A cosa serve il latino nel liceo scientifico?

Un paio di settimane fa scrissi qui che il dibattito riguardo l’insegnamento del latino nel liceo è polarizzato fra due fazioni chiuse nelle proprie posizioni e che non vogliono punto considerare altri punti di vista.
La mia idea, appena accennata, è che sono contrario all’abolizione (è pur sempre un liceo), ma sono favorevole ad un ridimensionamento e riarrangiamento generale sia degli orari che dei programmi, soprattutto perché la cultura scientifica almeno ai miei tempi era paradossalmente sottodimensionata e svilita nel liceo scientifico.

Oggi spiegherò con maggior dettaglio perché ho questa opinione. Sarò inevitabilmente critico in questa occasione verso l’insegnamento del latino, attirandomi le antipatie di cultisti e molti umanisti – i quali potrei consolare in futuro scrivendo invece di quelli che ritengo i punti a favore latino e per cui sono comunque contrario all’abolizione.

Non pretendo di convincere nessuno con questi pensieri, sono solo le mie opinioni personali a riguardo.

Da quanto ne so dai commenti letti in giro, con l’ultima riforma sono state ridotte le ore di latino, ma le scienze sono ancora sottovalutate e il tecnologico (ora “scienze applicate” ma solo nel nome) è stato maciullato, ma non potendo tastare direttamente con mano la situazione, e parlare quindi con ragion veduta, il mio discorso sarà valido solamente per quanto riguarda la situazione ai miei tempi, cioè un decennio fa. Non so avrà ancora valore, ma può essere ancora magari un metro di paragone.

Quando io ero ancora un giovincello e frequentavo il liceo scientifico tradizionale, la situazione era grossomodo questa:

– in genere 2 di scienze, a volte anche ridotte, in cui condensare grossolanamente varie discipline (la chimica, la biologia, la geologia, l’astronomia e l’ecologia) e con insegnanti traballanti senza posto fisso;
– matematica di 4/5 ore nel biennio, 3 nel triennio, se non erro;
– 4/5 ore di latino, da ripartire fra grammatica e letteratura, più altrettante per italiano;
– un’ora settimanale di lettura fissa, dedicata nel biennio all’Eneide e ai Promessi Sposi, nel triennio alla Divina Commedia.

Appare evidente che, in un liceo scientifico, tutto ciò è sproporzionato e sarebbe molto più consono e coerente con l’indirizzamento invertire il rapporto di ore fra scienze e lettere.
La prima critica che mi sento di fare, quindi, è sul monte d’ore assegnato ai vari percorsi almeno fino a qualche anno fa.

I cultisti del latino in genere mi rispondono subito a questo punto “esiste già l’indirizzo sperimentale/tecnologico! potevi far quello!”. Obiezione legittima?
No, perché l’indirizzo sperimentale è su un altro piano. Innanzitutto, ha l’orario pieno fin dal primo anno: non tutti i ragazzini vogliono fare fin da subito 5 ore al giorno e poi concludere con 34 ore settimanali in quinto. Molti lo scartano proprio per questo motivo, se disponibile – e quando non lo è bisogna arrangiarsi.
Inoltre rimuove completamente il latino (non ricordo se anche la filosofia) a favore della fisica e della matematica. Oltre al fatto che non tutti vogliono sorbirsele tanto fin dal primo, io ho parlato di un semplice invertire il monte d’ore con scienze. Non mi pare qualcosa di assurdo o che mini il retaggio culturale, in un liceo scientifico. Alla fine è vero che è pur sempre un liceo e non una scuola tecnica, non c’è nulla di male nel mantenere anche un indirizzo “tradizionale” caratterizzato dalla presenza del latino, accanto magari ad un indirizzo informatico o a uno bilingue – percorsi alternativi da potenziare e diffondere.
D’altro canto, è anche vero che è un liceo scientifico e non classico: per chi volesse passare più tempo a studiare letteratura, i classici e la lingua degli antichi, formandosi con una cultura soprattutto umanistica più che scientifica, esiste per l’appunto il liceo classico.
Volendo, per compensare, si potrebbe reintrodurre il latino nelle medie (o quel che c’è al loro posto ora), anche solo l’ultimo anno.

L’obiezione quindi non sussiste e chi la compie un equivoco grossolano ponendo sullo stesso piano un indirizzamento con la formazione generale, la stessa a cui si appellano i cultisti.
Fare un due o tre ore di latino ed altrettante di letteratura italiana in una scuola ad indirizzamento scientifico è un conto e non preclude la formazione personale generale a cui tengono i latinisti. Farne 4 o 5 nella stessa istituzione, a fronte di 2 dedicate a nozioni scientifiche sparse, è tutto un altro conto e preclude la formazione caratteristica che la scuola dovrebbe dare su tutto.

Comunque, ciò ci porta direttamente alla seconda critica, sui contenuti della formazione culturale proposta. Infatti si presuppone anche un ridimensionamento e riarrangiamento, drastici o meno, della letteratura latina.

In primo dovetti sorbirmi l’ora obbligatoria di lettura dell’Eneide (fra l’altro in italiano, per cui neanche c’era da tradurre almeno come esercizio, ma solo da imparare a memoria i commenti altrui alla fine del capitolo). Nel triennio c’erano invece i tre capitoli della Divina Commedia, che quindi non rientra nel nostro discorso, ma il programma di latino si focalizzava molto sulla letteratura romana – compresa la lettura in metrica. Non fu una rottura di scatole perché ebbi la fortuna di avere una professoressa molto brava che faceva appassionare alle spiegazioni, ma vi è un problema a monte.

Ora, va tutto benissimo per una formazione classica, tanto approfondimento del settore latino è perfetto all’interno di una cultura di stampo soprattutto umanistico. Che ovviamente è l’esatto opposto della “educazione generale e a 360° gradi” sbandierata dai cultisti. Ma un liceo scientifico dovrebbe formare soprattutto una cultura scientifica (che esiste, non si tratta solo di formule e teoremi), la quale è tuttavia bistrattata con l’ora di scienze e quasi neanche menzionata nelle altre materie, nonché ignorata dai più e confusa con la formazione tecnica-tecnologica.

Al posto dell’ennesima versione di Orazio, che componeva poemi su quanto sia dolce e nobile morire per la patria dopo aver scaricato Bruto nella battaglia di Filippi, o dell’appuntamento fisso con l’Eneide, mero esercizio di stile propagandistico artificioso e povero di pensiero, si potrebbero tradurre anche le opere di autori scientifici moderni, come Isaac Newton, che pubblicò in latino. Sarebbe sia un esercizio utile, perché si manterrebbe l’opera di traduzione e analisi dei contenuti a cui sono legati i latinisti, che un approfondimento culturale, per di più in tema con l’indirizzamento scientifico. Catullo che piagnucola nel suo cottage sul lago di Garda perché Clodia l’ha mollato non può e non deve avere lo stesso peso, per non parlare della metrica (tempo davvero sottratto ad altre questioni).
Il che non significa non passare anche del tempo con le riflessioni di Seneca sulla servitù o assaporando l’Odi et amo. Come già detto sono contrario all’abolizione totale nel liceo e si possono sviluppare gli indirizzi in modi variegati.

Si potrebbe espandere ulteriormente il discorso per lo scientifico: il Dialogo sui massimi sistemi di Galileo, se viene letto, è solo uno dei tanti argomenti da giusto toccare nel programma d’italiano, mentre sarebbe bello e culturalmente significativo averlo come lettura fissa nel biennio assieme ad altre; mentre nel programma di filosofia sarebbero d’obbligo autori come Popper o Russell almeno (magari anche puntate su Einstein, Lorentz, Sagan, Dawkins o Gould). Sfido chiunque a obiettare che la cultura scientifica non dovrebbe includere la comprensione del loro pensiero, del metodo scientifico, dei cambiamenti di prospettiva che la Teoria della relatività impose.
Ma rimaniamo circoscritti al latino.

I cultisti qui di solito inorridiscono, come spesso fanno: ma come osate, è ESSENZIALE per la formazione a 360° dell’individuo che nel suo eterogeneo bagaglio culturale ci siano anche i distici elegiaci sghembi e il commento altrui sul pensiero altrui.
Pensiero che magari neanche è stato compreso fino in fondo da chi ha inserito le pagine di analisi testuale: sarebbe più utile anche alla causa umanista spiegare che i personaggi classici non erano ideali o simboli o monumenti, ma persone esattamente identiche a noi, compresi vizi, difetti e limiti…

Io però lo ripeto, per chi volesse approfondire ulteriormente la cultura classica ed estendere le conoscenze letterarie, esiste già una scuola fatta apposta: il liceo classico. Sarebbe ora di dare un’identità più consapevole al liceo scientifico, che non sia quella di scuola dove “vanno tutti” (per moda, perché fa figo il nome o perché tanto ci vanno gli amici) e che ogni anno puntualmente secondo i giornali locali supera il boom di iscrizioni.

Le obiezioni fattemi in questi casi sono spesso inconsistenti:

– non si possono comprendere appieno le lingue e la mentalità europee senza conoscere a menadito la cultura classica, alla base della nostra Europa, vorrete forse confrontarvi con altri cittadini dell’Unione a tu per tu così? E l’etimologia?
D’altronde sappiamo tutti che quando gli italiani vanno a fare uno stage dai tedeschi sono dei campioni nel comprendere come pensano per poi interagirci tenendo conto della loro differente mentalità. Sappiamo anche che chi impara le lingue o si inserisce in altre società non lo fa perché va all’estero e magari ha anche la mentalità giusta, ma perché ha imparato che “considerare” viene da “cum siderare”, cioè “guardare le stelle”.
Credo che non basti il latino e che pertanto non sia così determinante; piuttosto, un piacevole accessorio per espandere la propria cultura, ma non qualcosa senza la quale cade tutto. E non penso che conoscere “cum siderare” o “legione deriva da legare a sé e sedurre da condurre a sé” faccia davvero la differenza (così come i “cavalli di fiume” in greco sono anche fuorvianti).

– se togliessimo il latino, allora togliamo anche le altre materie! Tanto a che ci serve la matematica se abbiamo le calcolatrici? A che ci serve l’inglese se abbiamo i traduttori automatici? A che ci serve la fisica se abbiamo i computer che simulano tutto?
La matematica è costante applicazione logica, aritmetica e analitica, la calcolatrice non ti dice come escogitare una soluzione, analizzare dei dati o inventare un procedimento. Senza la matematica cadrebbe qualunque scienza, né si potrebbero capire i metodi e gli strumenti utilizzati da varie branche (nonché il perché di queste scelte, necessario per la ricerca e lo sviluppo).
Allo stesso modo, il traduttore serve solo quando vogliamo sapere cosa c’è scritto su un testo o cosa significa una determinata parola, chi vuole comunicare (e anche comprendere, interpretare, contestualizzare e adattare) in un’altra lingua la deve imparare. Mi parrebbe un po’ ridicolo vedere un summit dove i partecipanti digitano freneticamente sul traduttore quello che devono dire, con discorsi a spezzoni e magari correggendosi perché si ha scelto una parola dalla sfumatura di significato diverso da quello voluto.
Non penso ci sia altro da aggiungere sui computer, se non che in ogni caso qualunque valore di calcolo di una simulazione deve prima essere estrapolato dal mondo reale e messo a confronto con le variabili, il computer non se lo può certo sognare a priori. Per questo ci vorranno ugualmente programmatori, matematici e fisici che dovranno dire al computer come simulare.
In ogni caso non ho parlato di abolire il latino, quindi questo protezionismo disperato non ha motivo d’essere.
Si tratta di un paragone insensato fatto da chi evidentemente non ha la più pallida idea di come vengano utilizzati certi strumenti.

– il latino è essenziale per la cultura scientifica perché gli scienziati dell’età moderna si formarono con esso e con esso comunicavano.
Questo è un grossolano fraintendimento del fatto che non potevano fare altrimenti, del non essere vincolante di una consuetudine e dei ruoli che sussistevano.
La formazione greco-latina se per questo aveva generato anche la filosofia scolastica, la teologia cristiana e i dogmi pseudoscientifici basati su quanto Aristotele e Platone avevano detto: era stato anzi l’abbandonare questi schemi preconcetti per superarli e progredire oltre che permise la nascita del metodo scientifico. Questa è cultura scientifica.
E molte opere vennero scritte in latino perché quella era la lingua per le comunicazioni sovranazionali, nonché quella ritenuta dei sapienti. Era un fatto semplicemente pro-forma sceglierlo per scrivere un’opera che sarebbe stata diffusa, non sarebbe cambiato molto se per tali scopi la cultura dell’epoca avesse invece scelto il greco o il francese. Nondimeno, ciò non impedì a gente come Galileo di scrivere anche in lingua volgare, per diffondere il messaggio a più persone e non relegarlo a patrimonio di pochi adepti esclusivi; e dopo di lui sempre più persone iniziarono a seguire lo stesso esempio. Al giorno d’oggi si utilizza l’inglese per gli stessi motivi, essendo la lingua franca per le comunicazioni, per universalizzare il linguaggio e permettere sia a colleghi che profani di altre nazioni di condividere le scoperte. Un giorno forse sarà un’altra lingua.

– non si può analizzare con spirito critico la società che ci circonda, come pretendete di affrontare i problemi con cui vi verrà chiesto di confrontarvi altrimenti?
Non penso sia necessario per questo fare l’analisi del passaggio in prosa di Virgilio sulla vita bucolica (che descriveva dalla città senza mai aver arato in vita sua) e spendere interi mesi di programma ad interpretare autori di cui solo alcuni veramente consistenti*1 e studiando artifizi oratori molto di nicchia. Intanto però nessuno sente anche solo parlare della diatriba attorno alla rivoluzione verde, o di cosa è il metodo scientifico, o di contrasti di natura socio-geo-politica, o viene indotto a riflettere sulle tematiche più calde del giorno d’oggi dalla privatizzazione dell’acqua al nucleare (sulle quali ci marciano piuttosto i partiti che fanno propaganda ideologica).

Nessuno spirito critico, nessuna cultura, nessuna introduzione ad argomenti certo attuali, sicuramente importanti per la società attuale, non credo al di fuori di quello che sarebbe la “cultura a 360°”.
E’ vero che non dobbiamo dimenticare chi siamo stati e da dove veniamo e lo ripeterò sempre, ma ciò non giustifica il non conoscere chi siamo ora e dove stiamo andando.

Ma tutto questo non è colpa del latino in sé, anche perché è vero che si possono trovare nella civiltà classica strumenti potenzialmente utili per comprenderci (ma ne parlerò un’altra volta).
Il fatto è che c’è un altro grande difetto nel sistema scolastico e nell’approccio alla cultura classica, che ho notato proprio confrontandomi con molti dei supposti aristoi che si appellano ad essa: è didascalica, gli antichi sono plastificati in monumenti, dai libri alle persone vengono inculcate solo statue immobili ed eterne – prive di personalità.

In conclusione (per ora), è evidente che per quanto riguarda il latino nel liceo scientifico:

– il ripartimento delle ore dedicate all’insegnamento va profondamente rivisto;
– ugualmente l’approccio dell’insegnamento andrebbe rivisto, invece di presentare monumenti plastificati, o soffermarsi su questioni marginali a scapito di oggetti di studio importanti;
– andrebbe rielaborato il programma, ci sono opere ed autori che sarebbero più interessanti e utili da studiare;
– addio metrica;
– avevamo già accennato al fatto che non è necessario abolire il latino, esistono alternative che permetterebbero la coesistenza, ma sono mal sfruttate e non impediscono squilibri e cattiva gestione della formazione culturale stessa.

Si tratta, alla fine, di definizioni, ed un pizzico anche di crucci personali.

Ci vediamo magari alla prossima puntata quando, da buon sofista, spezzerò invece qualche lancia a favore del latino.

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*1: Virgilio era il classico ragazzo “di salute cagionevole” e i suoi pochi amici lo chiamavano “verginello” per la sua sostanziale apatia sociale, quasi leopardiana, dovuta anche all’essere delicato come un gattino appena nato. Ma non doveva temere di chiedere la malattia in ufficio perché il suo protettore Mecenate gli girava sul conto in banca un cospicuo vitalizio e il generalissimo Ottaviano, che gradiva i contenuti “all’antica” delle sue opere, gli donò terre fra cui la fattoria paterna in precedenza sequestrata dai legionari. Virgilio però preferiva restare nel suo appartamentino a Roma, nonostante la sua poesia celebrasse la vita contadina, anche perché gli bastava persino stare troppo tempo al Sole per sentirsi male (morì d’insolazione d’altronde). Lì conobbe Orazio, che a spese della famiglia aveva studiato giurisprudenza e scienze politiche per mezzo Mediterraneo, salvo farsi nominare generale da Bruto e tornarsene poi senza un soldo e con la coda fra le gambe a casa. Virgilio tentò di raccomandarlo per un posto di lavoro presso il ministero di Ottaviano, ma Orazio rifiutò (chissà perché). Mecenate, che era anche un gran mecenate, per dargli il giusto contributo all’opera letteraria che faceva decise di regalargli le solite ville con tanti ettari da far coltivare ai servi. Fu in questa condizione che visse colui che compose il pro patria mori citato dalla professoressa della lettera aperta su Repubblica.
Giudicateli voi.

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2 pensieri su “A cosa serve il latino nel liceo scientifico?

  1. L’idea che il latino sia essenziale per comprendere il mondo classico mi ha sempre divertito. Tradurre un pezzo di un testo non vuol dire affatto leggere il testo e con il tempo buttato nella traduzione si potrebbe studiare l’opera. Senza dimenticare l’amichetto greco: l’aver frequentato lo scientifico e non il classico preclude la possibilità di studiare il corpus letterario del mondo ellenico/ellenistico. Sarebbe, invece, sufficiente sostituire l’inutile fissa di imparare date e nomi nelle ore nella storia con lo studio dell’alterità culturale in tutte le sue dimensioni: letteratura, arte, filosofia… Così facendo si mette in crisi i cultisti dato che loro fanno studiare la grammatica trascurando di fatto la cultura classica. Non si può che concludere che il latino e il greco siano il principale ostacolo per lo studio della cultura classica!

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  2. Pingback: Ancora sull’utilità del latino | haven for us

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