Lo sciame grìnpiis

Tornando dalle poste della mia città, oggi, incrocio una muta famelica di attivisti di Greenpeace che molestano i passanti, riconoscibili circa da 2 km di distanza con le loro pettorine monocromatiche e gli innumerevoli accessori per la caccia che trasportano con loro.

Tornando dalle poste della mia città, incrocio una muta famelica di attivisti di Greenpeace che molestano i passanti, riconoscibili circa da 2 km di distanza con le loro tipiche pettorine monocromatiche e gli innumerevoli accessori per la caccia che trasportano con loro.

Ora, a me fa sempre piacere se qualcuno vuole lottare contro qualche criminale che vuole scaricare rifiuti nel mare, o abbattere specie protette, o vendere roba adulterata/contraffatta contenente sostanze pericolose.
E ho sempre appoggiato tantissimo chi andava a contrastare chi se ne fregava dell’ecosistema inquinando liberamente parchi naturali, riserve, aree protette, laghi, foreste e brughiere.

Però a volte, nonostante o forse a causa dell’ideale superiore, ci si impunta su lotte ideologiche contro i mulini a vento, distogliendo l’attenzione dai veri problemi per inventarsene di nuovi.
Sono quelli che il caro vecchio Norman Borlaug (a proposito, lo conoscete, vero?) chiamava “ecologisti con la pancia piena”, che parlavano e parlavano, di quali fossero secondo loro le strategie “giuste” da adottare per risolvere la fame del mondo o perseguire uno sviluppo sostenibile, senza sapere di cosa stessero parlando, e comodamente sfruttando tutto il benessere del progresso.
Voglio dire, prendiamo per esempio gli OGM. Assieme a Slowfood, Coop e quanti altri, è diventata una faida, tanto che lo stesso fondatore di Greenpeace, Patrick Moore, poco tempo fa ha accusato la sua stessa organizzazione di aver praticamente compiuto un crimine opponendosi testardamente alla coltivazione del golden rice.

Così, ricordandomi anche di quando venivo intasato senza alcuno scampo di richieste per partecipare alla petizione “OGM? No, grazie!” non è che abbia molta voglia di fermarmi a parlare.

Mi guardo attorno, alcune vittime giacciono esangui al suolo, le creature clorifratte si avventano su bersagli inermi e li imbozzolano sotto volantini inquietanti come fa un ragno Nephila con la sua preda. Si tratta di un genere di ragni enormi che tesse ragnatele ancora più grandi e arriva a mangiarsi uccelli e piccoli mammiferi.


Chissà se ne esiste una specie intonata con San Patrizio.

In realtà, però, osservando lo sciame impavido e spietato, mi ricordano di più gli aracnidi di Starship Troopers.
Inizio a pentirmi di non essere salito a L’Aquila per salutare alcuni amici che finalmente si laureano dopo eoni, ma dovevo assolutamente sbrigare delle commissioni.
Non ci sono strade alternative, allora faccio finta di niente e tiro diritto, ma è tutto inutile.

“Ciao, ti possiamo rubare un minuto?”

Sorrido, provo a far finta che sia una meravigliosa giornata, ma inizio a vedere cheliceri taglienti spuntare da tutte le parti.

“In cosa posso aiutarvi, cari amici vestiti da leghisti irlandesi al compleanno di Gheddafi?”
“Hai mai sentito parlare di Grìn Pis?”
“Uh sì mi sa di nome, ne ho sentito parlare forse…”
“[*sorriso a 24 carati*] Ebbene, noi siamo la più grande ipermegastrasuper associazione di ambientalisti blablabla noi lottiamo contro le aziende malvagye per impedire che facciano profitto sulla salute della ggente sbroc sbroc ed urlare loro che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!”
“Wow, sembra interessante.”

Al ragazzo si illuminano gli occhi ed inizia a preparare una protuberanza come il cerebrato di Starship Troopers.

“Lo è. Però sai com’è in Italia siamo un po’ pochi e c’abbiamo la sede sganghera e ci muoviamo con un trabiccolo dell’anteguerra e andiamo avanti con le gallette rafferme e ricicliamo le bustine di tè e…”
“E?”
“… e insomma, ci servono schéi se vogliamo crescere e ampliare le attività di qui sopra e continuare la nostra sacra missione.”
“Ah, davvero?”
“Già e qui entra in gioco il tuo aiuto. Se ti iscrivi ti abboniamo alla nostra miticissima e imperdibile rivista, ti aggiungiamo alla niùsletter e ti aggiorneremo su cosa scriveremo di aver fatto sul sito italiano blablabla le imprese la gloria blablabla l’ambiente è tutto e tutto è nell’ambiente, disantropizzare e disantropizzeremo!!!!!!1111”
“Capisco.”
“Naturalmente ci vuole una quota d’iscrizione.”

Mi guardo attorno. Le vie di fuga sono ostruite e sono nel bel mezzo della ragnatela.
Attorno a me iniziano a sbucare persino gli scarabei giganti dal suolo.
Questo è uno di quei momenti in cui ti rammarichi che gli Space Marines non esistano davvero.

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Per un attimo vacillo e rimugino se chiedere perdono per i miei atroci peccati e confessare: ho lavorato in uno stage con delle piantine ogm e votato per il nucleare nel 2011.
Ma poi rifletto. Non è tutto bianco o nero ciò che l’aracnide mi racconta. Potrei raccontargli della pecunia che arraffavano i marchi biologici tipo Carrefour, Bio C’bon o C’est Bio quando ero in Francia, supportati da cineforumpropagandistici divulgativi con le corbellerie di Vandana Shiva nei locali per ragazzi, vendendo prodotti griffati nei supermercati e promuovendo coltivazioni biologiche basate sul “naturale è meglio”.

Beh, anche la solanina delle patate, le muffe che attaccano i cereali e il verderame usato come insetticida sono naturali, ma non fanno per niente bene. Anzi, certi pesticidi naturali sono anche più tossici di molti di sintesi.
In effetti la natura è piena di sostanze tossiche se ingerite o inalate, che in genere producono per difendersi. Potrei farvi venire una mezza paranoia raccontandovi un po’ di tossicologia degli alimenti, nonché di effetti nefasti se si mangiano certi vegetali crudi/in quantità eccessive/in condizioni particolari, ma divagherei troppo.

Le patate verdi però evitatele magari.

Non è molto noto neanche che le coltivazioni biologiche non hanno esattamente tutte queste grandiose proprietà. Non è vero per esempio che abbiano proprietà nutritive maggiori. Non è detto che abbiano un impatto ambientale minore; potrebbero, per esempio, necessitare di maggiori aree da destinare a coltivazione, aumentando il disboscamento e la fertilizzazione. E se, nonostante le tonnellate di letame addizionale da usare al posto dei fertilizzanti, si ottiene un prodotto che a parità di qualità costa di più, l’impatto maggiore inizio a pensare sia sul portafogli.
Per maggiori informazioni vi rimando ad alcuni link di approfondimento, nonostante quel che le multinazionali e le aziende del bio, con il loro ricco fatturato, riescano a far passare nei media e nei governi con le loro lobby*1:

http://www.climatemonitor.it/?p=28254

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/04/15/bio-nutre-di-piu/

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/18/dieci-vero-o-falso-sul-biologico/

http://www.nature.com/nature/journal/v485/n7397/full/nature11069.html

Ricordate, il Carrefour ha un giro di capitale di gran lunga maggiore di quello della Monsanto, per dirla semplice con un solo esempio.

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In generale però il concetto stesso di naturale non è molto coerente.
Sapete, quasi niente di ciò che noi mangiamo o utilizziamo per sopravvivere è naturale: abbiamo ottenuto ciò di cui disponiamo mediante antropizzazione, selezione artificiale, costante innovazione.
Forse nessuno di voi ha mai visto il granturco, i peperoni o le banane selvatiche, che non hanno nulla a che vedere con quel che troviamo sul bancone. Le carote originariamente erano viola e, per passare alla zootecnia, nell’età della pietra sarebbe stato un po’ difficile trovare le nostre mucche da latte, i maialetti cosciosi, le pecore da velluto e persino il barboncino della Brambilla – che, per inciso, difficilmente sopravviverebbero nella natura selvaggia lasciandoli liberi coi loro progenitori cinghiali e lupi.

Ancora più curioso è sapere che molte delle tradizionali specialità italiane, come l’arancio dolce di Sicilia o l’italianissimo pomodoro rosso, non sono mai neanche esistite fino a qualche secolo fa e non le abbiamo nemmeno inventate noi, ma le abbiamo importate da fuori (alla faccia della tradizione e del tutelare gli antichi costumi), le abbiamo selezionate, incrociate, a volte persino innestate.

In alternativa avrei potuto chiedergli delucidazioni sulle aziende petrolchimiche e sintetiche che gli avevano griffato i gadgets acrilici e plastici che indossava.
Sono molto esigente e critico verso i sostenitori del nucleare, perché con le centrali e le fonti radioattive non si scherza ed io pretendo il massimo dell’efficienza, della sicurezza e del rapporto benefici/rischi.
Però è anche vero, che a fronte di quasi trent’anni fra Chernobyl e Fukushima, dovuti a negligenza pura e calamità inevitabile, i danni dovuti ai costanti incidenti petroliferi, alla produzione di greggio, all’inquinamento da idrocarburi, agli oleodotti/petroliere che si rompono o le emissioni illegali di polveri inquinanti sono molto più frequenti. E le paghiamo pure di più.
Quindi le cose non sono così scontate e io non sarei così chiuso a priori verso il nucleare, voglio dire, io ascolto anche le argomentazioni di chi è favorevole al nucleare e non sono mica così campate per aria. O almeno, in mancanza di pannelli solari veramente efficienti o di controllabilità della fusione nucleare (però si stanno facendo buoni passi in ambo gli ambiti), io non sarei così prevenuto verso le alternative a carbone, petrolio e gas naturale.

Al ragazzo comunque ho risposto che mi interessava molto la sua fantasticerrima associazione ma avevo lasciato la pasta sul fuoco e sarei tornato dopo 5 minuti, quindi sono sfuggito fra i cadaveri di persone che accampavano giustificazioni rimanendo in loco e sono tornato a casa.

Oserei dire di averne sentito qualcuno esclamare “la mia vita per lo sciame!” dopo che le creature avevano terminato con loro.

*1: sì, esiste la lobby ambientalista. Così come esistono la lobby cattolica e quella neofascista, nonostante questi ultimi abbiano l’ossessione per le lobby di massoni, plutogiudaici, finanzieri, socialisti e chiccessia.

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