Daughter Darling – Sweet Shadows [2002, Plain Jane]


Gli americani Daughter Darling sono essenzialmente i due produttori Travis e Stephen Fogelman, di stanza a Philadelphia, che partendo da un background lavorativo in ambienti hip hop e drum’n’bass nella prima metà degli anni ’90 ad un certo punto reclutano la cantante folk Natalie Walker di Indianapolis per formare un gruppo trip hop col cambio di decennio.
Con questa formazione rilasciano il loro album di debutto, Sweet Shadows, nel 2002. La musica del disco consiste in un trip hop impreziosito dalla voce della Walker (vicina per certi versi a Sarah McLachlan e alla cantautrice Esthero), dolce e malinconica, dagli interventi di pianoforte e soprattutto da inserti acustici combinati al contorno elettronico, mentre le tematiche affrontano la solitudine e il senso di smarrimento in una grande metropoli come quelle americane dove i passanti appaiono più come ombre prive di anime (da cui il titolo).

Seppur occasionalmente facendo il verso allo stile paludoso di Tricky, ad un abbozzo del sampling acido e retrò dei Portishead e alle stratificazioni eteree degli Halou e di certi Lamb, pur comunque con modalità e quantità differenti, la musica dei Daugher Darling rimane principalmente contaminata da un pop malinconico e cantautoriale (molto americano nel mood e negli arrangiamenti) che emerge a più riprese nel corso del full-lenght, come in Shattered che introduce i timidi arpeggi acustici di sfondo al battito downtempo o Let Me Speak che sembra scritta da dei Portishead contaminati da un’immediatezza a la Crustation e macchiati di country. La similitudine in questo caso è nuovamente con Esthero, ma con meno eterogeneità stilistica e con un feeling più delicato ed immediato.

L’elemento del disco che salta per primo al centro dell’attenzione, per la sua melodicità diretta, è però probabilmente il pianoforte che, come cardine degli arrangiamenti o con semplici infiltrazioni che fanno da contraltare a pulsazioni elettroniche, contribuisce non poco ad edificare un’atmosfera evocativa e dolceamara nella sua nostalgia quando compare.
Il fatto che venga introdotto direttamente con l’iniziale Broken Bridge, dove assume un ruolo praticamente di lounge a tinte dark, ne enfatizza il ruolo, nonostante quantitativamente sia molto meno presente dei momenti più acustici e folk.
Il matrimonio fra questi ultimi e la combinazione di battito rallentato/turntablism/elettronica cupa difatti rimane una costante: Things Untold continua a citare i Portishead nell’effettistica e nelle linee vocali vicine al soul, ma immergendoli in una dimensione tutta nuova, mentre Dust in the Wind è una cover dei Kansas riuscitamente convertita al linguaggio trip hop ed arricchita sul finale da pregevoli duetti d’archi sovrastanti lo spedito battito e seguiti da elementi come le percusioni esotiche ed una chitarra classica spagnoleggiante.

Le canzoni più caratterizzate ed interessanti ad ogni modo sono, con tutta probabilità, Mermaid (con flauti, percussioni industriali, strings di riempimento, downtempo che cresce fino ad attimi più upbeat, campionamenti inquietanti), Voodoo Games (ipnotica e fumosa marcia condotta solo dai bassi secchi, dal downtempo robotico, dai filtri vocali e dall’effettistica spettrale) e You Won’t See Mee (brano interamente folk che insegue tonalità orientali abbinandole a sporadici archi dal sapore europeo).
La titletrack invece è il pezzo più legato ai canoni del trip hop senza aggiungervi novità di sorta, ma convince lo stesso grazie ad effetti sonori allucinogeni e ad un arrangiamento mesmerizzante. Abbastanza convincente è anche Sad and Lonely, arricchita da spunti jazz seppur penalizzata da un pizzico di ripetitività, mentre la ballata Absconding suona elegante ma un po’ scontata nei giri di piano e nei piccoli spunti d’archi.

Se gli elementi che costituiscono Sweet Shadows, presi singolarmente, sono stati già detti, la loro combinazione suona nel suo piccolo piacevolmente fresca e godibile grazie soprattutto all’apporto vocale della Walker e ai fraseggi raffinati inseriti nel songwriting, che pur non nascondendo una certa orecchiabilità più radio-friendly mantiene una propria elegante, introversa e notturna vena atmosferica. Il mood e l’immagine del disco sono per di più dotati di una malinconia quasi neo-gotica che forse di per sè non è originalissima ma contribuisce a dare un sapore abbastanza differenziato al lavoro rispetto agli stereotipi del trip hop.
Mancano giusto un po’ più di drammaticità, stemperata dall’immediatezza cantautoriale che permea il disco, ed un po’ più di variegatezza, visto che a lungo andare il disco tende a non offrire più molte sorprese man mano che lo si assimila.

Il disco viene inoltre nominato “miglior release del 2003” ai Philly Music Awards.

Attualmente i Daughter Darling sono in sospeso, in attesa di dare loro notizie.

(recensione pubblicata anche qua)

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