Crustation – Bloom [1997, Jive Records]


Ecco un disco dimenticato che non sarebbe davvero male riscoprire.
Bloom dei Crustation rientra nel grande filone di quel prolifico e vasto calderone musicale che è il trip hop, per la precisione nel periodo “post-Bristol”: nel senso, il periodo successivo al 1994-1995, anno del boom dei gruppi bristoliani (e non) della corrente (con fra l’altro la salita alla ribalta dei nomi più noti del genere), il periodo in cui si vede la definitiva espansione ed istituzionalizzazione di questa musica nel Regno Unito e anche nel resto del mondo con numerosi altre formazioni.

Il nucleo del gruppo va fatto risalire agli anni ’80, quando Ian Dark, Mark Tayler e Stig Manley (produttori e musicisti della città inglese) iniziano a formare un legame attivo fra di loro, accomunati dall’interesse per le scene elettronica e hip hop inglesi, nonché per il dub. Già in questo periodo suonano con personaggi del calibro di Adrian Utley dei Portishead, collaborando anche con i nuclei iniziali di Massive Attack e Smith & Mighty.
Le prime pubblicazioni sono un paio di EP nel 1994, ma il debutto vero e proprio giunge nel 1997 con Bloom (ristampato poi nel gennaio 1998).

Disco atmosferico e meditato, Bloom incarna una visione del trip hop più morbida e fumosa, dove a far da padroni sono l’impalcatura dub, il battito cupo ma leggero e la piacevole voce della cantante irlandese Bronagh Slevin (acquisto azzeccatissimo), interprete malinconica e cristallina di una musica soffusa, introversa, arricchita da tastiere di contorno, che spaziano fra la spolverata d’elettronica e l’ambient che penetra arricchendo l’intessitura del brano senza risultare invasivo, e da un’attitudine pacata che rende il disco mite ed un pizzico sognante.
Capitano a volte anche archi ad impreziosire una piccola perla del trip hop.

La strumentale iniziale Hey introduce in un panorama urbano desertico e misterioso; le percussioni scorrono con scioltezza mentre i bassi elastici si inseriscono sullo sfondo assieme a timidi spruzzi di effettistica. Nel successivo eccellente singolo Purple facciamo finalmente conoscenza con la cristallina voce della Slevin, quasi da nenia tranquillizzante, mentre il ritmo rallentato scandisce lo spazio su cui si adagiano linee di basso dub e gli spunti reggae, entrambi di chiara impronta a la Massive Attack, ed anche degli archi appena accennati.
Close My Eyes è un evocativo crogiolo di tastiere ambient spettrali, bassi a tinte noir, ritmiche secche e inquietanti, brevi interventi di chitarra acustica a stemperare l’atmosfera e vocalizzi dolci ma dal retrogusto nostalgico. Il risultato è un pezzo notturno suadente ed affascinante, fra i migliori del disco.
Face the Waves rimescola elementi downtempo, ambient e chillout, dipingendo vaste distese eteree a cui la voce di Slevin dona tocchi di oniricità.
Gli archi della romanticheggiante Reverle fanno da complemento autunnale e intristente alle dolci ma malinconiche melodie pop cantate, mentre l’elettronica di sottofondo mantiene un lato moderno e metropolitano fra le note; il risultato è qualcosa che ricorda in parte i Massive Attack dei primi album, in parte gli Archive di Londinium, filtrando però il tutto con il mood e le tonalità (altrettanto soft e distensive, ma maggiormente cupe come retrogusto e cullanti come voce) dei Crustation.
Down Down è praticamente un ambient/dub minimale su cui sono state impiantate ritmiche downtempo, ma Slevin si fa notare più di tutto cantando prima in maniera sommessa e distaccata per poi tirare fuori uno dei ritornelli più accattivanti dell’album.
Falling è una via di mezzo fra gli episodi più tenui e atmosferici dei Morcheeba e dei Portishead, mentre la passionale Flame è un ricco e riuscitissimo armamentario di suoni, fra i consueti archi e persino campionamenti di chitarre country inacidite. Life As One invece ricorda abbastanza certi iniziali Massive Attack per via delle tastiere lounge inserite su di arrangiamenti semplici ma efficaci.
La conclusiva Ride on è un brano acustico sporcato di trip hop (batteria vicina al downtempo come ritmi ma più soffice, atmosfere notturne malinconiche, senso di solitudine che permea la canzone).

Dopo questo lavoro i Crustation sarebbero usciti di scena, purtroppo il disco seguì quasi la stessa sorte finendo dimenticato ai più.
Consigliamo invece di reperirlo e gustarlo in tutta la sua evocatività e in tutta la sua morbidezza, soprattutto ai cultori del trip hop, perché questo è fra gli esempi di maggior gusto e raffinatezza nell’ambiente bristoliano successivo alla “esplosione” generale di metà anni ‘90 – seppur ogni tanto mostrando qualche debito nei confronti di Robert Del Naja & soci, che comunque non impediscono ai Crustation di modellarsi un loro approccio riconoscibile e catturante.

(recensione pubblicata anche qua)

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