicino Oriente).

Mentre i secoli successivi sono quelli della decadenza, nonostante la presenza di imperatori ottimi (es. Aureliano, Costantino) o dei magister militum (Stilicone, Ricimero, Ezio) che riuscirono ad evitare un sacco di grane, dovute al fatto che l’Impero era entrato ormai in profonda crisi demografica, economica e soprattutto sociale: in parole povere non c’era più la mentalità guerriera, pragmatica, disciplinata e vincente che li aveva portati a conquistare il Mediterraneo. Ciò è un po’ una cosa simile ai discorsi che si fanno sul fatto che i nostri nonni si rimboccarono le mani senza protestare per ricostruire l’Italia dopo la guerra mentre i giovani di oggi si lamentano se non possono permettersi l’ultimo iPhone.

Nel III-IV-V secolo Roma era solo una grossa città di una delle province di un impero che si basava su provinciali o federati per quanto riguarda esercito e funzionari (le truppe di Ezio che sconfissero Attila, per esempio, erano tutte barbare, Ezio stesso era un “barbaro”, mentre ad Adrianopoli tutti i generali e gli assistenti di Valente avevano nomi greco-orientali); aveva spostato il potere politico altrove (Milano/Ravenna/Nicomedia/Bisanzio); aveva persino imperatori non romani (nel senso di stirpe, non di cittadinanza politica) e aveva il suo cuore e il suo cervello in altre province più ricche, importanti e vitali piuttosto che in Italia, ormai talmente spopolata e decaduta da non avere più peso nemmeno nell’esercito (difatti gli abitanti di Roma, se non venivano esentati o bannati, si rifiutavano persino di arruolarsi).
Per non parlare delle istituzioni, degli ordinamenti e della giurisdizione tipici del carattere romano, sempre più scemate (il costume romano invece era sparito del tutto) a causa delle situazioni contingenti, anticipando di brutto il medioevo in casi come quando per legge si costrinse gli artigiani a ereditare i mestieri dei genitori (è praticamente la servitù della gleba) o si imponeva alle città di provvedere da sole alla propria difesa (lo stato si ritira, i signori del luogo acquisiscono potere e fortificano le cittadine).

La deposizione di Romolo Augustolo nel 476 passò inosservata, cioè ai commentatori dell’epoca non gliene importò molto perché di fatto l’impero era già caduto da molto tempo: la storia, salvo casi eccezionali e locali, non è fatta di periodi discontinui (dal 753 a.C. al 476 d.C. ci sono i romani che prendono a bastonate tutti e costruiscono anfiteatri, poi all’improvviso vengono sbaragliati e subentra il medioevo ecc.) ma c’è una continua trasformazione con numerose influenze che si intrecciano.
Fra un abitante di Roma del 300 a.C. ed uno del 300 d.C. non è che ci fossero delle differenze, proprio non c’entravano nulla l’uno con l’altro.

Onestamente non si può discutere sulla storia dell’Impero Romano se si ignora che la “romanità” in senso stretto, intesa come nei primi anni della sua storia, sul finire dell’impero era ormai già perduta; e se si ignorano le cause di ciò.

 

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