Bowery Electric

Recensioni originali pubblicate qua.

Monografia editata e pubblicata qua.

I Bowery Electric si formano verso la fine del 1993 a New York dall’incontro di Martha Schwendener e Lawrence Chandler, già collaboratore del compositore Philip Glass e studente di La Monte Young. Assieme a loro nel periodo iniziale di carriera c’è anche Michael Johngren alla batteria per le sessioni live e le registrazioni, ma i Bowery Electric sono sostanzialmente un duo.
Il gruppo si propone col neonato progetto di seguire le coordinate musicali che stavano venendo tracciate dai gruppi di “post-“shoegazers emersi successivamente al punto di riferimento stabilito dai My Bloody Valentine di Loveless.

Esso ha la propria prima esibizione già nel gennaio del 1994, a cui seguono diversi spettacoli negli Stati Uniti orientali e la pubblicazione autoprodotta di alcuni piccoli singoli con la loro etichetta indipendente, la Hi-Fidelity.
Proponendo un cupo noise/drone dilatato ed etereo condito da effetti stranianti e soffusi tratti ambient, l’avventura degli statunitensi ha il suo primo capitolo con un EP intitolato Drop.
La musica del gruppo si assesta su di un sentiero musicale in linea con shoegazers come Seefeel, Spacemen 3 e i Loop. Essenzialmente quindi ritroviamo cascate di distorsioni riverberate, strutture ripetute ed ossessive (influenzate soprattutto dalle composizioni di Glass), batteria cadenzata e ripetitiva che scandisce con continuità l’atmosfera ruvida dei brani.
Il canto è quasi impercettibile, una nenia sporadicamente sussurrata che si inserisce come contorno occasionale nelle canzoni, il cui vero nocciolo è costituito dall’acido ripetersi di muri di distorsioni piene e sature. Ma nelle linee vocali si alternano sia Chandler che la Schwendener, conferendo almeno un minimo quasi impercettibile di variazione.
Tutto ciò nell’EP d’esordio fatica a trovare una propria personalità, anzi, i brani sembrano più che altro delle monotone (e alla lunga piatte e stancanti) collezioni fine a sè stesse dei clichè più caratteristici dei nomi che ispirano i Bowery Electric, ma più di qualunque altra cosa risultano tediose ripetizioni di droni chitarristici – il cui intento è di fare atmosfera, ma che purtroppo non offrono spunti emotivi o anche solo tentativi di innovazione minimalista.
Non solo poca originalità, quindi, ma anche un songwriting acerbo e ridondante che oltre allo stile poco personale aggiunge una ripetitività forse eccessiva che porta i pezzi a risultare soporiferi, sbiaditi frammenti di pseudo-sperimentalismo.
Se nel debutto ufficiale arrivato l’anno successivo si sarebbe vista comunque una vena un po’ più personale ed una maggiormente apprezzabile propensione alle atmosfere alienanti e alle melodie tetre ed avvolgenti, qui è tutto ancora troppo inconcludente, soprattutto alla luce delle molto più riuscite e coinvolgenti prove dei loro ispiratori.
La titletrack iniziale è quindi un malinconico ma fastidiosamente ridondante dipanarsi di bassi intermittenti, riff caustici e muri sonori distorti, occasionalmente spezzati dai timidi interventi di Martha al microfono.
Let Me Down prosegue su questa scia con più decisione e meno sorprese; ed Head on Fire la ricicla in maniera spenta e noiosa, nient’altro che un noioso ripetersi della stessa solfa senza un minimo barlume di creatività.
Prevedibilmente Only Sometimes prosegue il discorso in negativo insistendo su questa litania di distorsioni stratificate per ben 7 agonizzanti minuti.
Una proposta immatura che non mostra ancora il meglio di ciò che i Bowery Electric avrebbero saputo fare.

Nell’autunno del 1994 ad ogni modo la Kranky rimane piacevolmente colpita dalla proposta musicale del gruppo e gli offre un contratto con cui incidere un full-length.
Nel 1995 così avviene il vero debutto con il disco omonimo. Nonostante il parere positivo di The Wire (che li definisce “un distinto gruppo post rock americano”), sfortunatamente riesce a metà: infatti da un lato si tratta di un’opera fortemente densa e atmosferica, minimalista nello stile ma più ambiziosa nel dipingere paesaggi sonori dal mood teso e macchiato di visioni spaziali, sensazioni gelide e angoscianti o frammenti onirici fumosi; dall’altro si tratta di un lavoro appesantito da un’eccessiva ripetitività dei pezzi, le composizioni dei quali espandono e ripetono troppo gli spunti inquadrati dal duo e le distorsioni noise riverberate, producendo un effetto di appiattimento generale che nel corso del full-lenght, considerando che non si tratta di un disco sempre originale come stilemi, rende il tutto a tratti eccessivamente monotono e ridondante – penalizzando così i tratti maggiormente riusciti.
Lo schema rimane sostanzialmente uguale per tutti i cinquanta minuti, con estesi muri sonori di droni chitarristici ipnotici che costruiscono scenari allucinogeni su cui si innestano una batteria cadenzata, bassi pulsanti e rabbrividenti, decadenti panorami urbani post-industriali.
Per quanto riguarda l’apporto vocale, tendenzialmente in lo-fi, la Schwendener si limita a sporadici interventi minimali quasi da tetra nenia che rimangono in secondo piano, così come Chandler come seconda voce si mantiene anch’esso in disparte, col risultato che la parte canora non è mai in mostra, è sempre finalizzata a catalizzare l’aura tetra dei brani da una posizione di complementarietà. La proposta viene personalizzata da un’attitudine disumanizzante che esalta le atmosfere di ogni pezzo, ma non si tratta ancora di un disco pienamente fresco ed innovativo.
Comunque, anche partendo ogni volta con ottimi propositi ed il potenziale per concretizzarli, Bowery Electric soffre di una staticità che pezzo per pezzo funge come da zavorra per gli statunitensi, l’atmosfericità del disco ad esempio raggiunge presto climax intriganti ma va via via sfumando sempre più, mentre l’evocatività sonora di ciascuna traccia, più che risultare sempre più corposa o straniante, si fa gradualmente più povera di intensità proprio per l’eccessiva ripetitività.
Sounds in Motion introduce l’album con un basso cupo eredità di shoegazers come gli Slowdive, adagiato su inquietanti droni atmosferici di sottofondo. Next to Nothing è una cadenzata, estenuante marcia celestiale fra ritmi accattivanti dalle percussioni funky e distorsioni acido-oniriche, proseguendo questa solfa in Long Way Down che mantiene i tratti slowdiveiani dei precedenti brani rendendoli leggermente più irrequieti.
La voce è quasi del tutto assente, il che pone in risalto i ronzii delle chitarre e la sezione ritmica che scandisce l’intessitura di ciascuna canzone, alla lunga però inciampando nella monotonia compositiva che minimizzano i fattori positivi negli arrangiamenti raffinati e nelle melodie alienanti ed angoscianti.
Another Road è più dolce e sognante, con la Schwendener che quasi recita le sue parole, sempre rimanendo assieme a Chandler su tonalità basse, quasi difficilmente comprensibili con la voce che funge solo da strumento addizionale, reinterpretando così la lezione degli shoegazers.
Over and Over è una breve, lenta strumentale dai tratti ambient che fanno risaltare i bassi intermittenti da dream pop/shoegazing.
Deep Sky Objects è un trip oscuro e melanconico con retrogusto di disagio, ricorda per certi versi i Joy Division ad eccezione del canto onirico e del noise chitarristico, gli strumenti ritmici nel frattempo si fanno più spediti.
La lunga e strutturalmente ciclica Slow Thrills gioca su un alienante senso psichedelico e sui riverberi di chitarra per mantenere il suono straniante, contorno di tappeti atmosferici e di bassi spettrali, mentre la sezione ritmica cerca di variare lo schema a piccole dosi (una delle rare volte nell’album, che si nota maggiormente per via della lunghezza del pezzo).
Out of Phase è uno dei brani più claustrofobici e dark di tutti, un’inquietante marcia funebre che sovrasta paesaggi sonori disperati, freddi e apocalittici. Ne risulta forse uno dei momenti migliori e più significativi dell’intero disco.
Conclusione più ambientale e nostalgica con Drift Away.
Pur mostrando classe e potenziale, i Bowery Electric soffrono dell’inesperienza che li porta a realizzare un disco ancora acerbo, un lavoro allo stato embrionale non sufficientemente maturo nonostante gli aspetti positivi. Non è comunque da buttare e vi sono sufficienti buone basi melodiche e atmosferiche di cui tenere conto una volta avviatisi a concretizzare uno stile più variegato, incisivo e creativo.
Lo vedremo infatti nel successivo Beat.

Immagine di Bowery Electric<br />

Nel periodo successivo il duo è in tour in Nord America e in Regno Unito, questa volta alla batteria li assiste Wayne Magruder che avrebbe inoltre registrato qualcosina nel successivo disco ma con molto meno ruolo come vedremo.
Per il loro secondo disco i Bowery Electric compiono un lavoro di personalizzazione, ricerca sonora e raffinazione del loro stile che mostra risultati più soddisfacenti che nel debutto omonimo.
La loro cura per le effettistiche atmosferiche e dissonanti da shoegazers evolve l’approccio ammorbidendo le distorsioni noise e i riverberi drone per conferire maggiore spessore al lato onirico della musica, espandendo così l’elemento derivato da un’attitudine a volte più “ambientale” e toccante occasionalmente vertici ipnotici da space-rock nella loro fumosità. Vocalmente permane il ruolo secondario del lato canoro, in funzione di sommessa nenia d’accompagnamento alle atmosfere col fine di catalizzarne l’evocatività.
I bassi sono molto incisivi, spaziando dal dub al dream pop in un costante vortice di sensazioni e umori.
Contemporaneamente si aggiunge una matrice elettronica che trova espressione nella drum-machine che compare in alcuni dei pezzi (nei quali si sperimenta un abbozzo di ibrido fra shoegazing e trip hop) e in certi piccoli spruzzi effettistici e campionamenti qua e là a fare da contorno; seppur accompagnati lo stesso da strumenti acustici, divengono espressione di una ricerca sonora e di un costante aggiornamento stilistico portati avanti tramite l’intreccio di segnali digitali e analogici operato dalla verve creativa degli americani. La caratteristica fondamentale del gruppo a questo punto è infatti il ricorrere a campionamenti e suoni digitalizzati per riprodurre la sezione ritmica (basso e batteria).
Le sonorità si fanno così più soffici e sfumate, maggiormente caratterizzate ma anche più incisive, dipingendo oscuri scenari moderni dall’avvolgente espressività come dal perenne sottofondo di malinconia che pervade i brani, in alternanza notturni e fascinanti, depressivi o inquietanti.
Infine il duo newyorkese pone maggior cura nelle composizioni e negli arrangiamenti, cercando di minimizzare il problema che li accompagnava, cioè quello di dilatare troppo le componenti delle canzoni e di incappare nella prolissa stasi che affliggeva il precedente disco d’esordio – pur inciampando ancora nella ripetitività in alcuni frangenti, ma con più freschezza musicale, minore monotonia compositiva e più caratterizzazione sonora.
Tutto ciò conferisce un aspetto rinfrescato e molto più ispirato alla musica dei Bowery Electric.
La titletrack iniziale Beat introduce degli spediti breakbeats di stampo hip hop/trip hop che si oppongono all’atmosfera alienante generata dagli inquietanti riempimenti tastieristici sullo sfondo e vengono accompagnate da un ripetuto giro di basso dub. La seconda canzone, Empty Words, ritorna invece su terreni più noise/shoegazing dove chitarre effettate e riverberate ricreano scenari onirici scanditi dalla batteria sulle canoniche coordinate di gruppi come Seefeel o My Bloody Valentine. Without Stopping è invece praticamente trip hop grazie al ritmo downtempo e al senso di inquietudine che si nasconde dietro le note, mentre i bassi mantengono intatto il legame con gli shoegazers coniugando due approcci e due attitudini differenti. Under the Sun è un breve intermezzo ambient/drone in cui un gelido ma incisivo basso ripetuto emerge dagli effetti rumoristici di sfondo. Fear of Flying riprende la drum-machine utilizzata per creare dei beats sintetici incalzanti e coinvolgenti, la cui ripetizione ossessiva esaspera lo straniamento dei droni chitarristici psichedelici dall’andamento emotivo sinuoso ma avvolgente. Ne risulta uno dei pezzi più ipnotici e catturanti – è stato scelto come singolo iniziale d’altronde. Un’ulteriore parentesi ambient, questa volta più sfumata, fredda ed evanescente, con Looped prima della psichedelia onirica dei delay e delle dilatazioni psichedeliche di Black Light, che verso la conclusione diviene maggiormente ossessiva e angosciante. Inside out è un dolce intreccio di bassi elastici, batteria leggera ma spedita e riverberi sognanti, con un retrogusto malinconico ormai classico, in una sorta di versione stemperata delle sonorità dell’esordio. Coming Down prosegue con i soliti riverberi drone/noise modellati sui tratti effettati e dissonanti dello shoegaze, senza sorprese.
La conclusiva Postscript è una lunga e minimalista traccia di ambient “dronizzato” dove al ripetitivo suono principale si vanno lentamente aggiungendosi tenui altre note per una sorta di claustrofobico soundscape nichilista; il pezzo risulta efficace nel costruire atmosfere desolate ma viene penalizzato da un eccessivo tirar la solfa per le lunghe che appiattisce il tutto.
Il risultato finale è in definitiva un album molto personale, ricercato ed originale, a volte afflitto ancora da un’eccessiva ripetitività che suona più come un esercizio di stile che un reale catalizzatore dei climax atmosferici ed emozionali, ma ugualmente beneficitario di un suo stile etereo ma solenne, mesmerizzante ma stabile e diretto, “in stasi” atmosferica ma dinamico.
Un disco molto più variegato, complesso e stratificato del precedente, nonché scorrevolissimo e naturale nel suo essere ora più estatico, ora più angosciante. E sempre carico di fascino.

Immagine di Bowery Electric<br />

En passant, i Bowery Electric rilasciano nel 1997 sotto Beggars Banquet un album di remix dei suoi principali brani intitolato Vertigo. Esso apre una dimensione nuova per quelle canzoni che vengono rese meno noise e psichedeliche in favore di caratteristiche più sfumate, allungate, diluite e “oniricizzate” con una forte estensione del lato ambient. Questa sua esaltazione notevole viene accompagnata da una generale elettronificazione del sound e spesso anche da una contaminazione, soprattutto ritmica, con il mondo hip hop (che anticipa anche qualcosa dell’evoluzione trip hop che ci sarà col successivo Lushlife).
Vertigo si mostra quindi un disco electro-ambient e/o ambient-hop che non disdegna di coniugare droni ambientali a varie forme di battito, in alternanza fraseggi quasi downtempo e persino passaggi più upbeat.
Ad aprire il disco ci pensa Fear of Flying, presente sia nella versione originale che nel Chasm mix, caratterizzato da un’atmosfera più soffusa e dilatata, intrinsecamente orientata all’ambient, realizzata principalmente con i riempimenti tastieristici e il rimaneggiamento delle altre componenti. I beats si fanno più sintetici e manipolati, ricreando una sensazione robotica assieme ai samplings elettronici, mentre la voce diventa una nenia sacrale relegata in lontananza. C’è più in là nella tracklist anche la reinterpretazione di ben 9 minuti dei Third Eye Foundation che la rende più oscura e urbana, tingendola di effettistica vicina all’hip hop ma anche soffocando battito e voce, esaltando così l’aspetto più ambientale (ma risultando più soporifero). Anche Black Light è presente in due versioni: l’Osymyso mix è praticamente un trip hop ambientale cupo e monotòno, scandito solo dal lento incedere dei beats in downtempo, dai diversi effetti elettronici e scratching di contorno e dalla nenia di Martha Schwendener in secondo piano; il Dunderhead mix invece è un concentrato di suoni acuti e cacofonici, tappeti inquietanti di tastiere di sottofondo e bizzarri effetti elettronici rumoristici, oscillante fra il gioco sonoro divertente e l’esperimento fastidioso e che non va a parare da nessuna parte. Without Stopping col Witchman mix inizia come traccia ambient minimale, ma poi subentrano progressivamente gli altri strumenti che la fanno diventare per un breve periodo un trip hop dilatato e terrificante; ma poi la sezione ritmica cambia totalmente registro divenendo un breakbit incalzante che contrasta con la voce celestiale e le atmosfere cosmiche ed inquietanti. Si prosegue così per molti minuti fino al finale lasciato solo ai connotati ambientali, per un totale di oltre 14 minuti di viaggio etereo. Coming Down nell’Immersion mix è un pezzo hip hop sporcato di drum & bass e dei consueti riempimenti ambient cupi e siderali. Il record di lunghezza del disco va ad Empty Words, versione Twisted Science mix, che sfonda i 16 minuti di basi ambientali, cascate riverberate di chitarra in lontananza, battito freddo e meccanico, droni rumoristici distortissimi come climax sonoro, campionamenti vari e infine una distensione atmosferica condita da beats hip hop rallentati di sottofondo. Infine l’inedita Elementary Particles, con i suoi “soli” 5:07 minuti di traccia, è il brano più corto, ed è anche l’unico a presentarsi come un puro ambient senza altre contaminazioni – metropolitano e futuristico, intriso di una cupezza a tratti dolente, ma anche capace di aperture più speranzose in chiusura.
Ciò che mina questa release è comunque la natura già di per sè prolungata e ripetitiva della musica dei Bowery Electric, che in questi remix diviene estremamente più accentuata anche e soprattutto in virtù della natura ambient di fondo (quindi portata a privilegiare la soluzione d’atmosfera e ad espanderla il più possibile per esaltarla ulteriormente in una sorta di rapporto sinergico) e che potrebbe stancare.

Immagine di Bowery Electric<br />

Successivamente alla pubblicazione di Beat, comunque, i Bowery Electric entrano in un periodo di pausa della durata di quattro anni prima di dare alla luce un nuovo disco (ad esclusione della già vista compilation di remix Vertigo), rispetto al precedente periodo di attesa di un anno solo.
In questi anni il duo rimane letteralmente folgorato dal trip hop di Bristol, al punto da convertire il proprio stile per abbracciare tutte le caratteristiche tipiche di questo genere: ne risulta così il notturno e fumoso Lushlife, pubblicato nel 2000 e che segna una profonda rottura con gli esordi.
Quindi, battito cupo e rallentato a fare da ossatura ai pezzi, atmosfere cupe e metropolitane, bassi dub e campionamenti acidi ad arricchire il tessuto sonoro sofferente e tendenzialmente minimalista (oltre che costantemente impregnato di un disagio psicologico di fondo che ricorda i Portishead) messo in scena dal gruppo. Alcuni elementi vicini al trip hop erano già stati introdotti in alcuni brani del precedente Beat, ma questa volta i Bowery Electric compiono una vera e propria muta che li fa sembrare tutto un altro gruppo, perlomeno rispetto al debutto omonimo.
Purtroppo c’è un fattore che impedisce al disco di suonare convincente al 100% e che, per così dire, tarpa un po’ le ali al gruppo: ed è lo stesso camaleontico adattamento musicale dei Bowery Electric. Perché il cambiamento tradisce un sapore a volte troppo artificioso e i vari stilemi caratterizzanti del trip hop suonano spesso come dei tòpoi stilistici “presi in prestito” per un esperimento costruito a regola d’arte. Di loro i Bowery Electric ci mettono comunque il mood personale, le atmosfere evanescenti, in parte le linee vocali e anche l’andamento ripetuto delle canzoni, quest’ultimo elemento che può essere visto sia positivamente (se preso come una significativa e caratterizzante enfasi del lato più freddo, disumanizzante e angosciante della musica del gruppo), sia negativamente (se preso come una strutturazione monotona e ridondante se non addirittura come una pecetta per mascherare una mancanza di ispirazione con la ripetizione di una singola idea funzionante).
Rimane in ogni caso un disco in cui vi è una cura certosina nell’assemblaggio delle basi e nella scrittura delle melodie, dotato di una sua propria eleganza e di atmosfere molto efficaci e raffinate.
Floating World avvia il disco con la sua cadenza mesmerizzante e le avvolgenti atmosfere fumose. La voce di Martha Schwendener è bassa e afflitta, seguendo l’animo cupo del disco, mentre le strings di sottofondo creano un misto di spettralità e atmosfere post-industriali che esalta la malinconia della canzone. Notevoli i bassi pulsanti che trascinano l’ascolto con fermezza, mentre gli sporadici scratch condiscono il tutto.
La titletrack Lushlife inizia con atmosfere che sembrano riprese direttamente dal tessuto cinematico dei Portishead, ma non appena partono gli spediti beats le sonorità di sfondo mescolano un’emotività soffusa alla Massive Attack (strings, pianoforte lounge) con un’evanescenza che si avvicina al dream pop dei Cocteau Twins, ma il tutto viene dilatato fino a quasi 8 minuti ripetuti seguendo lo schema che i Bowery Electric si portano dentro fin dalla nascita. La prestazione vocale della Schwendener si mantiene su alti livelli e così sarà più o meno per tutto il full-lenght, mentre i giri di basso propongono un dub elastico ed ossessivo.
Shook Ones ha probabilmente i beats più incalzanti dell’intero album, supportati da impreziosimenti sonori di contorno (chitarre accennate, campionamenti d’archi minimalisti, tappeti di tastiera stranianti) su cui si adagiano i bassi acidi ed alienanti. Psalms of Survival si mantiene sugli standard del trip hop senza tante sorprese, rendendolo più caustico ripetendo continuamente poche note di tastiera accanto al continuo aggiungere samples eterei.
La bella strumentale Soul City è più stemperata, grazie alle stratificazioni di tastiera più dolci e alle ritmiche marcate ma che navigano leggere sulle distese atmosferiche di sfondo.
Freedom Fighter è un brano che risalta particolarmente all’interno del disco, poiché davvero fuori dagli schemi: battito accelerato e spedito, vocals più sciolte, attitudine relativamente più pop, tastiere morbide, adesione radio-friendly alla forma canzone convenzionale e ritornello molto orecchiabile. Una hit gustosa e trascinante, decisamente in contrasto con l’oscurità (pur mantenendo una certa malinconia di fondo) di altri pezzi, ma dagli arrangiamenti ugualmente raffinati e ulteriormente arricchito da una lieve effettistica da shoegazers per le chitarre.
Saved comincia con uno dei clichè del trip-hop, cioè il basso dub, seguito da beats uptempo e le solite strings che però iniziano a diventare leggermente banalotte – ma fortunatamente compensano ampiamente campionamenti dolenti e droni distorti che aumentano a dismisura l’angoscia e lo spessore del pezzo, che diviene così fra i più tetri ed espressivi.
La successiva Deep Blue è una mesta ballata notturna fra costruzioni atmosferiche alla Massive Attack, downtempo più vicino ai Crustation e piccoli inserti lisergici che strizzano l’occhio ai Portishead.
Invece After Landing mescola interessantemente beats più legati all’hip hop con effetti acidi e riempimenti che sembrano una versione più funerea e “filtrata” del dream pop, mandato avanti dalla voce leggera e suadente (in opposizione alle basi più marcate) della Schwendener.
La lunga e finale Passages è un fumoso e avvolgente trip hop dalla forte componente ambient nelle tastiere che pervadono l’atmosfera, contemporaneamente ritmiche differenti si alternano fra loro mostrando un buon uso versatile della drum-machine.
Si conclude così quest’album, in sè ricco di potenziale e molto ben fatto nel songwriting, ma non un capolavoro in quanto “tradito” dalla sensazione complessiva che la svolta sonora sia a volte un esercizio di stile modellato secondo un linguaggio già consolidato altrove e ora semplicemente rivisitato senza troppe rielaborazioni. Le pregevoli atmosfere corpose, la prestazione canora eccellente e gli ottimi spunti melodici legati fra di loro dal duo americano tramite arrangiamenti eleganti ed efficaci vanno a costituire così un insieme penalizzato da una maggiore prevedibilità rispetto al precedente Beat e dall’eccessivo legame ai luoghi comuni del trip hop. Ma Lushlife merita comunque di essere ascoltato, come minimo per assistere all’interessante ricerca sonora del gruppo e per assaporarne le canzoni migliori.
In definitiva c’era il potenziale per sfiorare il capolavoro, che però rimane inespresso. All’epoca si sarebbe potuto affermare che il disco poteva essere considerato un lavoro di transizione, in cui i Bowery Electric si limitavano a sperimentare nuove sonorità da cui erano stati affascinati con la prospettiva futura di creare successivamente un anello di congiunzione fra lo stesso Lushlife ed il precedente, significativo Beat, riagganciando quanto appreso nella parentesi alla propria matrice personale già consolidata in precedenza. Un lavoro quindi di sintesi dei due differenti mondi musicali con tutto il potenziale per risultare una pietra miliare innovativa ed originale, ovviamente se il tutto fosse stato rielaborato con ispirazione senza limitarsi a sovrapporre i due dischi e basta.
Purtroppo le cose non andarono così, perché i Bowery Electric si sciolsero poco dopo, quando avrebbero potuto dare ancora molto alla musica assieme.

Concludiamo quindi, considerandoli con il rammarico del “chissà se…”, la discografia di uno dei più significativi gruppi incompiuti della storia musicale.

Separatamente invece, successivamente, Chandler avrebbe collaborato con artisti vari (fra cui La Monte Young e il progetto Experimental Audio Research con Sonic Boom, Kevin Shields ed Eddie Prévost) per poi trasferirsi a Londra dove attualmente lavora come compositore indipendente e remixer. La Schwendener sotto lo pseudonimo di Echostar avrebbe invece inciso un album downtempo intitolato Sola nel 2003, sotto Shadow Records.

Bowery Electric on the web:

http://www.lastfm.it/music/Bowery+Electric
http://www.allmusic.com/artist/bowery-electric-mn0000093859
http://en.wikipedia.org/wiki/Bowery_Electric

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