Arte e capitalismo

Un luogo comune è che con l’avvento del mondo capitalistico negli ultimi decenni l’arte sia morta: non più le grandi opere immortali di Michelangelo, Rembrandt, Beethoven, ma le futilità commerciali di Britney Spears, dei fratelli Vanzina, di FarmVille.

In realtà l’arte col capitalismo non si è estinta, si è trasformata, dando vita ad opere buone come cattive (cosa avvenuta da sempre), e questa relazione affonda le sue radici in periodi più antichi degli ultimi 50 anni, che sono in realtà l’epoca della società di massa e del consumo e non dell’avvento del capitalismo.

Difatti, proprio la relazione con la società di massa ha influito realmente nellìarte, condizionandone l’espressione e la diffusione. Parliamo cioè del marketing e del successo commerciale. Prendiamo per esempio la musica, i due massimi esempi di autori popolari e  sono Elvis e i Beatles. Non me ne vogliate se sembrerò Scaruffi con le sue controverse monografie, ma il primo fu un’icona pop per la generazione dei giovani ribelli, un simbolo fotogenico di successo che faceva ballare con la musica “da neri” e dettava le mode nel vestiario e negli atteggiamenti, mentre i secondi all’inizio furono soprattutto un’icona della borghesia meno “ribelle” e più benpensante. Al di là del ritenerli artisticamente validi o meno, furono i più diffusi e incisivi prodotti delle case discografiche, contemporaneamente seguivano e ispiravano le tendenze della massa ed il loro umore.

Siamo abituati a pensare che la musica commerciale siano Britney Spears o i Backstreet Boys, ma i veri modelli stabili e universali furono loro, seguiti poi da altri esponenti come Madonna o Michael Jackson. Anzi, il concetto di “musica popolare”, cioè del popolo, può essere estesa anche a tutte quelle forme musicali che non erano la musica “colta” delle orchestre sinfoniche, compreso il blues dei neri d’America. Theodor Wisengrund Adorno decise di liquidare in poche parole tutta la popular music, dal jazz al blues del Delta ad Elvis. Per lui quella “popular music” altro non era che feticcio del mercato – ma non divaghiamo nel discorso della discretizzazione consumista che era condivisa tra i post-marxisti.

Le boyband a confronto si rivelano storicamente solo dimenticabili fuochi di paglia per sfruttare l’ondata di vendite del momento, per poi assistere all’immancabile split-up, agli album solisti con la collaborazione di un nome famoso e poi alla reunion col megatour mondiale a cui partecipano solo ex-adolescenti nostalgici.

E già questo pone una netta demarcazione di successo fra il beat pop dei Beatles ed il teen pop dei Boyzone, che qualcuno potrebbe interpretare come “merito”. Perché questo?

Dobbiamo ricordare che con l’avvento della società di consumo, chi entra nel sistema del businness deve rispondere anche a due requisiti.

Bruce Lee will prepare your breakfast for you

Il primo è che nella società di massa, volubile e trasformabile, si seguono i gusti e le mode della massa, è la cultura pop in senso largo, per cui per poter vendere diventa necessario trasformarsi a propria volta se non si vuole finire dimenticati e veder crollare le vendite – una sorta di necessità per sopravvivere.
In contrapposizione ci sono le avanguardie e i movimenti underground, con tutto un discorso a parte che per ora salto.

Non per caso i Queen nacquero durante il boom dell’hard rock e del glam, per poi seguire a ruota l’avvento della disco coi sintetizzatori, dell’hard & heavy a tinte pop e delle ballate pesanti.
Il mercato è cinico, se si vende il Grande Fratello devi dare il Grande Fratello. Non vuol dire che non si possano ancora ottenere forme d’arte. Vuol dire però che le cose meritevoli sono destinate ad essere più di nicchia: i Velvet Underground per esempio, hanno rivoluzionato gli stilemi musicali e influenzato migliaia di artisti fondando di fatto, anche indirettamente, nuovi generi musicali; ma vendettero agli inizi pochissime copie, risultando degli emeriti sconosciuti. Vuol dire anche che le cose meritevoli possono ben diventare di tendenza e quindi commerciali – al di là del fatto che gli artisti vendono comunque per sopravvivere.

Pensiamo per esempio a tutta la controcultura degli anni ’60, che negli anni ’70 poi sfociò nei ribelli del punk e successivamente nella musica alternativa con il post punk, la new wave e tutti i sottogeneri correalti (goth, industrial ecc.). Sicuramente all’epoca si ponevano in contrasto con la musica di tendenza, nascevano esattamente come generi alternativi; ma al giorno d’oggi vediamo anche esempi successivi in cui, con le circostanze giuste e il giusto sviluppo della sottocultura, in breve o lungo tempo diventano di successo, anche solo in una cerchia. Il punk è diventato una moda (in maniera analoga alle capitalistiche magliette col Che), molti dei più noti esponenti di quella che dovrebbe essere la musica alternativa e ribelle sono campioni di successo popolare e commerciale con i propri fanboy che li ritiene idoli (Nirvana, Rage Against the Machine, Korn ecc.), il concetto stesso di rock alternativo è divenuto con molti gruppi fruibile dalle masse (l’eccezione negli intenti sono forse i Radiohead che rinnegano i loro stessi successi, ma risultano di successo loro stessi). Persino molti movimenti underground hanno avuto divagazioni nel loro piccolo “modaiole”: i gruppi indipendenti, cioè l’indie, hanno una sottocategoria con le loro tendenze e persino il loro costume, e il post-rock nella sua nicchia è divenuto un archetipo stereotipato; mentre il truculento black metal è nato negli scantinati di norvegesi disadattati ma adesso accanto ai gruppi più misconosciuti ha anche esponenti come i Dimmu Borgir che vendono con l’immagine trasgressiva e i tastieroni imponenti abbinati alle distortissime chitarre ronzanti.

Spesso ciò accade perché si consolidano degli stereotipi di genere, con un pubblico dedicato, e il mercato si segmenta puntando su di loro. Anche qui, le case discografiche, esattamente come accadde con Elvis e i Beatles, hanno abbastanza influenza per decidere chi spingere e promuovere, senza per forza andare ai livelli di MTV o di Pop of the Pops dove ciò che viene passato viene percepito come quello “che va per la grande”.
Ancora una volta, ciò non vuol dire che un disco come l’omonimo dei Korn non possa essere un classico innovativo nonostante il successo, o che nel black metal nonostante la monotonia saltino fuori gruppi validi e perché no anche innovatori come i Nachtmystium.

I metallari spesso si vantano di essere alternativi e diversi dalla massa commerciale e conformistica, salvo poi conformarsi a loro volta alla sottocultura metal con il proprio vestiario, i propri atteggiamenti, i propri idoli. Ciò non toglie che escano fuori esponenti artisticamente validi, solo che il modo di fare arte è diverso da come lo si intendeva un tempo.

Il secondo requisito è che a Wall Street o nella City dei turbocapitalisti o degli anarcocapitalisti, un’idea dominante è che “che tu sia Gordon Gekko o un mendicante povero, te lo sei meritato”, per cui il successo commerciale diventa misura del successo personale; se diventi famoso e le tue opere vendono, è perché sai avere popolarità e riscuotere successo.
Le origini di questo “spirito” sono, come anticipato prima, più antiche.

Nella visione di Max Weber le origini del capitalismo odierno, culturalmente, affondano molte radici nell’impostazione sociale*1 protestante (soprattutto calvinista). Essa si fonda sul fatto che nel mondo protestante l’idea di predestinazione della grazia divina, per cui contava la fede e non le opere dell’uomo, diffondeva l’idea che il successo personale fosse segno della suddetta grazia e che avendola si dovesse testimoniarlo col lavoro e il guadagno, un circolo vizioso che andava avanti perché i mercanti, gli avventurieri, gli imprenditori e i selfmademen protestanti erano in modalità “siamo unti del signore”.

Ma il protestantesimo non uccise l’arte rinascimentale, la trasformò. I soggetti ritratti passano da soggetti divini a persone, si dipinge la famiglia di mercanti e non il papa, il cardinale o i santi. C’è una vena di populismo nell’ispirazione che sta nel fatto che hanno caricato di responsabilità enormi quello che poi sarebbe stato l’individuo più avanti, ma per chi quella responsabilità sa coglierla si è aperto il paradiso (o quasi).

Il mercato diviene così solo uno strumento con cui un artista può ottenere più o meno successo per sostenersi. E la tecnologia può permettere anche a chi non vuole avere successo mainstream (salvo essere di tendenza e idolo commerciale relativo fra gli alternativi, o fra i cosiddetti “alternativi agli alternativi”) di ritagliarsi il proprio posticino al Sole in una nicchia limitata – in particolare l’informatica e il web, fra i social network, MySpace, Spotify e quant’altro influenzano ciò.

*1: ci sarebbe da ridire sulle condizioni socioeconomiche che per esempio portarono al mecenatismo rinascimentale (e per contrasto la riforma protestante aborriva le tendenze estetizzanti e paganizzanti del rinascimento italiano proprio perché le associava allo squilibrio di ceto e alla “casta” sacerdotale) ma è un discorso molto lungo.

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Un pensiero su “Arte e capitalismo

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