Dido – No Angel [1999, Arista/Cheeky/Sony BGM]

La cantautrice britannica di origine franco-irlandese Dido (nome completo Dido Florian Cloud De Bounevialle O’Malley Armstrong) iniziò a farsi conoscere sul serio nel 2000 quando Eminem campionò una sua canzone per il singolo Stan e lei stessa partecipò nel video. Non molto tempo dopo divenne famosa grazie alle hit Life for Rent e White Flag; ma già prima la cantante aveva iniziato a muovere da sola dei primi promettenti passi.

Dido inizia la sua carriera discografica nel 1995, quando, contemporaneamente alle collaborazioni con il fratello Rollo Armstrong e i suoi Faithless, registra alcune demo (alcune delle quali verrano ri-registrate per l’album riunite in un mini intitolato Odds & Ends che incuriosiscono l’Arista Records e la Cheeky Records. La prima distribuisce il demo negli Stati Uniti, la seconda invece nel Regno Unito fino a quando viene rilevata dalla BGM Records, mossa che fa slittare la data d’uscita del debutto vero e proprio, prodotto con l’ausilio proprio di Rollo e intitolato No Angel, al giugno 1999.
Situato in un delicato crocevia fra trip hop e pop acustico cantautoriale e registrato con un’imponente line-up di supporto, No Angel si rivela un disco particolarmente leggero e soffuso, incentrato soprattutto sulla vellutata ma decisa voce di Dido, a volte paragonata a quella di Sinead O’Connor e che svetta sempre, che vi sia la chitarra classica, il battito downtempo o effetti elettronici rarefatti a fare da tappeto sonoro di sottofondo. L’approccio di base è fortemente intimista e lo si nota soprattutto nei testi, come dei frammenti di emozioni e sogni dal sentore vagamente adolescenziale; ma la stessa musica è decisamente incentrata nel ricreare atmosfere avvolgenti ed emotive, a volte anche oniriche e in parte influenzate dalla musica new age, con cui dipingere tutta una serie di umori e sensazioni. In questo il songwriting si rivela particolarmente curato ed efficace, andando però a peccare di un’eccessiva prevedibilità in alcuni dei momenti più vissuti, che a volte tendono ad appannare un po’ gli spunti più eterei e malinconici in favore di una fruibilità emotiva certamente catchy ma anche banalotta. La pezza però ce la mette sempre Dido con la sua voce, capace di rendere i ritornelli godibili e canticchiabili.

L’iniziale singolo Here With Me è già il pezzo più carico e passionale: bassi dub ed elettronica liquida di sottofondo introducono la voce mesta di Dido, intenta a cantare sogni, speranze e paure d’amore in un’alternarsi di passaggi ora più ovattati e malinconici, ora più potenti ed emotivi con beats trip hop intensi accompagnati dalle strings di riempimento. Formalmente un rimescolamento di clichè già utilizzati, ma l’intensità del brano suona sincera e vissuta.
Per contro la successiva Hunter è relativamente più scanzonata, con uno spedito intreccio di chitarra classica e archi su ritmiche più uptempo, e nel pop/rock di Don’t Think of Me si va ancora oltre con una ballata acustica fresca ma resa un po’ banale dai soliti archi e dai chords distorti del ritornello. Fino a questo momento comunque la forza melodica di Dido si è incentrata sui chorus incalzanti ed in particolare sui picchi emotivi capaci di ricreare.
My Lover’s Gone inverte questa tendenza ponendo più enfasi sull’atmosfera, sfociando in un ambient-folk a cui si aggiungono poi percusioni esotiche e incalzanti, sfiorando soluzioni analoghe a quelle dei Lamb.
La successiva All You Want non dice nulla più di quanto già detto da plurime gruppi trip hop, è però come al solito la piacevole voce di Dido con i suoi chorus accattivanti ad attirare maggiormente l’attenzione, facendo passare in secondo piano il resto e impedendo che si sfoci nella piattezza o nella monotonia..
Il secondo singolo Thank You cerca di rivitalizzare un minimo l’abusata formula del trip hop con percussioni esotiche accanto al downtempo e vari contrappunti acustici (chitarra e pianoforte) e vocali (il coretto quasi gospel nel ritornello), ma non va oltre il risultato di un semplice e piacevole pezzo pop senza particolari ambizioni.
Honestly OK ricorda un po’ troppo i Crustation, che erano globalmente più creativi, ma Dido riesce a trovare interessanti spunti sonori di sottofondo con tutto un viavai di armoniche, bollicine elettroniche spaziali e riempimenti ambient che impreziosiscono il brano, particolarmente evocativo soprattutto da metà traccia in poi.
Vengono ora due delle canzoni più ispirate e riuscite del disco: la prima è l’esotica Slide, fumosa e notturna per poi diventare particolarmente intensa con le stratificazioni vocali del ritornello e i bassi quasi da shoegazing; a seguire sopraggiungono le cupe atmosfere noir della densa ed evocativa Isobel, a fare da seguito.
La più spigliata, ma sempre molto malinconica, I’m No Angel suona meno caratterizzata, ma non mancano gli spunti melodici piacevoli che rimangono in testa con i loro motivetti.
Infine a conclusione del disco abbiamo My Life, un trip hop quasi portisheadiano per via degli inserti sonori retrò e dei riempimenti tastieristici che fanno capolino ogni tanto, ma senza la drammaticità che era propria di Beth Gibbons & soci.

Ci sarebbe anche una bonus track, Take My Hand, che però è forse eccessivamente sentimentalista e per di più dalle atmosfere spezzate da un battito troppo veloce e da archi fastidiosamente manieristi.

L’album si rivela così una prova piacevolmente melodico e dotato di un sufficiente spessore malinconico che, inaspettatamente, si coniuga tranquillamente con il lato più pop di Dido, dandogli una certa personalità senza stonare. Si tratta di canzoni semplici, dirette ed efficaci, che non aggiungono molto di nuovo al panorama e non hanno particolari pretese, ma che coinvolgono e suonano fresche proprio per la loro immediatezza senza fronzoli.
Successivamente, come già detto, Eminem campionerà Dido per una sua canzone, contribuendo a farla accrescere di notorietà, mentre alcuni pezzi verranno selezionati per delle colonne sonore (Sliding Doors e Roswell).
No Angel otterà un notevole successo nel 2001, a due anni dalla pubblicazione, diventando un best-seller a dispetto dell’immagine e della musica di Dido, lontani dal teen pop da classifica.

(recensione pubblicata anche qua)

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