Archive – scheda del gruppo

Scheda sul gruppo inglese degli Archive con tutta la loro discografia.
Recensioni complete pubblicate già qua.
Monografia pubblicata già qua.

Sì, lo so, è lunga, per questo magari è meglio affrontare le singole recensioni su Rockline (anche perché c’è qualche aneddoto di più).

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“Indefinibili” è forse la parola che riassume con maggior precisione gli Archive. Nei loro ottovolanti musicali, infatti, sonorità disparate vengono smontate e ricostruite assieme in forme nuove, slegate fra loro ma al tempo stesso capaci di mantenere un filo conduttore comune, muovendosi fra le più disparate coordinate stilistiche.
Esistono comunque una base, una radice, delle coordinate di riferimento dai quali il gruppo inglese ha preso l’abbrivio.

Molti generi musicali hanno una località geografica di riferimento. Nel caso del trip-hop, la “culla” dove attecchì e si consolidò il movimento è quella ormai storica di Bristol, al punto che per definire il profondo legame esistente fra il genere e la città inglese venne coniata l’espressione “Bristol sound”. Anche il trip-hop, però, iniziò a svilupparsi fuori dei suoi confini naturali, attraverso una serie di gruppi. Gli Archive sono uno di essi: la formazione londinese, formata nel 1994 da Darius Keeler e Danny Griffiths dalle ceneri del gruppo breakbeat Genaside II, salì alla ribalta proprio in pieno boom del trip hop, appena dopo la pubblicazione del caposaldo “Dummy” dei Portishead e prima ancora che “Mezzanine” dei Massive Attack ponesse il suggello definitivo a quella stagione.
Almeno inizialmente, però, gli Archive non riscossero particolare successo nell’ambiente, soprattutto in patria; per contro, spopolarono in Francia e altri paesi europei. Anche per questo motivo, probabilmente, quasi immediatamente si distaccarono proprio dal trip-hop per iniziare a navigare nei generi più disparati: pop-rock, psichedelia, barocchismi, elettronica di vario genere, smontando e rimontando fra loro gli stilemi per combinarli in nuove modalità, occasionalmente tornando anche nell’alveo del trip-hop, altre volte invece allontanandosene vistosamente.

L’album d’esordio della band, Londinium, esce nel 1996: una pregevole perla trip-hop, in cui battito downtempo soffuso, tenui atmosfere ambient/chillout, tinte dark, inserti d’archi da musica da camera, duetti fra voce femminile e canto rap e piccoli spruzzi di psichedelia si incontrano, narrando la quiete notturna che discende sulla città, nascondendo la follia del caos quotidiano, ma al contempo riflettendo l’inquietudine dei cuori dell’Inghilterra di fine millennio. Una testimonianza autentica delle sensazioni più intime dell’ambiente urbano londinese, in una dolce e insieme dolorosa visione della società moderna, che invoca uno spazio di quiete e isolamento.
In evidenza la splendida voce di Roya Arab: le sue linee vocali, a tratti molto intimiste, in alcuni casi vicine a un espressivo soul-jazz, rimangono costantemente tenui e vellutate: una voce limpidissima e di gran charme. Stilisticamente, la formazione di Keeler e Griffiths imbocca un approccio personale al trip hop, che si distacca dal nucleo bristoliano, imbracciando tonalità più morbide e autunnali, che fanno da sfondo a esplorazioni sentimentali e soffici tappeti atmosferici su cui costruire le melodie, mentre contemporaneamente inserti d’archi alimentano un mood rilassante. Il tutto con giochi sonori delicatissimi e arrangiamenti ricercati e avvolgenti.
Atmosfere malinconiche ma dolci, morbide, permeano ciascuna canzone: il tessuto sonoro è soffuso e notturno, tappeti di tastiere lo riempiono con leggerezza, mentre il resto della strumentazione impreziosisce il disco con giochi di melodie e inserti suggestivi, dal violino su battito elastico e contorno di elettronica stile primi Massive Attack (era-“Protection”) di “Old Artist” ai suggestivi tappeti di tastiera della celestiale “Beautiful World”.
I riferimenti all’hip-hop sono perfettamente amalgamati nel disco, continuo e compatto in ogni suo elemento; a volte sono maggiormente in risalto, come negli interventi rappati di Rosko Jones, ad esempio nel numero noir “So Few Words” o nell’eterea “SkyScraper”, ma rimangono sempre calibrati nel contesto generale assieme ai tappeti elettronici, alle sezioni d’archi e all’attitudine più atmosferica e da chill-out: tutti elementi inseriti ad hoc in modo da accompagnare il cuore melodico del disco arricchendolo e conferendogli ancora più classe e spessore nei contrappunti sonori e nell’avvolgente armonizzazione di sfondo del songwriting.
Si gustano anche miscele di tonalità retrò e altre più moderne, come nella cupa “Headspace”, mentre la strumentale “Organ Song”, focalizzata sugli archi e sul dialogo fra sonorità elettroniche e strumenti classici, proietta in uno scenario sofferente e malinconico, in cui colpiscono fortemente i crescendo emozionali della title track “Londinium”.
Dall’alienante “Man-Made” alla densa ed evocativa “Nothing Else”, non c’è un solo momento di calo (tranne forse tra gli effetti ripetitivi di “Headspace”), tutto scorre con continuità perfetta, in un viaggio da ripetere più e più volte. La musica degli Archive si oppone al caos e alla confusione della metropoli con tredici perle raffinate che indagano i sentimenti, le angosce, le speranze e le emozioni delle persone. Il contrasto fra il caos mondano di Londra e la quiete del disco ricorda per certi versi il fondamentale “Hex” dei concittadini Bark Psychosis: anche il loro rock dilatato e atmosferico, infatti, propone una soluzione soffice e meditativa, un lavoro di introspezione tra sonorità soffuse ed evocative in opposizione al caos quotidiano.

Gli Archive di Londinium vengono inizialmente accostati ai Portishead, forse anche per via del fatto che la prima voce in entrambi i casi è femminile. Ma la Arab è una cantante molto diversa, molto più eterea, meno dolente e tagliente della Gibbons; gli Archive, inoltre, non incontrano mai certe atmosfere angoscianti e raggelanti che in diversi episodi della formazione di Bristol entrano invece in primo piano.
Maggiori, semmai, le affinità con i Massive Attack, soprattutto per l’approfondimento dell’idea della combo voce femminile + canto rappato, ma con molte meno sonorità cocktail-lounge, rimpiazzate invece dagli spunti da chamber music.
Londinium è in ogni caso un capolavoro perduto del trip-hop, da riscoprire e assaporare nota per nota, sempre più in profondità, in modo da catturarne ogni sfaccettatura.

 

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Dopo quest’album gli Archive, a causa di dissidi interni, si sciolgono temporaneamente, per poi ricomporsi nel 1997 con una differente line-up – con Suzanne Wooder al posto di Roya Arab – e nuovi intenti musicali.
La parola che meglio rappresenta l’opera seconda Take My Head, infatti, è “metamorfosi”. La formazione inglese cambia completamente volto, realizzando un disco decisamente pop ed elettronico. Il trip-hop soffuso, evocativo e malinconico dell’esordio lascia spazio a un’anima di moderno pop elettronico libera e sciolta, che lambisce cadenze ballabili in alcuni frangenti e accentua l’impatto melodico. Il tutto condito con la produzione moderna e l’impianto effettistico di un disco mainstream di fine anni 90. Le tastiere e i sintetizzatori si fanno semplice contorno alle melodie, scompare del tutto il canto rappato e la nuova voce femminile non ripropone le tonalità melanconiche del passato, virando su sfumature decisamente più vivaci. La componente pop diventa rapidamente predominante e un uso massiccio dell’elettronica sostituisce le atmosfere delicate.
Vien da fare a questo punto qualche paragone con un altro gruppo che si è evoluto in modo simile: i Morcheeba. Il loro primo disco del 1996 presentava una componente trip-hop tinta da varie influenze, tra cui un’attitudine più pop e aperta, mentre il secondo, uscito giusto un anno prima di Take My Head, si allontanava dalla base per aprirsi ancora di più a territori pop. Non si può escludere che gli stessi Archive abbiano preso spunto dai loro “cugini” trip-hop. Fatto sta che il songwriting in Take My Head perde in evocatività e freschezza, lasciando troppo spesso il passo a stilemi meno personali e più banali.
Tutti i brani sono potenziali singoli per il loro alto tasso melodico, ma molti risultano in realtà anonimi e monocordi. Non tutto è negativo, però, tra i solchi di Take My Head, e le capacità compositive del gruppo riescono ad animare alcune tracce, evitando una caduta che poteva essere rovinosa. L’iniziale “You Make Me Feel” è un’interessante hit, energica, trascinante, pulsante, infuocata, dove l’acidità di bassi ed elettronica si mescola a una sezione ritmica implacabile, tra chitarre elettriche urlanti e refrain ossessivi. Il contrasto generato dai dolci bridge di chitarra acustica e dalla limpida voce di Suzanne Wooder contribuisce a creare una sensazione straniante, amplificata dal contrasto fra le liriche d’amore e i suoni lancinanti che le accompagnano, quasi a stravolgerne il significato. Aggiungiamo un gusto per le melodie furbetto ma dannatamente accattivante e abbiamo un singolo d’apertura semplicemente spiazzante. La seconda traccia “The Way You Love Me”, però, mostra subito meno personalità, assestandosi su sonorità più ordinarie, tra tappeti di tastiere eteree su cui si adagia l’intensa batteria e il canto femminile cristallino: l’effetto suona stancamente già sentito.
“Brother” è una ballad di pianoforte ed effettistica, tra morbide linee vocali pop e qualche arco di contorno: si lascia ascoltare in tutta scorrevolezza e godibilità, ma non mostra nulla di particolarmente originale. “Well Known Sinner” suona ancora meno graffiante, quasi più adatta a far da sfondo a uno spot pubblicitario con la sua orecchiabilità che a farsi ricordare per qualche spunto; anche il picco d’intensità del finale che la rende più rock non stupisce, mentre meno prevedibile è la conclusione vera e propria, che riprende ritmiche da trip-hop velocizzate. “The Pain Get Worse” è un’altra ballata melensa che a questo punto suona davvero piatta e monotona. È “il fondo” del disco, assieme alla successiva “Woman”, con le linee di basso tese e le chitarre leggermente inacidite a mostrare quantomeno la cura riposta nel suono dagli Archive. Il problema, come detto, è l’ordinarietà del tutto, che ormai inizia a far anche sembrare parecchio fini a sé stesse le melodie del disco.
“Cloud In The Sky” inizia con un motivo di tastiere che pare riprendere una certa atmosfericità intensa ed evocativa, reinterpretata dall’ottica più leggera e meno mesta del disco, assieme a certi effetti e a ritmiche che riportano improvvisamente ad atmosfere trip-hop. L’oscura title track “Take My Head” è il picco dell’album, assieme alla opener, di cui è l’ideale seguito: dopo una breve introduzione di tastiera e voce, c’è un’esplosione di effetti e distorsioni che si riallaccia direttamente a una melodia molto simile a quella di “You Make Me Feel”, mentre l’intensità e le ritmiche scandite con fermezza riportano di nuovo in prossimità di territori trip-hop. La strumentale “Love In Summer” procede su binari più dolci, conditi da qualche sonorità latino-americaneggiante, elementi ritmici esotici, effettistica e sassofoni che si inseriscono nell’esplosione finale. Un brano che dimostra come gli Archive siano in grado di tirar fuori pezzi gustosi con disinvoltura, alla stessa stregua di “Rest My Head On You”, brano dolce e malinconico senza risultare frivolo, con cadenze che ricordano quelle di Londinium.
Chiude una hidden track, una ballata triste di pianoforte di appena due minuti.

In definitiva, Take My Head è un disco ben suonato e prodotto, ricco di spunti melodici e con alcuni brani di ottimo livello. Il cambio di stile, tuttavia, non ha determinato una crescita musicale negli Archive, e il risultato finale lascia trasparire una sensazione di incompiutezza e discontinuità. Non si può dire comunque che il cambiamento sia stato solo una scelta modaiola per sfondare nelle classifiche: la presenza di canzoni più ricercate, infatti, lascia aperti molti spiragli di evoluzione, che il gruppo avrebbe sviluppato già dal successivo You All Look The Same To Me.

Dopo aver nel frattempo salutato la cantante Suzanne Wooder per far posto al nuovo acquisto Craig Walker, ex-leader del complesso pop-rock Power Of Dreams, e a un nutrito numero di ospiti e turnisti, gli Archive di You All Look The Same To Me (2002) imboccano il sentiero di un rock moderno, elaborato, elettronico e a tratti progressivo, condito dalle influenze personali di ciascuno dei membri. Elementi che conferiscono al lavoro un ricco e variopinto background musicale, che spazia fra ritmiche di stampo trip-hop, psichedelia rielaborata in chiave moderna, elementi acustici alternati a spruzzi elettronici e tappeti d’atmosfere maggiormente ambient, con arrangiamenti che adattano la sensibilità floydiana a suoni contemporanei, con accenti alt-rock di stampo radioheadiano (soprattutto nelle linee vocali, a volte forse troppo simili a quelle di Thom Yorke), tra crescendo di grande intensità e batterie vellutate, di derivazione post-rock. Le composizioni mantengono tutta la classe del gruppo e navigano con scioltezza fra stratificazioni sonore, momenti più distorti e distensioni melodiche. Il disco si rivela un personale anello di congiunzione fra gli anni 70 e i decenni 90 e 2000, condito da un esistenzialismo tipicamente britannico, mescolato a una vena sentimentale più stemperata. Osiamo dire: questo disco è ciò che sarebbero i Pink Floyd se risorgessero al giorno d’oggi. E se apprezzassero i Radiohead e i Mogwai. Darius Keeler e Danny Griffiths si consacrano così come compositori eclettici, se non camaleontici per la flessibilità con cui spaziano fra i generi da un disco all’altro.
L’iniziale “Again” è una suite di 16 minuti introdotta da una tromba che ricorda i Talk Talk, a cui subito seguono morbidi arpeggi di chitarra, la mesta voce di Walker e tenui effetti di sottofondo, che in breve si tramutano in eterei tappeti di tastiere ambient, accompagnati da una triste armonica. Non passa molto tempo prima che l’effettistica e l’impianto ritmico facciano il loro ingresso scandendo con leggerezza lo scenario del brano, che diviene quindi un caleidoscopio di sonorità intrecciate fra loro in un unicum che scorre fra crescendo emotivi (soprattutto quello finale) e intermezzi atmosferici con continuità scorrevole, anche se un po’ allungata nella sezione centrale. L’influenza del post-rock è avvertibile maggiormente nei tipici climax posti a coronamento dello sviluppo sonoro e in alcuni interventi di drumming, mentre le radici trip-hop del gruppo si avvertono nelle ritmiche più vicine al downtempo e nei passaggi atmosferici. Il tutto è intriso di un’emozionalità romantica rock-pop, tra spruzzi di psichedelia e rimescolamenti di chitarre acustiche ed elettriche.
La successiva “Numb” si fa guidare dal basso intermittente su cui si adagiano la batteria cadenzata e le linee vocali, decisamente influenzate da Thom Yorke. Successivamente le distorte chitarre elettriche irrompono costruendo un ripetuto muro sonoro, cupo ma graffiante, per poi abbinarsi ai tappeti di tastiera e ai sampling. “Neon” è un dolce viaggio spaziale fra tonalità floydiane, lievi spunti reggae, batteria in parte trip-hop, archi che si ricollegano al debutto e crescendo d’emozionalità. “Goodbye” gioca invece sul connubio fra la melodia da ninnananna, i consueti tenui fondali di tastiera e la batteria filtrata, rivelandosi però prolissa e ripetitiva.
“Now And Then” è una breve, triste e soffusa esecuzione di pianoforte e voce femminile, una parentesi prima di “Seamless”, che però a sua volta è un’introduzione ambient a “Finding It So Hard”, la seconda suite del disco: una cupa progressione elettronica fra influenze dei VNV Nation filtrate attraverso l’ottica del gruppo, ritmiche ripetute di stampo acid house, tastiere ambient, bassi filtrati e campionati che sopraggiungono quando il brano si fa un’oscura visione futuristica e spaziale (grazie anche alla tastiera maggiormente lisergica e spettrale), chitarre che introducono un electro-rock chitarristico, prima dei conclusivi synth acidi/Ebm.
Dopo questi oltre quindici minuti inquietanti e alienanti, “Fool” si adagia su un più tranquillo mix di pop-rock, elettronica alla Autechre, trip-hop, distensioni atmosferiche autunnali e vocalizzi pop: non stupisce quanto i brani precedenti e si mostra un po’ monocorde, ma rimedia grazie all’atmosfera densa e notturna, arricchita da spunti “sixties” nelle fisarmoniche, nell’organo e in alcuni tocchi di chitarra leggermente psych-blues. “Hate” è una canzone sentita ed evocativa, dove la musica malinconica e dolce contrasta con il testo, risentito e sfiduciato; un conflitto sottolineato anche dalle linee vocali nostalgiche e vellutate, che conferiscono al brano un retrogusto amaro. La conclusiva “Need” è infine un’esecuzione acustica come tante, priva di spessore e senza molto da aggiungere.

Pur con qualche piccolo neo, You All Look The Same To Me segna un ulteriore passaggio importante per gli Archive. L’unico dubbio concerne la natura ondivaga del gruppo, considerata la natura diversa e spiazzante dei dischi da loro prodotti finora.

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Sempre nel 2002 esce un Ep a edizione limitata (cd, audiocassetta e vinile) intitolato The Absurd Ep, contenente quattro inediti che rimescolano pop romantico, basi effettate, alternative rock elettronico e stratificazioni oniriche/armoniche, anticipando al contempo alcune soluzioni sonore che collegano il full-length del 2002 con il successivo Noise. L’uscita appare comunque meno a fuoco e omogenea dell’album che l’accompagna, mostrandosi più “umile” e soffusa, ma anche meno incisiva.
L’iniziale “Absurd” sfoggia un avvolgente tappeto atmosferico che funge da soffusa base su cui si adagiano la leggera batteria, vocalizzi malinconici, con un’attitudine quasi gospel e soffici elementi onirici che creano un’atmosfera dolce e rilassante. La mini-suite “Junkie Shuffle” inizia con tenui fondali di tastiera quasi minimalisti, che evolvono in un leggero crescendo post-rock, costituito da trascinanti ritmi vicini al trip-hop, da basi elettriche mesmerizzanti di sottofondo, e soprattutto dalla voce accattivante di Walker, mentre il climax finale segna un punto d’incontro intrigante tra la verve rock e la tessitura elettronica.
“Sham” è un pezzo noir che combina battito trip-hop, vocalizzi e interventi chitarristici bluesy (piuttosto banali, a dire il vero), effetti elettronici alienanti e archi dolcificanti a stemperare i toni notturni e malinconici. Infine, c’è “Men Like You”, che riprende un piglio energico tipicamente britpop e lo prolunga, al tempo stesso dilatando l’accattivante piglio melodico e rendendolo un po’ ripetitivo.
Le interessanti idee dell’Ep vengono offuscate dal raffronto con l’imponente Lp You All Look The Same To Me, col risultato che l’uscita passa un po’ in sordina.

Il 2003 è segnato invece dalla pubblicazione della colonna sonora del film Michel Vaillant, in bilico fra elettronica incalzante, orchestrazioni d’atmosfera, epicità, digressioni cupe e soundscape fra Brian Eno e Death In Vegas.

Dopo aver ottenuto un discreto successo in Francia con questa pubblicazione, gli Archive danno alla luce nel 2004 il loro quarto album studio: Noise.
Il lavoro è fortemente ambizioso, con arrangiamenti alt-rock adagiati su uno sfondo elettronico (in cui non mancano echi Idm, scioltezza club e passaggi trip-hop), strutturati con un’enfasi barocca degna di certo progressive e accompagnati da stratificazioni di archi, filtri, droni tastieristici, sintetizzatori modulati, intrecci elettro-acustici; il tutto condito da immediatezza pop, atmosfericità emotiva di stampo post rock, psichedelia stemperata, esistenzialismo britpop e persino qualche sfumatura soul.
Il risultato, però, non convince appieno. Il problema consiste nel fatto che nel loro tentativo di risultare a tutti i costi sperimentali e innovativi, attingendo da un crogiolo di suoni diversissimi per assemblarli in qualcosa di inedito, gli Archive finiscono per mettere troppa carne al fuoco e andare fuori fase, smarrendo la concretezza dei contenuti per concentrarsi con maniera sull’enfasi dell’aspetto esteriore, della superficie. Ne risulta un lavoro pretenzioso e a tratti anche troppo sentimentalista, un incrocio sconnesso e artificioso di Mogwai, Radiohead e Pink Floyd, Verve e U2, Air e Sigur Ròs, Groove Armada e Massive Attack. Con, attorno alla band, un altro nutrito elenco di guest.
L’iniziale title track – una miscela di chitarre acustiche, riverberi elettronici, campionamenti di sirene della polizia e batteria cadenzata a scandire l’atmosfera – riesce a tratti a essere evocativa, ma il senso di già sentito negli arrangiamenti radioheadiani si fa ingombrante. La successiva “Fuck U” inizia con un soffuso e leggerissimo gioco di tastiere, a far da sottofondo alla voce, quindi si aggiungono la batteria e riverberi chitarristici a preparare il terreno al ritornello distorto, prima che sporadici archi giungano a contrastare con le loro sonorità dolci il testo mordace e sprezzante. “Wasted” è una lunga traccia di quasi dieci minuti, introdotta da una sorta di placido elettro/ambient minimale e occasionalmente enfatizzata da looping di synth ossessivi, archi e piccoli arpeggi stile Explosions In The Sky.
“Sleep” è una ballata trip-hop downtempo per piano e archi, dolce e godibilmente melodica, ma forse troppo melensa e ancora una volta un po’ prolissa. “Here”, breve intro di distorsioni noise ed elettronica ossessiva quasi new wave, fa da preludio a “Get Out”, ripetuto e straniante accumulo di chitarre catchy, batteria uptempo e linee vocali che riciclano la “Stop Crying Your Heart Out” degli Oasis. Le soluzioni orchestrali sono interessanti, ma spezzano un po’ l’aura alienante che avrebbe potuto avere il brano.
“Conscience” è un pop-ambient figlio delle ballate dei Radiohead e dei Sigur Ròs, con riff bassi e cadenzati a generare un effetto dolceamaro, insieme al canto dolciastro e malinconico. “Pulse” ripiomba in un pop futurista che gioca sull’ossessionante ripetersi dei ritmi sintetici, delle distorsioni noise, degli inserti elettronici e rumoristici, ma soprattutto del canto femminile alienante, filtrato e quasi raggelante, ma anche bruciante e passionale. La successiva “Wrong” è solo un pezzo acustico accompagnato da rarefatte tastiere oniriche, senza sviluppi o approfondimenti. “Love Song”, invece, è una canzone per contrasto molto più dinamica, dall’incipit tenue, placido ed emotivo (leggero tappeto d’organo, voce dolente, effetti elettronici sbarazzini) e dal successivo sviluppo ben più acceso (voce filtrata e stratificata, feedback chitarristici, riff brucianti lo-fi, batteria upbeat) e dalla conclusione distensiva (elettronica downtempo e outro in cui ci si riallaccia all’inizio).
Il brano finale, “Me And You”, è ancora una lunga ballata à-la Radiohead, con progressioni di tastiera melodica che ricordano i Bark Psychosis, spunti folk, hammond acido, tenue batteria che naviga sui giochi di silenzio e suono, climax emotivo distorto e noisy: godibile dal punto di vista melodico, ma tendenzialmente monotona.

Noise, insomma, segna decisamente un passo indietro per gli Archive, ma non tutto è da buttare, visto che molti brani mantengono una discreta vena melodica e non mancano interessanti esperimenti sonori, riff accattivanti e pulsazioni elettroniche coinvolgenti. Peccato solo siano soffocate dalla totalità del full-length e che il tutto suoni troppo debole alla luce di quasi contemporanee pubblicazioni simili come “No CV” dei My Computer, che mostrano un approccio di gran lunga più ispirato all’idea.

 

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Il quinto album degli Archive, intitolato Lights, vede Pollard Berrier sostituire Craig Walker come cantante principale. Il disco interpreta certe soluzioni del precedente Noise con una vena meno propensa alle stratificazioni pop/barocche e più elettronica, coniugando le sue mescolanze sonore con un cuore pulsante e sintetico a far da vettore, mentre il contorno atmosferico si fa anche più curato e avvolgente. A volte questo conferisce maggiore vitalità e freschezza al sound degli inglesi, forte di una maggior brillantezza compositiva e di arrangiamenti più originali, variegati e trascinanti. Altre volte, però, tutto ciò non fa che riproporre gli stessi difetti di Noise con mezzi diversi, scivolando pericolosamente in un sound pomposo. Anche gli episodi acustici risultano troppo stesso debitori di tanto pop-rock britannico dell’epoca per convincere appieno. E la ricezione di Lights da parte di pubblico e critica sarà generalmente molto negativa. Nel complesso, però, di canzoni riuscite e coinvolgenti, ve ne sono più che nel predecessore, e il recupero della personalità di You All Look The Same To Me (con il suo crocevia di tendenze stilistiche differenti) si sposa alla maggiore immediatezza e alla più accesa emotività di Noise, per poi immergere il risultato in un sound elettronico arricchito dalla solita cura certosina di Keeler e Griffiths nel songwriting.
Le prime due canzoni fanno ben sperare: “Sane” è guidata da una batteria elettronica spedita e dalle corpose tastiere che si intrecciano fra loro, mentre Berrier segue linee vocali accattivanti e vitali; invece “Sit Back Down” mescola tastiere ossessive, battito downtempo, pulsazioni acide e tappeti sonori spaziali/psichedelici. La successiva “System”, con i suoi battiti sintetici, i bassi intermittenti e le distorsioni ovattate, suona però già decisamente più monotona, salvo nel finale “allucinogeno”, mentre “Veins” sconfina in archi melodrammatici, alternati a tinte gospel e bassi dub, e “Fold” è una ballata dolceamara troppo debitrice dei più melensi Coldplay per risultare credibile, nonostante gli inserti elettronici robotici e i bassi dub.
Fortunatamente, però, a questo punto arriva il picco del disco, con la suite di 18 minuti della title track, corposo viaggio spaziale che catapulta in un vortice psichedelico, fra intensi climax distorti e avvolgenti tappeti onirici, sostenuti dai synth mesti ma ossessivi e dalla batteria downtempo. Un punto d’incontro fra trip-hop, post-rock ed electro-ambient che rappresenta probabilmente il vertice creativo dell’album.
Per contro, “I Will Fade” è una ben più breve e placida ballad ambient/acustica tra note cullanti e la voce dolce di Maria Q, che si snoda scorrevole e rilassante, ma anche piuttosto piatta rispetto della traccia precedente. “Headlights” parte molto bene, ma si conclude con un nulla di fatto: è un trip-hop dolente ed emozionale, incentrato su un connubio fra la sezione ritmica tenue (bassi leggeri ma ripetuti ossessivamente, batteria rarefatta e sintetica) e gli interventi di tastiera che dovrebbero ispessire la tensione drammatica e si rivelano invece prevedibili. La successiva “Programmed” rimescola ballabilità quasi dance con vocalizzi filtrati, distorsioni sintetiche, alcuni richiami ai Primal Scream e delay trascinanti, sfoggiando forse le ritmiche più accattivanti e coinvolgenti del disco. La parte finale dell’album delude con “Black”, electro-rock povero d’idee che occhieggia pericolosamente ai Muse, e l’acustica “Taste Of Blood”, che ricalca pedissequamente certi momenti più depressivi dei Radiohead.

Riassumendo, il disco è discontinuo e forse poco coeso nel suo crogiolo di stili, a conferma di come gli Archive con gli ultimi due lavori abbiano imboccato un percorso eccessivamente pretenzioso, senza essersi fermati a sufficienza a riflettere su come attraversarlo senza finire fuori strada.

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Nel 2009 il compito di smentire le critiche e i timori che il gruppo sia ormai irrimediabilmente entrato in una parabola discendente tocca a Controlling Crowds, sesto album studio ed ennesima prova di eclettismo stilistico per il progetto di Darius Keeler e Danny Griffiths, sempre pronti a smontare e rimontare le più varie sonorità da un progetto all’altro.
Fin dall’iniziale title track la sensazione è che ci sia stato un riavvicinamento molto più marcato verso la matrice trip-hop degli esordi, con il recupero del battito tipico (tra downtempo e drum’n’bass) che aveva contrassegnato le loro atmosfere più evocative, mentre giri melodici di tastiera accompagnano l’incedere, prolungato e dilatato, della canzone. Ma altrettanto rapidamente ci si accorge anche di due cose molto positive: la prima è che, come al solito con gli inglesi, non si tratta di un banale copia-incolla dei canonici ripetuti beat lenti ma “groovy” (ormai stereotipati e fin troppo abusati), il ritmo è invece sempre inserito con misura, ben congegnato e caratterizzato, ma soprattutto variegato e senza ridondanze; ed è inoltre di puro sostegno alla matrice elettronica, che fa da cardine al pezzo. La seconda è che “riavvicinamento più marcato” non significa che stiamo ascoltando un Londinium parte seconda, anzi, l’effettistica mesmerizzante e gli arrangiamenti accattivanti sussurrano uno sviluppo più equilibrato e ricercato di diversi elementi già sperimentati nei precedenti due album. E non mancano novità, come un mood al tempo stesso più intenso e disteso, che assieme al curatissimo dosaggio degli elementi sonori fa sì anche che in tutti i suoi dieci minuti la canzone non suoni mai pesante o monotona.
L’ascolto scorre in maniera avvolgente e fresca, fra tappeti atmosferici di contorno, refrain ossessivi ma trascinanti, linee vocali carismatiche, delay psichedelici, orchestrazioni tastieristiche e una generale rielaborazione del concetto di crescendo emozionale con climax, assimilato anni fa dal gruppo dal mondo post-rock e filtrato in un’ottica espansa da fondali ambientali e strutture trip-hop. Un’opera di sintesi e rielaborazione ricca di verve, oltre che della raffinatezza negli arrangiamenti ormai marchio di fabbrica degli inglesi, mai noiosa grazie alle continue e spontanee variazioni stilistiche e anche abbastanza ambiziosa: la progressione sonora e i leitmotiv melodici si sviluppano poliedricamente alla ricerca costante di quel “pop-prog-elettro” spesso affibbiato come un’etichetta agli Archive, col risultato di ottenere, però, una varietà ben più caratterizzata e per niente scontata (tranne forse in qualche piccolo passaggio più convenzionale) frutto di una certosina cura degli arrangiamenti e di una continua alternanza di tappeti sonori, dall’ambient all’hip-hop passando per indietronica, dub e rock alternativo.
“Bullets” ha tratti meno malinconici ma più cupi, la tastiera tinge giri melodici avvolgenti mentre archi e bpm accelerati aumentano progressivamente lo spessore emotivo del pezzo, fino al climax in cui sopraggiungono muri di chitarre distorte e una batteria intensa, in alternanza alle tastiere con tanto di choirs. La ballata “Words On Signs” inizia con un mesto pianoforte ad accompagnare la voce afflitta e malinconica; non passa molto prima che si inseriscano i consueti archi, un battito lento ed elettronico, campionamenti di violini, crescendo emozionali e toni suggestivi. Tutti elementi non originalissimi, ma che creano ugualmente un morbido, intenso punto d’incontro fra indie-rock e trip-hop, fungendo inoltre da preludio alle sonorità futuristiche di “Dangervisit”, più ansiosa e cupa: il canto e la tastiera sono inquieti, mentre i sintetizzatori e le ritmiche trip-hop sono inesorabili e raggelanti; la sezione centrale, dove emerge una piccola influenza dei Porcupine Tree nel climax sonoro, è la più alienante, con interventi rumoristici, droni psichedelici, bassi alienanti e batteria scatenata; ma la conclusione per contro è una dolce, placida outro che allieta l’ascolto. Non casualmente, quindi, la traccia successiva si intitola “Quiet Time”, trip-hop tinto di ambient e psichedelia in cui ritorna il rap e che ricorda molto l’esordio, visto che al microfono c’è proprio Rosko John (un graditissimo ritorno); ma è la musica di sottofondo a differire, meno autunnale, più intensa e a tratti persino distorta.
Il successivo brano dà inizio alla seconda parte di un concept idealmente “tripartito”: “Collapse/Collide” è un lungo pezzo atmosferico dove via via si aggiungono sempre più elementi a costituire l’ormai centrale questione del crescendo, con effetti elettronici spaziali, voce femminile dolente, downtempo dolente, synth acidi, tappeti atmosferici e tanta ricercatezza sonora. La struttura in sé non dice nulla di nuovo, ma sono le combinazioni melodiche a mostrare freschezza e ispirazione, rivitalizzando il trip-hop con un caleidoscopio di suoni ed effetti altamente ragionato. Il brano sfocia in “Clones”, episodio onirico, con linee vocali che ricordano i Sigur Ròs, spunti che reinterpretano l’indie-folk dei Fleet Foxes e una forte componente atmosferica.
“Bastardised Ink” è molto inquietante, grazie alla sua unione di beat hip-hop secchi e tappeti di tastiera gelidi, ad anticipare i refrain futuristi che dipingono uno scenario urbano modernissimo, pulsante e vitale, ma che lascia trapelare un senso di decadenza e angoscia; il rapping deciso catalizza quest’oscurità, tanto subdola quanto incisiva. “Kings Of Speed” introduce elementi di un electro-pop capace di forte evocatività, pur nella sua dinamicità spedita, in un aggiornamento dell’indietronica e del trip-hop che confluiscono su un impianto da progressive rock elettronico. Nel lento trip-hop jazzato di “Whore”, invece, la voce femminile filtrata è sensuale e avvolgente, mentre le tastiere miscelano un tripudio sottile ma toccante di dolce e amaro: è il pezzo che conclude la seconda parte del disco.
La terza parte del concept viene introdotta da “Chaos” che, a dispetto del nome, gioca sulla dolcezza delle linee vocali, supportata dal deciso ma malinconico pianoforte, restando costantemente su tessuti sonori morbidi, avvolgenti, con i soliti archi, i falsetti radioheadiani e una progressiva espansione emotiva mutuata dal post-rock. “Razed To The Ground” è un electro-hop tinto di dubstep, che ricorda i Massive Attack di brani come “I Against I”, ma in maniera meno macabra e più psichedelica, sbattendo in faccia con crudezza drammi personali contemporanei e l’angoscia criptica del decennio. Infine, “Funeral” è una ballata eterea suggestiva ma un po’ prevedibile, infarcita di tappeti d’archi, timidi arpeggi in accompagnamento, beat tenui di sottofondo e un’attitudine da soundscape che fissa un punto di contatto con gli Anoice e i Gregor Samsa, oltre ai consueti Radiohead.
Controlling Crowds è il miglior disco degli Archive dai tempi dell’esordio, nonché un tassello rivitalizzatore per il vasto e inflazionato panorama del calderone trip-hop. Un efficace esempio di come coniugare il recupero di elementi del passato della band (la matrice trip-hop e le stratificazioni oniriche) con la progressione sonora dei lavori successivi, sintetizzando il tutto con personalità e freschezza ideativa. Un’opera ambiziosa e ricca di coesione, immediata ma non scontata, il positivo ritorno di un gruppo di notevole spessore, che proietta il trip-hop dritto nel 2009, scardinandone i limiti e mostrandone tutto il potenziale ancora inespresso.

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Originariamente gli Archive avevano previsto di suddividere l’album in quattro parti anziché tre, la quarta è stata invece separata e “rimandata” all’autunno 2009: il seguito di Controlling Crowds viene pubblicato dopo solo sei mesi dall’uscita dell’originale. Questo breve periodo è stato probabilmente dovuto a due fattori: innanzitutto Griffith e Keeler non se la sentivano di rilasciare in una sola volta un massiccio e probabilmente indigeribile doppio cd che avrebbe superato le 2 ore di durata (che difatti è stato rilasciato solo in seguito, in edizione limitata); inoltre, il nuovo episodio, seppur ricco di potenziale, si presenta meno organico del predecessore, fattore che avrebbe potuto minare l’economia del doppio album, rendendolo meno efficace.
Controlling Crowds Part IV suona infatti più disomogeneo, rispetto alle altre tre parti, proseguendo il discorso del precedente disco ma al contempo giocando a ricongiungerlo con particolari momenti della produzione del gruppo, trovandovi così spesso nuove idee, ma perdendo l’equilibrio e la compattezza raggiunti con Controlling Crowds. Diluito e nuovamente ridimensionato il trip-hop, il lavoro risente di una maggior influenza del post-rock, nei suoi ormai stereotipati climax, anche se non rinuncia a pulsazioni elettroniche, stratificazioni sintetiche e ballate emozionali immerse in viaggi onirici e spaziali. Il mood è generalmente disteso e sognante, con i picchi romantici di Noise reinterpretati con gli arrangiamenti malinconici più elaborati di You All Look The Same To Me e le armonizzazioni e le miscele stilistiche di Controlling Crowds.
Si comincia con “Pills”, che catapulta direttamente negli anni 80 con synth notturni, bassi pulsanti, beat incalzanti, atmosfere avvolgenti e la voce suadente di Maria Q che riecheggia per le strade di una viva metropoli illuminate dai lampioni, dai fari delle automobili e dalle insegne luminose dei club; un crocevia fra l’electro-pop e la dance di quel decennio, con un più energico electro-rock e le sfumature indietroniche degli attuali Archive, oltre che il consueto crescendo sonoro.
“Lines” si distacca dagli Eighties e gioca di più con effetti sonori stranianti e distorsioni acide, facendo una summa di diversi momenti della carriera degli Archive, tra refrain taglienti, battiti filtrati e sintetici e attacchi acustici, su cui si stende il rap duro di Rosko John; l’elettronica dipinge scenari apparentemente tesi, ma fra le note emerge anche un’energia più rocciosa e impetuosa. La lunga “The Empty Bottle” è una continua progressione sonora soft/loud secondo i consueti canoni post-rock, con un susseguirsi di tastiere dolci e atmosferiche a cui si aggiungono beat più dinamici, ma nel climax c’è persino un pizzico di shoegazing nella stratificazione rumoristica (ma sempre melodica), corposamente onirica e dai bassi intermittenti. Invece “Remove”, sempre nel solco di un post-rock elettronico, è molto più mesta e meditata, con tastiere rarefatte, hammond malinconici e un battito rallentato e sintetico; il climax è abbastanza prevedibile in ogni caso, con batteria più jazzy e basso dub.
Ritroviamo suoni più psichedelici (e ripeschiamo alcuni effetti di “Collapse/Collide”) con “Come On Get High”, dove l’influenza dei Pink Floyd e un’attitudine maggiormente ambientale vengono mescolate al trip-hop e all’elettronica spaziale di Controlling Crowds, con un finale mesmerizzante e toccante. “Thought Conditioning” è un trip-hop liquido, portato avanti dal rap, dalle tastiere inquiete e dal battito incalzante, mentre “Notturna”, avvolgente e intrigante, è forse la canzone più convincente, assieme ai due brani iniziali. La successiva “The Feeling Of Losing Everything” inizia come un duetto fra la voce malinconica di Dave Pen e un piano in lo-fi che conferisce un tocco retrò, poi c’è una trasformazione in un elettro-ambient cosmico, denso ed etereo, con tappeti d’archi ad accompagnare spruzzi elettronici che ricordano in parte il Vangelis di “Blade Runner” e i Kraftwerk.
Il battito morbido e sintetico di “Blood Numbers” serve a introdurre suoni più dolci, anche se permane una generale inquietudine di fondo. Complessivamente sembrerebbe un tentativo di mediare fra certi elementi del dubstep, il trip-hop e il post-rock, anche se i droni rumoristici e la progressione ossessiva espandono ulteriormente i confini, conferendo spessore al brano ma facendogli perdere immediatezza. “To The End” è una parentesi con un duetto fra le linee vocali tendenzialmente gospel di Pen e il pianoforte, godibile anche se forse un po’ troppo sentimentalista.
La successiva “Pictures” presenta un denso tappeto di tastiere ambient di sottofondo, con archi che raggiungono poi un’esplosione emotiva, d’accompagnamento alla voce mesta, in contrasto con le frenetiche ritmiche. Infine, l’album viene concluso da “Lunar Bender”, dolce ed etereo viaggio fra space-ambient e le consuete influenze dai gruppi post-rock, con arpeggi delicati, elettronica vellutata e vaste distese celestiali dipinte dalla musica.
La sensazione è che gli Archive abbiano più che altro concluso il discorso intrapreso con Controlling Crowds senza preoccuparsi di eccedere o adagiarsi sugli allori, anche se i capitoli I-III risultano maggiormente riusciti.

 

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Nell’ultimo full-length With Us Until You’re Dead (un concept sull’amore) il gruppo presenta sia una forte ricchezza sonora che una generale discontinuità, che a tratti fa apparire le tracce come pezzi di un collage improvvisato. Tornano la ricerca sonora dei due “Controlling Crowds” e i barocchismi romantico-sinfonici messi in primo piano su Noise e Light, il tutto immerso in una matrice elettronica caleidoscopica che pone enfasi soprattutto sulla stratificazione continua. Spesso ciò avviene a scapito dell’immediatezza melodica, per di più quando quest’ultima viene lasciata libera e si incentra soprattutto sui climax emotivi accompagnati dalle orchestrazioni atmosferiche. Pesa anche l’assenza di Rosko John e del suo rap inquietante e coinvolgente, nonché degli elementi sonori più marcatamente trip-hop; aumentano, invece, i ricalchi del synth pop, del big beat e della new wave revival. Ne scaturisce un album imponente e maestoso, a volte anche troppo, ma sempre fortemente emotivo (almeno per quanto riguarda la musica, mentre i testi scadono ogni tanto in un eccesso di sentimentalismo salvato però dalla tensione psicologica, a volte violenta, fra le righe) e ricco di ambizione.
Si comincia quindi con “Wiped Out”, energico mix di tappeti di tastiera atmosferica, ritmiche martellanti e dolenti acuti vocali, per poi passare alle ritmiche incalzanti di Interlace (fra trip-hop, pop sinfonico, funk e industrial) e alla dolce ma trascurabile ballad “Stick Me in My Heart”, che nel finale si trasforma in un bizzarro mix di techno e ambient romantico. “Conflict” estende questa coda finale abbinandola a impalpabili tappeti di tastiera, grida inquietanti e distorsioni lisergiche, in una sorta di punto di incrocio fra Prodigy, Radiohead e Craig Armstrong. “Violently” inizia come mix fra electro-pop e industrial, condotto dall’intenso duetto vocale maschile/femminile (con l’esordio dell’eccellente ugola di Holly Martin), per poi evolversi come l’ennesima melensa orchestrazione minimale a cui abbiamo già assistito innumerevoli volte. “Calm Now” addirittura è un intero gioco di tappeti ambientali e archi emotivi, che suona come una versione poco ispirata dei Sigur Ròs più sentimentali. Molto più convincente l’industrial/trip-hop/soul sporcato dagli archi di “Silent”, soprattutto per le linee vocali sempre bellissime di Maria Q.
“Twisting” riparte da “Conflict” in una veste più dura e ripetitiva, mentre “Things Going Down” è una breve parentesi minimale di tastiera e voce femminile, prima dell’electro-soul di “Hatchet”, trascinato dall’esuberante voce della Martin. Si passa dunque alla successiva “Damage”, un crescendo fra breakbeat e progressive che si conclude in un divertissement alienante. Infine, giunge la mesta “Ride”, un indie-pop sinfonico abbastanza scontato e stucchevole, che non dice nulla di nuovo per il gruppo.

In conclusione, With Us Until You’re Dead aggiunge tanta carne al fuoco, ma non sempre riesce a trovare il giusto equilibrio. Lo si potrebbe paragonare a un enorme e rifinitissimo castello di sabbia, che può apparire anche esteticamente notevole, ma con una struttura fragile. In particolare, l’accesa passionalità del gruppo non raggiunge mai i picchi creativi e di spontaneità di Controlling Crowds, finendo per scadere ogni tanto nell’auto-indulgenza delle precedenti release, rispetto alle quali With Us Until You’re Dead si configura come un disco molto meno originale e più minato dai cliché, a tratti persino kitsch, solo parzialmente riscattati da interventi ritmici di spessore e spruzzate di elettronica elegante.

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