Swans – Filth [1983, Labour]


Gli Swans sono stati una delle più importanti e seminali band del periodo post-punk.
Vengono formati nel 1982 da Michael Gira su quel che rimaneva dei suoi precedenti Circus Mort, e lo stesso Gira dichiarò che col nome (che significa “cigni”) intendeva rappresentare quel che cercava nella musica del gruppo, cioè un suono maestoso ma dall’atteggiamento aggressivo. Dopo un primo EP in cui si mostravano i legami con il post punk, la no wave e il noise più aberrante, gli Swans pubblicano nel 1983 il loro esordio vero e proprio, Filth, in cui denotano sia il connubio intimo con la no wave newyorkese e la musica industriale, sia la capacità di andare oltre per plasmare un sound iconoclasta nuovo ed inquietante.

La musica degli americani è ossessiva, oscura, malata: della no wave di gruppi come i Mars viene riprese le atmosfere angoscianti, l’attitudine nichilista e l’andamento minimalista (quest’ultimo fattore che è influenzato anche dalla musica di LaMonte Young poiché il batterista Jonathan Kane fu suo collaboratore), ma il tutto viene proiettato nella claustrofobia meccanica e ossessionante della musica industriale di Throbbing Gristle e Einstürzende Neubauten.
Se all’inizio gli Swans erano più vicini alla decadenza gotica dei Joy Division, ora trasfigurano il tutto con le sperimentazioni alienanti dei Chrome, suoni abrasivi e squadrati che ricordano anche le prime sperimentazioni dei Sonic Youth, i clangori oscuri dei Cabaret Voltaire, ma il tutto suona ancora più efferato di quel che si potrebbe immaginare con la somma delle parti.
E tutto questo è, negli intenti di Gira, sintomo della società malata e autodistruttiva che lui esplora e di cui lo stesso leader del gruppo, a contatto con le droghe fin dall’infanzia e disadattato all’estremo, è vittima, finendo per rappresentare una metropoli, New York, con tutta la sua violenza, il suo disagio, le sue alienazioni mentali e gli incubi che vivono i suoi abitanti.

Definire Filth inquietante sarebbe un eufemismo: fin dall’iniziale marcia industriale Stay Here (ossessiva, allucinante, maniacale) non c’è melodia, non c’è una qualche forma di accessibilità o di armonizzazione. Tutto è mandato avanti da sequenze di suoni laceranti, distorsioni corrosive, rumori metallici, campionamenti alienanti e soprattuto da una sezione ritmica assassina, con doppio basso e doppia batteria per rendere il tutto ancora più martellante, rimbombante, ossessivo. Si tratta probabilmente del disco più estremo e noise della no wave, l’infusione di una depressività dalle radici gotiche nella dinamica industrial, il tutto portato alle sue estreme conseguenze.
I momenti più cadenzati e sincopati, come Blackout o l’ancor più depressiva Weakling, suonano come colate di metallo fuso in un’orgia dissonante di macchinari e strumenti industriali, mentre gli episodi relativamente più fragorosi (la ripetitività disturbata di Big Strong Boss, il macinamento distorto di Freak, il magma di Thank You) fungono da punto d’incontro fra le tendenze più noisy dell’hardcore e dell’industrial.
Questo incubo sonico è scandito dalla voce grave e disperata di Gira, che urla litanie come un malato di mente in maniera voluta, a sottolineare l’angoscia che è alla base della musica, pura espressione di dolore in maniera fine a sè stessa, senza interiorizzazioni di tale condizione nè possibilità di uscirne, solo lo spaventoso dolore nudo e crudo sbattuto in faccia nella maniera più metallica e sconvolta dal disordine mentale.
Con Power for Power e Right Wrong si raggiunge forse il picco della cacofonia e della depressività alienante, ma a far raggelare il sangue è invece la conclusiva Gang, con riverberi distorti, percussioni industriali chirurgicamente fredde e attanagliate da echi spettrali, nenie vocali da psicotico, angoscia dirompente e suicida. Una conclusione degna di un disco nichilista fino all’osso, scosso da schitarrate scordate e linee vocali agonizzanti esaltate da impianti ritmici dirompenti e assordanti.
La colonna sonora di una metropoli pervasa dall’auto-distruzione più folle e squilibrata, nonché uno dei dischi più ostici e viscerali del periodo.

In quegli anni la musica degli Swans venne definita “boom music” per via proprio della sua strutturazione, con ostiche percussioni continuamente ripetute mentre su di esse emergeva un mix di voce nevrotica, distorsioni lancinanti ed effettistica claustrofobica.
Si tratta certamente di uno dei punti di riferimento più importanti dell’intero movimento industriale, seminale anche per la nascita del futuro industrial metal nonostante gli Swans non siano assolutamente metal, e primo capitolo del terrificante gruppo frutto della mente ossessionata di Gira.

(recensione pubblicata anche qua)

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