Donne libere e indipendenti

Oggi ho riflettuto un attimo sulla questione dell’individualità femminile e dell’immagine della donna in carriera che gestisce la propria vita, sceglie di non fare figli e diventa magari manager con cordless e 24 ore invece che casalinga disperata con ramazza e secchio.

Questa immagine, tipica del mondo liberale occidentale, si è fatta strada con forza nei decenni passati (soprattutto negli anni ’80), al punto che occasionalmente si assiste anche a persone che rifiutano con forza vecchi valori come la maternità o il matrimonio, visti come “prigioni” sociali che costringono la donna a fare da cuoca, lavapiatti, domestica e badante per uomini che dispongono invece di tutte le libertà e pretendono magari di trovare la cena pronta e i pargoli in ordine quando tornano dalla importante cena di lavoro (con tappa al bar o al night club).
Sui mezzi di espressione culturale e comunicazione, ciò viene amplificato anche da molte serie televisive e libri che basano il proprio successo proprio sul presentare figure femminili che prendono decisioni importanti, ottengono posti di lavoro significativi, si riuniscono per sparlare di uomini insoddisfacenti e mostrano più polso di tanti capiufficio ingrassati. Ma soprattutto: che possono godere di una vita sessuale libera senza giudizi altrui, senza inibizioni e senza remori.

Tutto ciò piace enormemente e solletica le ambizioni, perché effettivamente in passato spesso la donna che voleva uscire dagli schemi era costretta a inibire le proprie pulsazioni, rinunciare ai propri sogni, reprimere i propri interessi, obbedire ai genitori che sindacano sugli amori scegliendo i “buoni partiti” e accontentarsi di vite al di sotto delle proprie aspettative, purché si adempia al dovere inderogabile di essere una moglie devota ed una madre rispettabile.

I maggiori oppositori di questi cambiamenti culturali furono le parti più tradizionaliste, come i nostalgici del fascismo e i cattolici. Tradizionalismo che, lo ripeterò sempre, è ipocrita e si può descrivere con la sempreverde massima “il più pulito c’ha la rogna”. Difatti neanche un secolo fa esistevano ed erano ancora legittimati i padri padroni, il delitto d’onore, le cinghiate, le “buone famiglie” e i matrimoni rispettabili e ghiaccio; in termini di sviluppo e adattamento sociali, un tempo brevissimo.
Ciò si mescola anche con la mentalità tendenzialmente paesanotta e provinciale di molto italiani (difatti nell’immaginario collettivo la donna libera ed emancipata è delle grandi città, anche quando i paesanotti stessi vi si trasferivano in massa), sempre pronta a giudicare, sussurrare e trasformare un abbraccio ad un forestiero nell’epilogo di un tradimento orgiastico compiuto durante l’ultimo weekend in cui lei non si è vista e non si è saputo cosa ha fatto e con chi e se è andata a messa e che educazione ha impartito ai figli o perché ancora non li fa.
È anche in questo background culturale endemico che nasce il pregiudizio del “donna con un posto importante, ha offerto prestazioni sessuali di sicuro”, il che ci ricorda anche che nei secoli precedenti le donne realmente libere erano osteggiate, criticate e ingiuriate dalle malelingue.

È chiaro che ad un certo punto, di fronte alla proposta di un certo modello culturale, allettante quanto positivizzante, ma trattenuti da un retaggio chiuso, asfissiante e a volte bigotto, prima o poi qualcuno si scocci profondamente. A mio avviso molte delle più buffe “veterofemministe” che vedono il patriarcato persino nei tempi verbali, sono un sottoprodotto di reazione a chi le voleva (e le vuole ancora) relegate nell’angolino a tessere maglioni. In sostanza, ai Camillo Langone si contrappongono antitesi uguali e contrarie. Le quali a loro volta danno argomentazioni sia ai vari Camillo Langone che a quelli che non sono tanto reazionari ma si sentono comunque circondati dall’incombere della modernità, e magari vogliono un attimo rallentarla perché sentono che i loro valori tradizionali sono minacciati.

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