Portishead – [s/t] [1997, Go Discs!/London]


Dummy è stato uno degli album più innovativi degli anni ’90, uno dei dischi di punta di quel movimento chiamato trip hop sorto, sviluppatosi e istituzionalizzatosi nella città inglese di Bristol; riuscire a ripetersi è un’impresa ardua, ma ai Portishead ciò non interessa, l’importante è che la propria musica vada avanti, senza lasciarsi contagiare dalla moda del momento come loro stessa ammissione.
Così dopo due anni gli inglesi ritornano con un nuovo album omonimo: Portishead è questo secondo capitolo, ricolmo di desolazione e di sentimenti tormentati, dove il lato più depresso di Dummy viene espanso in una sorta di collage di emozioni distorte e di angoscie. Ciò fa apparire il disco meno continuo ed omogeneo rispetto a Dummy, e di conseguenza confrontandolo ad esso appare come incompleto. Per questo, e anche per via dell’effetto-novità destato dal disco del 1995 che non si era ancora affievolito, Portishead all’uscita sembrò quasi deludente rapportato a quel debutto superbo… ma in realtà Portishead è un profondo viaggio fra i meandri della mente, in cui si fa voce l’inquietudine della Gibbons e vengono messe a nudo le sue afflizioni più intime e personali: anche se in alcuni punti sembra un po’ freddino, è altresì vero che questo platter è come un mare di visioni cupe e fantasmi del proprio subconscio in cui bisogna immergersi per poterlo comprendere e assimilare a fondo, un ritratto pessimistico dal mood oscuro e ossessionato, ma suggestivo e affascinante.
La scelta di lasciare omonimo il titolo può quindi essere interpretata come ovvia conseguenza della volontà del gruppo di intendere il disco come la loro propria opera, personale anche più di Dummy, completa maturazione artistica in cui infondere interamente sè stessi. Inoltre, stilisticamente, gli inglesi si perfezionano e rifiniscono, ma compositivamente inoltre c’è anche una fondamentale differenza rispetto a Dummy poiché ogni brano viene costruito a partire dagli arrangiamenti melodici, invece che dal turntablism su cui poi innestarli, e gli arrangiamenti vengono resi più notturni, graffianti e angoscianti.
D’altronde, come abbiamo già detto è difficile ripetersi, e se Dummy era il capolavoro assoluto, Portishead non è altro che un’eccellente conferma,

Introduzione affidata a Cowboys, basata su effetti spettrali e sulla lacerante voce di Beth, quasi nevrotica. Forse è leggermente ripetitiva, ma rimane una opening squisitamente evocativa, che fa quasi avere un brivido quando la si ascolta, ma è anche straordinariamente diretta nell’immergere in uno scenario afflitto e tormentato.
All Mine
, primo singolo dell’album, è un brano noir mordace e penetrante; adagiata in sonorità dagli spunti soul e jazzistici, la voce della Gibbons segue linee vocali retrò molto pungenti ed espressive, ed il video è qualcosa di particolare, con una bambina dall’aria apatica e allucinata che canta in quello che in teoria sarebbe un concorso canoro per bambini (viene mostrato nella copertina), rivoltato del tutto facendolo diventare freddo e turbante, anziché festoso come ci si aspetterebbe (magari spulciate Youtube per osservarlo e cogliete l’occasione per visionare anche gli altri, meritano). E Undenied è molto più timida e sofferta, davvero dolce in confronto alle due precedenti canzoni e che mostra il lato più delicato dei Portishead, mentre Half Day Closing naviga verso spunti più psichedelici e atmosfere più sognanti, anche grazie al filtro vocale che rende particolarmente vellutata la voce soul/jazz di Beth (pur sempre capace di vocalizzi acuti e cristallini), sostenuti dalla batteria jazzata, dai bassi vicinin al dub e dai synth inquietanti che a metà brano esplodono in un climax terrificante assieme alle chitarre corrosive.
Over
, in cui si mette in evidenzia anche una piccola chitarra acustica, si adagia su di un’impronta più soul e quasi blueseggiante, tuttavia filtrata nell’ottica dell’album e rivestita di strati elettronici tenui ma oscuri abbinati a degli scratch sporadici ma ossessivi, mentre Beth ripercorre linee vocali fra l’afflizione di Undenied e la dolenza penetrante di Cowboys.
Humming
porta direttamente all’interno dei film di fantascienza anni ’50, con un motivo letteralmente ripreso dai temi da invasione aliena dell’epoca, inizialmente non molto d’effetto data la scontatezza della citazione, ma che si tramuta diventando davvero angosciante e oscuro. Il brano è, in ogni caso, pienamente incentrato sulla quasi disperata manifestazione di dolore di Beth, mentre certi effetti di sottofondo, quasi ululanti, immergono in uno scenario inquietante, di cui solo i Portishead possono farsi narratori, isolati in uno stato quasi catatonico nella decadenza di un ambiente in rovina.
Le atmosfere retrò continuano ad affascinare con Mourning Air, che richiama maggiormente invece gli anni ’20 e ’30, soprattutto per via degli spunti soul/jazz. Un sassofono mesto accompagna la dolce malinconia di Beth Gibbons, decadente e sensuale al tempo stesso come sempre, ma lei si fa anche più tagliente con Seven Months, canzone oscura ed evocativa, quasi quanto Cowboys anche se meno raggelante.
Dopo Only You, lenta e pessimistica manifestazione di sofferenza particolarmente scandita sui ritmi hip hop e accompagnata da scratching catturante, fiati jazz, bassi cadenzati ed effetti inquietanti, Elysium torna nei frangenti più oscuri della musica del disco, che sono manifesto del senso di smarrimento e desolazione che il trip hop sa ricreare con un’efficacia che solo i Portishead sanno interpretare a questi livelli; forse solo i Massive Attack di Mezzanine con la loro visione musicale riescono in qualche modo ad avvicinarsi a loro.
Infine Western Eyes chiude, con le sue atmosfere sinistre e alcuni spunti soul questo disco tanto cupo e denso.

Appare strano che in dieci anni i Portishead abbiano rilasciato solo due album (più un live DVD), ma questa scarsa quantità viene compensata da una qualità altissima. Non tutti la pensarono allo stesso modo per l’omonimo Portishead, inizialmente considerato semplicemente discreto o più che sufficiente per effetto dell’ombra imponente gettata da Dummy, ma negli anni successivi rivalutato ampiamente.
Non bisogna sottovalutare la capacità compositiva del gruppo inglese, oltre che l’espressività particolare di Beth Gibbons e della musica che l’accompagna. Certamente Portishead non è al livello di Dummy, ovviamente non ne possiede la medesima portata innovativa nè la stessa importanza come colonna portante del movimento trip hop, ma rimarrebbe in ogni caso molto difficile ripetersi costantemente a quei livelli e non per questo va eclissato e dimenticato. Rimane un ottimo disco. Personale, vissuto e ugualmente profondo.

(recensione pubblicata anche qua)

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