Moonsorrow – Kivenkantaja [2003, Spikefarm Records]

Si dice, a buon ragione, che un musicista che da un gruppo passa, a titolo definitivo o come progetto parallelo, ad un altro, porta con se una piccola dose di quanto faceva prima. È il caso dei Moonsorrow, in cui figura il chitarrista dei Finntroll, gruppo Black/Folk finlandese di cui si sente una leggera influenza, maggiormente nei primi album. Certo, anche perché i Finntroll la loro componente folkloristica l’avevano, tant’è che hanno composto un album interamente folk rock come Visor om slutet, e i Moonsorrow, dal 2001, anno d’esordio, a oggi, sono divenuti famosi come uno dei maggiori gruppi “Viking” metal attualmente sulla scena (per quanto il termine cozzi con la loro origine finnica e non scandinava, tanto che gli stessi Moonsorrow l’hanno rigettata e non parlano certo di vichinghi nei testi).

La musica dei Moonsorrow è fatta di chitarre elettriche dai riff scarni ma accattivanti, melodie trascinanti di buon feeling, tastiere atmosferiche che ricreano i paesaggi gelati della Finlandia con sottofondi epici di contorno, batteria essenziale e dura, numerose parti acustiche folkeggianti, anche strumenti esotici soprattutto della tradizione finlandese e un vocalist che adatta una sorta di scream da black metal a questa musica, a volte aggiungendo canto pulito e anche con cori di sottofondo, ed i testi sono, ovviamente, interamente in finlandese, con tematiche che rievocano il folklore pagano e la storia delle gelide distese finlandesi.

I brani sono quasi sempre lunghi, anche più di dieci minuti, ma non annoiano affatto, anzi. In questo ambito, l’album che forse meglio rappresenta il loro spirito folkoristico, il grande impatto della loro musica, le atmosfere che richiamano alla mente territori lontani, è Kivenkantaja, probabilmente il loro apice creativo, il più atmosferico, profondo, completo e catturante, quantomeno uno dei migliori del gruppo, dove melodie trascinanti, inserti acustici, caratterizzazioni etniche e lunghi sviluppi strumentali si fondono in intima sinergia. I Moonsorrow non sono semplicemente un gruppo folk/black metal con arrangiamenti epici, sono di più: una fiamma incandescente circondata dai ghiacci e dal gelo artico, e lo spirito finnico che vi passa attraverso. Questa forse è la definizione che meglio rende la loro musica, che meglio rende e viene resa da Kivenkantaja.

Come già detto, i loro sono brani quasi sempre lunghi, e in questo album facilmente sensibili alla strutturazione in più parti (magari con una distensione acustica che fa seguito a feroci sfuriate black-oriented e prelude a suggestive aperture tastieristiche), pertanto sarebbe improponibile descriverli tutti per interamente. Ma sinteticamente parlando, il primo brano Raunioilla è probabilmente il migliore, il più ricco musicalmente parlando, che è come se riaprisse le sonorità di Sankaritarina, l’ultimo brano dell’album Voimasta ja Kunniasta. Raunioilla si apre con l’udirsi di canti di un monastero in lontananza, l’apertura di un portone che per pochi secondi crea un ovvio aumento dei canti prima dell’irrompere in contemporanea della gelida chitarra acustica e dell’incandescente chitarra elettrica, che per tutto il brano si alterneranno in riff in perfetta sintonia con l’atmosfera e arpeggi malinconici. Si sentono una tastiera che ricopre tutto l’ambiente, verso la fine anche un piccolo giro di note di una tastiera elettronica, fino al finale in cui tornano i canti di monastero, questa volta accompagnati da solitaria campana che perdura fino all’inizio di Unohduksen Lapsi, dal riff iniziale spedito e rabbioso, che subito esplode con la batteria, come una tormenta, una bufera di neve in cui sussurra lo scream di Ville Sorvali, per poi proseguire leggermente più attenuata e folkeggiante ma sempre con energia. Il successivo Jumalten Kaupunki Tuhatvuotinen Perinto è il brano più epico, merito soprattutto del lavoro della tastiera e del coro, senza nulla togliere alla chitarra e alla doppia-cassa molto imponenti. La titletrack inizia con un arpeggio vagamente somigliante a Aurinko Ja Kuu sempre dei Moonsorrow e a Svart Djup dei Finntroll (che si assomigliano più fra loro due); la successiva entrata in scena del repertorio metal riunisce un po’ l’impeto di Unohduksen Lapsi e un po’ l’epicità di Jumalten Kaupunki Tuhatvuotinen Perinto, non quanto essi, ma con una vena più folk.

Tuulen Tytar Soturin Tie è il pezzo la cui parte folkloristica è la più immediatamente percepibile, in buona parte costituita da ballate folk, mentre nelle parti metal la chitarra si fa un divampare unito alla tastiera che riporta alla mente territori invernali. In chiusura si sente un battito in sottofondo, che prosegue più sentito nella malinconica Matkan Lopussa, brano interamente atmosferico, senza chitarra, basso e batteria, la cui spina dorsale è proprio la tastiera che, insieme a quel battito, ritrae ora panorami freddi, solitari, ora vedute dall’atmosfera quasi epica di distese sterminate per le terre nordiche, suscita emozione, cattura l’ascoltatore e lo trascina per ghiacciai, foreste e montagne. Trovano spazio anche alcuni strumenti esotici di completamento. Ma la vera particolarità della canzone è il cantato femminile, intramezzato da un coro maschile, che rende il brano in tutto il suo insieme una piccola perla.

Difficile non rimanere colpiti da questo disco, soprattutto se lo si ascolta d’inverno, dopo che ha pesantemente nevicato, da poco prima del crepuscolo fino a tramonto passato. Kivenkantaja si attesta come uno dei migliori album non solo dei Moonsorrow, ma di tutto il panorama nordico e di tutto il calderone del folk metal, all’interno del quale supera di anni luce per espressività, cura certosina negli arrangiamenti, personalità e ricercatezza molti altri dischi ben più “grezzoni” e senza tradire minimamente la melodicità o l’evocatività.

(recensione pubblicata anche qua)

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