Arte e protestantesimo

L’altro giorno ho fatto cenno delle origini nella cultura protestante di una certa mentalità confluita poi nel capitalismo moderno.

Il rinascimento fu, nel campo delle arti, un rifiuto delle atmosfere oscure, mistiche e di pena continua del medioevo, recuperando molte tematiche estetiche ed estetizzanti del paganesimo. La situazione però era più complessa, i mecenati italiani erano ricchi e mercantilisti, l’arte era a godimento dei sacerdoti e dei capi più che del popolo, che anzi era culturalmente ostracizzato perché per esempio non capiva il latino. Per contrasto la riforma protestante aborriva le tendenze estetizzanti e paganizzanti del rinascimento italiano proprio perché le associava allo squilibrio di ceto e alla “casta” sacerdotale. Già da tempo si provava avversione per la condizione di “casta” del mondo latino con i signori, i sacerdoti, e tutti gli artisti che venivano alloggiati e mantenuti nei loro ricchi alloggi (con i soldi provenienti dalle indulgenze o dalle tasse che funzionari andavano a riscuotere fino in Germania causando malumore di censo e nazionalistico).

Per inciso questa insofferenza non era limitata al mondo mitteleuropeo (Huss e Lutero) ma anche in Italia ebbe i suoi “puritanismi”, come Savonarola che scagliava invettive feroci verso il clero, i dittatorelli delle città, verso i mercanti, verso quelli che vedeva come dispostismi corrotti contrapposti alla repubblica libera e austera*1 che Firenze doveva essere. Già nel ‘300, poi, in Inghilterra ci fu Wyclif. La riforma protestante non nacque all’improvviso ma fu il culmine di un sentimento duranto molto a lungo. In mezzo c’era Erasmo, che aveva un atteggiamento ambiguo: criticava la corruzione della curia, ma non appoggiava certe cose della riforma, finendo per essere accusato di eresia dai cattolici, e di essere uno sgherro del papa dai protestanti.

Il mecenatismo e i tutori delle arti, caratteristiche tipiche del rinascimento italiano, erano malvisti perché essenzialmente oggi verrebbero chiamati privilegiati che lavoravano per la kastah che campava a spese della ggente che dissanguavano in nome dei grandi poteri stranieri (il “ce lo chiede l’Europa” dell’epoca era “ce lo chiede il papa”).

Personalmente ho sempre trovato esemplificativo di una certa condizione mentale l’avversione con cui i protestanti criticavano lo sfoggio di arti suggestive, monumenti imponenti, lusso, revival del paganesimo e tematiche “di carne”; contrapposte al loro bisogno di spiritualità interiore, rapporto diretto con la sola Bibbia senza speculazioni filosofiche, sobrietà nei costumi e soprattutto oboli nazionali*2 da non elargire ai preti stranieri per finanziare la costruzione di cattrdrali “superbe” altrove. Lo stesso Lutero cavalcò questo sentimento dicendo dopo il 1517 che nei suoi viaggi a Roma rimase scandalizzato da quelle ostentazioni di forme ed estetica, che faceva andare di pari passo con la corruzione del clero e dei quadri dirigenziali (anche se in realtà decenni prima non ebbe nulla in contrario da ridire, segno che cavalcò l’occasione del momento).
I lanzichenecchi che saccheggiarono Roma, erano  plagiati da decenni di questa propaganda, e la città la vedevano proprio come la culla di Satana. Erano convintissimi di avere una missione morale giusta e superiore nel distruggerlo, deus lo vult esattamente come per i crociati.

Il mondo protestante ebbe elementi modernizzanti e positivi, come il maggior contatto col popolo (la Bibbia scritta in tedesco per esempio*3, e l’affermazione prima di tutti di uno stato laico separato da quello pontificio perché la dimensione spirituale veniva traslata a livello personale e non in una struttura gerarchica), ma anche negativi, come in genere ovunque vi siano fanatismi: basti pensare per esempio che i roghi e la caccia alle streghe ebbero i loro picchi proprio nel mondo protestante. Calvino a Ginevra fu senza pietà perché la sua mentalità era quella del “o siete con noi o contro di noi” e ci furono vittime illustri e innocenti.

E come già detto nell’altro post, la riforma cambiò l’arte, modificandone molti soggetti e messaggi.

*1: esistono anche molte istanze repubblicane che hanno sposato una certa moralità anche bigotta (e non per forza coerente, anzi, l’ipocrisia è sempre stata molto diffusa), mentre i “dispotismi” (o quelli temuti come tali) erano più laici, moderni e un po’ demagoghi. Le eccezioni di solito sono state restaurazioni e in mezzo si inserivano anche i privilegi di ceto sociale. Basta pensare al contrasto fra repubblicani aristocratici e populares poi divenuti cesariani nell’antica Roma. O all’ossessione con cui i teocon americani vedono lo spettro della dittatura comunista o nazista persino nel partito dei democratici.
Come dico sempre non è tutto bianco e nero ed esistono anche casi differenti.

*2: un’altra questione era difatti il nazionalismo, il papa era visto come un principe straniero a cui elargire contributi per la propria corruzione personale. La chiesa a sua volta si proponeva di essere cattolica e quindi non accettava certi confini, quando le tornava comodo (e cioè quando si trattava di aumentare il gettito delle entrate e di avere comodi alleati politici per tutelare le proprie pretese, soprattutto quelle temporali, che sfociarono nell’insoddisfazione che portò alla riforma).

*3: nel mondo protestante si affermò la lingua tedesca moderna proprio per questo cambio di rotta sociale, in parte più chiuso e bigotto riportando al medioevo, in parte più “moderno”.

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Un pensiero su “Arte e protestantesimo

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