O Brasil, I’m coming with the fire

Alcuni appunti riguardo la reazione brasiliana alla sconfitta contro la Germania per 7-1.

Credo che conosciate ormai tutti il tragico Maracanazo: il Brasile perse la coppa del mondo in casa contro l’Uruguay nel 1950, come risultato ci furono lutto nazionale e persino suicidi. I giocatori sconfitti per decenni doverono subire l’onta della disfatta ed essere additati dal pubblico ignorante.

Perché accadde?

Dunque, penso sappiate anche che il Brasile è stato a lungo un paese molto povero. Le favelas, i residui del colonialismo, la società multietnica con forte disparità sociale.

Da noi siamo abituati che nei luoghi ove c’è maggiore disagio sociale, lo sport diventa uno sfogo per la frustrazione covata dalla gente, nascono così gli ultras violenti e i vari Genny a’ carogna, che sfruttano le occasioni sportive per insultarsi, malmenarsi e fare casino: è una scusa per imporre la propria supremazia tribale da maschi alpha contro lo statoladromaledettocivessanoincontinuazione, contro le istituzioni, contro il sistema.

In Brasile accade qualcosa di simile, ma con una sottile differenza: lo sport non è (solo) uno sfogo, ma un’occasione di riscatto. Lo sport è il modo con cui hanno, o avevano, i brasiliani per primeggiare. In un paese dove molte persone facevano la fame e gli unici divertimenti dei bambini era giocare con palloni di stracci fra i vicoli o sulla sabbia, dimostrare di farcela in un ambito sportivo è un’immensa occasione di riscatto sociale. Non vale solo per il calcio: pensate ad Ayrton Senna nella F1 per esempio. Oppure ai fratelli Gracie che col Brazilian jiu jitsu sono andati a vincere innumerevoli tornei di arti marziali nel mondo. E in questo ci hanno sempre profuso dedizione e rispetto quasi sacrali: un maestro jujitero brasiliano fuori dal tappetino è un cazzonissimo festaiolo, ma in ambiente di allenamento è più rispettoso di un samurai. E con il suo kimono pieno di loghi, sponsor e grafiche tamarre, ha una reverenzialità, un amore ed un rispetto per la disciplina maggiori di tanti maestroni orientali.

Ogni campione sportivo diventa un idolo, perché rappresenta il concittadino che ce l’ha fatta, ma non solo: rappresenta l’unico momento di orgoglio per una nazione che può finalmente primeggiare in qualcosa, dire “anche noi siamo stati grandi”.

A volte ciò veniva contornato da un po’ di cafonaggine: quando Kimura andò a sfidare Helio Gracie negli anni ’50, venne bersagliato da insulti e uova marce. Ma non era perché i tifosi erano buzzurri ignoranti, cioè, non era solo per questo: era per un senso immenso di partecipazione attorno al proprio campione, chiunque altro non era degno, perché il proprio campione teneva alto l’onore del Brasile, mostrava che anche un brasiliano poteva eccellere, mostrava che anche dove si fa la fame nelle favelas ci si può risollevare e raggiungere grandi traguardi.

Perché ogni vittoria del Brasile nei mondiali è stata per anni un’occasione di festa incredibile? Perché Senna o Fittipaldi alzavano con orgoglio la bandiera brasiliana dopo una vittoria, sventolandola durante il giro d’onore? Perché lo stato istituì il lutto nazionale dopo il Maracanazo o dopo la morte di Ayrton? Perché nel ’94 il Brasile campione del mondo alzò uno striscione per ricordare proprio Ayrton? Cosa rendeva tanto speciali un Pelè o un Senna rispetto ad un pompiere, un medico, un ricercatore?

Oggi pensiamo ai calciatori solo come a dei viziati strapagati e a chi scalpita per loro come una pecora rintontita dai media. Un po’ perché effettivamente i calciatori sono diventati superstar, un po’ perché ci conformiamo a fare gli alternativi intellettualoidi che dissertano sull’insostenibile leggerezza della volgave pallappiede.

Ma un tempo non era così. I calciatori che vinsero i mondiali di un tempo erano fratelli, per il popolo. Erano come loro. Crescevano fra le strade, calciando sulla spiaggia. Se loro vincevano, era un proprio fratello a vincere; erano tutti i brasiliani a vincere. Credo accadde qualcosa del genere anche per Maradona coi napoletani, che lo amano nonostante i trascorsi con la droga, il fisco, le paternità non riconosciute e le bottiglie di acqua e sonnifero rifilate di nascosto ai terzini avversari durante Italia ’90.

Certo, con un pilota di formula 1 era un po’ difficile immedesimarsi perché ci volevano condizioni economiche privilegiate di partenza, ma era comunque il Brasile a vincere su tutti quei ricconi europei.

Per questo, sì, per un brasiliano, un tempo, vincere era tanto importante quanto lo è per voi mandare a casa la ka$tah alle elezioni, far abolire le auto blu o dirottare i soldi degli F35 sugli asili, nonostante per voi l’entusiasmo per una vittoria nel mondiale sia addirittura qualcosa di cui vergognarsi visti i “tanti problemi che ci affliggono”. Ma per i brasiliani, un tempo, vincere nello sport era proprio la risposta a quei problemi. Voleva dire “il Brasile ce l’ha comunque fatta, noi siamo dei vincenti”.

E soprattutto se guidi una cavalcata trionfale vincendo di misura, 5-0, 6-0, calcio spettacolo ecc., perdere all’ultima gara contro una piccola nazione rivale per 2-1, davanti al tuo pubblico, quando tutto sembrava destinato a decretare il proprio successo… beh, il risultato fu il Maracanazo, con la sua depressione e persino i suicidi. Questo non lo possiamo capire noi; non lo può capire chi non ha mai vissuto in quelle condizioni e gioca al piccolo rivoluzionario da internet, facendo lo spocchioso contro chi segue una partita “perché non tollero che un calciatore sia più seguito e pagato di un ricercatore o pompiere” (giustissimo in teoria, ma un calciatore viene stipendiato da privati, alla fine non è affar nostro quanto viene pagato).

Perdere non era ammesso: chi arriva secondo è solo il primo degli sconfitti. Questo per i brasiliani è sempre stato un concetto marchiato a fuoco. Ecco cosa spinse tanti sportivi brasiliani ad eccellere nelle loro imprese.

Certo, i calciatori del 1950 non si meritarono l’infamia che li accompagnò per decenni. Ma la reazione dei brasiliani, la tristezza, il pianto, la vergogna, erano comprensibili per cosa le aveva provocate.

Ora, dopo 64 anni, cosa è cambiato?

Il Brasile adesso è un’economia in crescita. Molto più agiata rispetto ad un tempo, grazie anche al petrolio, anche se esistono ancora molti poveri con molta distanza dai ricchi.

C’è stato un certo grado di avanzamento sociale, per cui il calcio non conta più così tanto rispetto alle vere cose serie (istruzione, sanità ecc.).

La gente inizia ad essere più ricettiva verso le disparità sociali e alle misure del governo.

Il calcio si è divizzato, è diventato popolato da prime donne, da giocatori che già a 19 anni vanno in Europa a giocare pagatissimi, da un senso di maggior distanza fra lo sport e chi lo segue anche per via degli sviluppi internazionali del calcio. Certo, è pur sempre lo sport più amato e seguito, ma come anche per la F1 che un tempo vedeva i tifosi passeggiare nei box per chiacchierare coi piloti (mentre oggi è tutto transennato, asettico, perbenista),  anche nel calcio si è sviluppata una certa distanza negli ultimi decenni.

No, perdere 2-1 in finale, magari di nuovo con l’Uruguay o con “l’odiata” Argentina, non causerebbe lo stesso sfacelo psicologico, soprattutto perché il Brasile non è sembrato una cannoniera devastante fino a questo momento, e anche perché questi giocatori non sono tanto amati come quelli di un tempo. I brasiliani sono più aperti alla sconfitta oggi.

Ma perdere per un umiliante 7-1, soprattutto dopo i tanti scontri sociali dovuti alla sensazione che il governo trascurasse il popolo per creare un carrozzone laccato di nastri preziosi e bigiotteria luccicante (e quindi, che almeno si vincesse!), è lo stesso uno shock pesante.

E anche se quei calciatori forse erano un po’ più “bambini viziati” rispetto ad un Pelè, ad un Vavà, ad un Zico o ad un Dunga, agli occhi di voi opliti del bene, anche se per voi magari non sono vicini al popolo come dei capoeiras o come un membro della fondazione Senna, loro hanno comunque sentito tutto il peso di essere il Brasile che davanti al suo pubblico, chiamato per vincere e stravincere, viene invece ridicolizzato come una banda da circo.

I giornali brasiliani hanno titolato tutta la loro rabbia e disperazione.

Nonostante le immagini televisive mostravano tifosi ubriachi comunque festosi fuori dallo stadio, sono stati riportati scontri con incidenti, vittime e bandiere bruciate.

No, non è (solo) perché la ggente è composta da pecoroni che si lasciano distrarre dal calcio invece di pensare alle cose serie e dialogare dei massimi sistemi. E’ perché per i brasiliani il calcio è il Brasile.

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