Le polemiche sul latino a scuola

Puntualmente torna la storica diatriba su quale sia lo scopo del latino per la formazione dell’uomo di oggi.

L’ultima occasione è avvenuta con l’articolo di Gramellini in cui attaccava una ricerca su degli algoritmi (capaci di dedurre informazioni nell’ambito della sfera diciamo privata) accusandone gli autori di essere solo degli scienziati aridi che pensano al denaro. Anche se la questione si potrebbe ritenere chiusa (Gramellini si è scusato e ha ammesso l’errore, per me è già tanto in un paese dove si fanno addirittura cortei contro le vaccinazioni), le polemiche sul fatto che la cultura umanista ed in primis uno dei suoi simboli, l’insegnamento del latino, siano responsabili continua ad impazzare.


La questione si intreccia con altri argomenti come:
– l’insegnamento di storia e filosofia;
– la cultura classica e la formazione umanistica;
– la vitalità della lingua latina;
– l’utilità del liceo classico.

I continui riferimenti ora a Croce, ora a Gentile si sprecano. Questo perché le origini della contrapposizione nascerebbero dalla loro concezione dell’istruzione, vedendo le scienze unicamente come una espressione della tecnica, diverse invece alla cultura che emergerebbe dal ramo umanistico e che venne notevolmente espanso sulla base di pensieri filosofici un po’ idealizzati.

Sono convinto per vari motivi che la cultura umanistica (quella contemporanea, intendo) sia in uno stato di malattia molto grave e che i suoi stessi alfieri e seguaci ne stiano accelerando la decomposizione in un circolo vizioso autoreferenziale.
Ma sarebbe un discorso troppo lungo e complesso da affrontare, per lo meno in questa sede. Mi limiterò a fare un’osservazione sulle discussioni attorno alla lingua latina.

Come molti avranno già constatato, c’è una certa contrapposizione ideologica ed inutilmente faziosa attorno al solo insegnamento del latino. Come in molte cose in Italia, una polarizzazione a tratti da stadio e arroccata sulle proprie convinzioni, dimenticando il dibattito costruttivo e scaricando sulla tesi opposta le responsabilità di ogni male.

La mia opinione in breve è che sono contrario all’abolizione totale del latino nei licei, essendo comunque per l’appunto licei e non scuole tecniche; ma sono favorevolissimo a modifiche degli orari e dei (soprattutto programmi) di latino nello scientifico, al potenziamento degli indirizzi sperimentali e alla diffusione di scuole tecniche, che non devono essere considerate come pregiudizio vuole la seconda opzione per chi non vuole studiare. Aspetto su cui tengo molto è che il liceo scientifico almeno quando lo feci io era poco scientifico e tutto ciò che fa capo alla cultura scientifica (che esiste) trattato in parte o ignorato. Per dire, un Russell durante l’ora di filosofia o una traduzione di un testo di fisica di Newton sarebbero molto più consoni delle bubbole dialettiche di Hegel o della lettura metrica dei poeti latini. Magari un giorno ci spenderò due parole.
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Le fazioni si suddividono, generalmente, in due categorie.

La prima è quella degli abolizionisti. Essi trovano il latino un fardello inutile nel mercato di lavoro e che toglie tempo da assegnare ad altre materie che risulterebbero molto più utili nella loro opinione per la vita quotidiana (cioè psicoeconosociagrochiminformastrobiopolidomestiritto nonché uncinetto, cazzi & mazzi, che solo loro sanno come si farebbe a non impazzirci e a impararci qualcosa) ma soprattutto nell’indirizzamento dell’università; pertanto vorrebbero segarlo, deletarlo, annichilirlo, termodinamizzarlo, magari con una risata satanica mentre lo fanno e andando ad urlare a tutti coloro che dopo lo scientifico sono andati a iscriversi a lettere che sono dei falliti e loro ce l’hanno più lungo.

Spesso si tratta di persone che nel percorso universitario riscontrano di essere indietro su alcuni settori per i quali gli viene richiesta applicazione e partecipazione professionali e che avrebbero voluto studiarne maggiormente le basi in precedenza. Possono essere, per esempio, studenti di chimica o informatica (o delle ingegnerie) che in passato hanno frequentato il tradizionale e devono iniziare quasi da zero alcuni argomenti che invece gli studenti provenienti dal tecnologico, o addirittura dagli istituti tecnici, si portano già almeno in linea generale nel proprio bagaglio. Oppure possono essere biologi o agronomisti che in passato non scelsero l’agrario perché gli avevano messo in testa il pregiudizio che era una scuola da asini, salvo scoprire di stare studiando le stesse cose.

Comunque, notano generalmente di non aver avuto la preparazione dovuta per l’ambito scientifico che hanno intrapreso e di non aver mai affrontato tematiche importanti e diffuse.

Hanno un approccio mentale che si avvicina a quello dei tecnici, pur senza averne la medesima impostazione formativa. Possono dirsi che, se tornassero indietro, sceglierebbero un altro indirizzo, perché di quei 5 anni passati a tradurre versioni non solo gli è rimasto ben poco, ma gli viene chiesto ancora meno; mentre avrebbero preferito studiare la chimica in maniera più approfondita invece di impararsi qualche nozioncina un solo anno, o essere già introdotti alla programmazione se solo ci fosse stata una classe informatica, oppure avere già fatto qualche esperienza in un laboratorio invece di ritrovarsi a fare i turni in ateneo per vedere un professore muovere oggetti strani e menzionare procedure strane che non si consocono e si dovranno riapprendere nel tirocinio magistrale.
Hanno molto pragmatismo e le loro idee su ciò di cui avrebbero bisogno e dovrebbero fare sono molto ben chiare.

Qualche volta intervengono direttamente i tecnici e sono spesso i più feroci nelle critiche, come Mattia Butta dalla Repubblica Ceca (che però, come Uriel Fanelli dalla Germania, mixa sapientemente riflessioni brillanti e palle clamorose, come il distacco col cristianesimo dimenticando che esso ha attinto a piene mani dalla cultura greco-romana per la propria teologia), pertanto in realtà quando parlano del latino (nonostante non faccia parte del loro percorso) stanno parlando della contrapposizione fra educazione umanistica (liceale?) ed educazione tecnica.

Esistono casi anche di abolizionisti che al liceo amarono il latino, o addirittura frequentarono il classico, ma che hanno successivamente ammesso di esser proseguiti con il doppio della fatica in facoltà come ingegneria rispetto agli altri studenti per via delle lacune nelle conoscenze e per via dell’approccio troppo mnemonico dato dall’imparare la letteratura classica.

La seconda categoria è quella dei cultisti, per i quali è quasi sacrilegio che agli alunni non si spieghi e insegni che ad Azio fu più merito di Agrippa che di Ottaviano la vittoria di quest’ultimo, e si svegliano la mattina dando il buongiorno alla loro copia dell’Eneide prima di dirle che è stata una nottata fantastica.

Le loro tesi vertono principalmente sul fatto che compito della scuola non è (o almeno non è solo) insegnare tante applicazioni meccaniche, ma anche smuovere la coscienza, mettere in moto i neuroni, stimolare lo spirito critico e dare ampi interessi a 360°: in poche parole farsi una cultura. Dal quale poi ogni individuo trarrà la propria inclinazione. Per questo la loro opinione è che non si debba neanche prendere in considerazione l’idea di toccare una materia che giudicano alla base di tutta la cultura italiana, radice ispiratrice di arti e lettere, ma anche mezzo di comunicazione usata un tempo per far nascere le scienze e diffondere la conoscenza, nonché base anche di parte della cultura europea moderna alla quale si vorrebbe puntare.

Ritengono che a ragionare per mera utilità, si dovrebbero rimuovere tante altre cose (comprese molte parti della matematica) e si disgregherebbe progressivamente il substrato culturale dell’individuo, facendolo diventare solo un contenitore di nozioni. Inoltre ribadiscono che nulla impedisce anche ad uno studente del classico di frequentare facoltà scientifiche, mentre molti studenti dello scientifico proseguono con percorsi umanistici.

Il loro approccio mentale è molto legato all’impostazione gentiliana, ma in generale si può dire che è figlio dello spirito umanista, il quale storicamente si legò alle civiltà classiche (recuperandole) in opposizione all’oscurità medievale, tanto da far assurgere a retaggio consolidato l’opposizione fra le humanae litterae degli uomini colti e di sapienza e il barbarismo, la superstizione, l’ignoranza. Ci fu poi anche il neoclassicismo del ‘700 a contribuire a questa impostazione culturale. Comunque sia, fedeli al motto che la conoscenza è virtù, la sapienza è ricchezza, ritengono importante studiare in maniera fine a sé stessa, cioè unicamente per espandere le conoscenze, apprendere di più – anzi, se qualcosa viene giudicato “inutile”, tanto meglio, perché vuol dire che lo si studia per il più puro piacere nel trovarsi di fronte alla materia in questione.

Fanno costantemente una distinzione con gli studi tecnici, anzi, a volte fanno coincidere l’opinione degli abolizionisti con la formazione tecnica (forse anche per l’approccio simile), tirandoli spesso in ballo e facendo paragoni. Per esempio, possono dire che i tecnici arrivano con tante nozioni pre-acquisite e pratica sul campo, ma poi non progrediscono altrettanto perché gli mancano il metodo di studio e le basi culturali per essere elastici di mente.

Curiosamente spesso fra di loro si trovano anche individui che hanno proseguito con un percorso scientifico, addirittura laureati in matematica, ricercatori o ingegneri. La mia professoressa di fisica e matematica proveniva pure dal liceo classico.
Non è quindi vero che si tratta solo di laureati in lettere che pontificano sul mondo scientifico o di appassionati della civiltà classica che rosicano di fronte agli algoritmi degli scienziati.

Entrambe le fazioni hanno anche delle radici in alcune correnti di partito; ovviamente ne hanno seguito anche le trasformazioni e i ribaltoni. O almeno mi sono fatto una mia opinione a riguardo e mi piacerebbero conferme o smentite da parte di qualche studioso di storia contemporanea e sociologia.

Gli abolizionisti un tempo, quando si trattava di dibattito politico, erano composti soprattutto da parte di quella che alcuni definirebbero “sinstra”, per via della presenza di fattori come il riformismo, il progressismo, il distacco dai dogmi e canoni del passato, le idee radicali.
Secondo questa interpretazione, per dirla semplicemente, il proletario NON sapeva il latino, non campava certo per quello, eppure veniva dileggiato dai colti delle classi borghesi, che magari osteggiavano in quanto padroni dell’impresa.
Il metodo gentiliano, anche perché portato a termine in epoca fascista, era mal visto. Molti pensatori di sinistra non erano in realtà contrari al latino; dato che auspicavano una società più giusta in cui anche l’operaio più umile potesse raggiungere le massime vette dell’istruzione, anche il latino poteva essere studiato, anzi, doveva essere studiato perché il proletario non aveva alcun motivo per essere da meno del borghese. Ma spesso prevaleva l’opinione di pancia che rifiutava gli schemi, i canoni, le tradizioni, le abitudini della società borghese e ancorata al passato, compreso il latino. Per di più il latino era la lingua delle cose di chiese, fino agli anni ’60 ancora si recitavano le messe in latino, ed era visto come un fardello da portare, un legame che ancorava ad un passato medievale, oscurantista. Molto meglio, se siamo una nazione moderna e internazionale, abbandonare quei legami con il passato, soprattutto se avevano a che fare con conquiste, imperialismo, religioni ecc.

Nel corso degli anni però la componente politica all’interno degli abolizionisti è mutata radicalmente, finendo invece per includere quei liberali capitalisti che un tempo erano la nemesi delle sinistre. Il principio è semplice: il mercato domanda, il mercato offre. Non c’è posto nel mercato per tanti laureati in lettere antiche, abbiamo bisogno invece di ingegneri o sagaci finanzieri. Perché mai riempire la testa dei nostri futuri imprenditori con nozioni che non utilizzeranno mai negli affari? Non si è competitivi sul mercato perché si conosce Cicerone, gli affari richiedono altre capacità, i mestieri adeguata preparazione professionale. Per pilotare una barca ci vuole un timoniere che sappia come manovrare e leggere le cartine, punto. Per certi versi sembrava lo stesso discorso sulle nazioni moderne visto da un’altra ottica.

Entrambe le correnti erano naturalmente invise a chi componeva i primi cultisti, cioè chi in maggioranza votava, per esempio, DC, ed era fortemente legato al retaggio storico e culturale italiano. Guai a mettere in discussione gli antenati, ma anche a parlare di cose disumane come gli affari, o sovversive e negatrici dei nostri costumi e della nostra religione. Roma era l’Urbe, su cui c’era poco da scherzare; entravano in gioco la nostra storia, fatta di poeti, navigatori e conquistatori disinteressati; e fondamentalmente tutta la civiltà occidentale è emersa dalla cultura greco-romana, come anche da quella cattolica, che hanno anche dato gli strumenti per permettere alla civiltà occidentale di darci il rinascimento, per poi esplodere nel metodo scientifico dove molti pensatori erano umanisti e parlavano in latino (e la matematica è nata dalla filosofia). Era assurdo e inconcepibile anche solo mettere in discussione il latino, che era il simbolo di un retaggio, di una cultura. Ed era una cultura che veniva contrapposta con fierezza agli altri modelli culturali di riferimento: gli USA di Hollywood e dei macchinoni costosi, l’URSS del KGB e del Muro.

Se non che arrivò mani pulite, e come PCI e PSI crollarono dando origine a vari figli e apostati (fra cui anche alcuni socialisti confluiti in Forza Italia e affini, da cui forse la spiegazione all’analogia di prima), anche la DC vide il suo tramonto. I suoi esponenti andarono chi a formare altri partiti di centro, chi invece si unì alla sinistra, dando origine a varie correnti di statalisti e anche ai curiosi catto-comunisti che a molti stanno sulle scatole.
Ed è anche nella sinstra che troviamo, oggi, come in un groviglio di apparenti contraddizioni, molti cultisti, soprattutto quelli appartenenti alle categorie dei funzionari statali e dei dipendenti pubblici. Persone che magari si aspettano risposte ai problemi dallo stato, e che dallo stato sperano di avere un inserimento, un posto di lavoro, una carriera. Come chi prosegue gli studi sul versante umanistico e, trovando poca offerta a disposizione, fa critica sulla società e lo stato che non gli hanno saputo dare queste chance e non premiano la cultura – trovando facili consensi perché quando poi puntano il dito agli esempi di corruzione e malcostume sparano sulla croce rossa.

Naturalmente queste non sono categorie assolute, ma giusto delle schematizzazioni sommarie, delle “tendenze”, sempre dal mio personale punto di vista.

Quale delle due fazioni ha ragione?
Difficile da dirlo. Entrambe le fazioni si arroccano in maniera conservatrice e reazionaria sulla propria posizione, vedendo come unico sbocco possibile il trionfo della propria tesi: l’esaltazione dell’insegnamento del latino, giudicando scandalosa ogni critica a riguardo, o la totale eliminazione, senza punti d’incontro o apertura al dialogo.

Come già anticipato all’inizio, sono tendenzialmente più vicino ad alcune posizioni degli abolizionisti, ma non globalmente, vedendoci anche dei difetti e riservando comunque la libertà di scelta fra un parco di alternative variegato.

Ma esiste veramente questa flessibilità di scelta?

In linea teorica i cultisti hanno ragione nel dire che l’educazione dovrebbe essere generale, anche perché dato che il giovine non ha le idee chiare sul futuro, bisogna dargli gli strumenti per fargli rendere conto cosa realmente gli piaccia nella vita; ma questo in realtà non avviene, dato che si viene comunque canalizzati in un canone comune (in cui l’avere argomenti a 360° è un concetto opinabile), non si fa sufficiente informazione su quali siano i percorsi disponibili (circondandoli di parecchi pregiudizi, come che l’unica formazione degna sia quella liceale, mentre negli istituti tecnici vi vadano i somari, i coatti e chi non vuole studiare) e i programmi sono carenti e viziati da pregiudizi.

Bisogna innanzitutto che l’istituzione (e le famiglie) spieghi per bene cosa è proposto, equiparando in qualche modo gli indirizzamenti, potenziandone la diffusione e magari espandendone il numero, anche in caso facendo ricorso alla (re)introduzione di alcuni corsi a scelta, con varie opzioni possibili su cui si potrebbe discutere. Bisogna lavorare a mio modesto parere soprattutto sull’organizzazione delle superiori, come anche di quelle che un tempo erano le medie, e che si potrebbero rendere un filino più impegnative.
Ma non sono minsitro dell’istruzione.
E in Italia nessuno è disposto a sedersi attorno ad un tavolo per discutere delle argomentazioni che siano diverse da quelle della propria ideologia (e che spesso non è altro che una copia carbone di quella di partito, nonostante ci si ostini ad autodefinirsi pomposamente liberi pensatori, intellettuali o critici).

 

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7 pensieri su “Le polemiche sul latino a scuola

  1. Io sono diplomato tecnico e studio per una laurea scientifica. Ricordo che al momento di iscrivermi alle superiori evitai il liceo scientifico perché non aveva assolutamente nulla di scientifico ed era un classico senza greco (parliamo del 2003), ora le cose potrebbero anche stare peggio. Il risultato è che all’università mi sono ritrovato ad avere delle conoscenze di matematica e chimica molto superiori ai liceali e avevo già anche esperienza di laboratorio.
    Secondo me il latino serve soprattutto se si vogliono fare studi scientifici, ma devo dire di non avere difficoltà io che non l’ho mai studiato, al massimo devo prendere più spesso un dizionario ma è un prezzo che sono disposto a pagare per non avere difficoltà in chimica e matematica.

    Secondo me si dovrebbe tagliare di molto lo studio di poeti e filosofi che servono a ben poco, a parte nel liceo classico dove per ovvi motivi ci devono stare, lasciando solo i più importanti. Quanto allo scientifico, dovrebbe diventare davvero scientifico e non un classico senza greco.
    Tutti pensano che gli ITI siano scuole per chi non vuole studiare, ma posso dire che è l’esatto contrario!

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  2. Una mera considerazione: avendo passato anni a tradurre non solo non ho appreso nozioni scientifiche degne di tal nome -amen, si vive lo stesso-, ma non ho neppure studiato i testi classici. Tradurre 4 o 5 pezzi di Seneca non vuol dire aver letto l’opera omnia. Il latino e il greco sono il principale nemico dello studio del mondo classico a scuola. Non sarebbe meglio studiare il teatro greco, che io non ho studiato perché ho frequentato lo scientifico, invece di tradurre qualche pezzo?

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  3. Pingback: A cosa serve il latino nel liceo scientifico? | haven for us

  4. Ho frequentato il liceo forse per punizione divina ,perché mi sono sopravvalutato alle medie ed i professori hanno scritto in terza media qualunque tipo di scuola mannaggia a loro mannaggia,ma veniamo al dunque il primo anno di liceo l’ ho preso sotto gamba ovvero studiato troppo poco per poter poi affrontare una scuola simile in realtà mi sarebbe piaciuto di più un tecnico molto di più ed inoltre penso avrebbe reso la mia vita più semplice e bella ma comunque cosi e andata se esiste il fato non lo so so di certo la tribolazione che la lingua latina ha portato nella mia vita mi sembrava un incubo una cosa impossibile non ci capivo un bel niente e tutti i giorni era così rosae rosarum rosis rosas non lo vuol scriver nemmeno il telefono si ribella provateci vabbe veniamo al dunque una cosa mi piacerebbe se ci riuscissi ahimè far notare ai professoroni che dirigono la nostra bell’ Italia che prima di voler far conoscere il latino sarebbe meglio far imparare veramente bene l’ italiano lingua altrettanto eloquente al parer dell’ Alighieri ” De vulgarl eloquentia ” infatti si da per scontato che gli allievi novellini arrivati freschi freschi al liceo ” poveracci” conoscano bene l’ analisi logica della loro lingua madre mentre potrebbe essere che alcuni non la sappiano bene altri quasi per niente .Per tutti codesti motivi penso che prima di fargli imparare il latino sarebbe cosa migliore nei primi mesi dovrebbe essere obbligatorio assicurarsi che conoscano veramente bene l’ italiano loro lingua madre che hanno sempre parlato e scritto fin da bambini e con la quale perciò hanno famigliarità altrimenti si farebbe come un muratore che costruisce il tetto ad una casa con fondamenta che scricchiolano cosa succederebbe a detta casa vi domando io la risposta è fin troppo ovvia viene giù. Per questo cari professori provveditori ministri dell’ istruzione dovete capire che la base è da più dell’ altezza detto in parole povere rafforzare le nozioni elementari di base porterà grandi risultati oltre le vostre aspettative.Prima di incanalare gli studenti verso una determinata disciplina fate bene attenzione se essi posseggono quei requisiti di base indispensabili senza i quali risulterà per loro poi impossibile capire qualcosa.Io pensa che una bella cura di analisi logica fara certamente bene ai novellini del liceo e per chi già la sa pazienza non gli fara male chi non la sa la imparerà inoltre si farà riferimento ai casi della declinazione latina durante l’ analisi dell’ italiano e vi si dovranno scrivere vicino.Ad esempio la frase Luca mangia è la più piccola proposizione elementare costituita da un soggetto ed un verbo Luca= sogg caso nominativo mangia = PV poi ci si potrà porre la domanda che cosa? La mela = comp ogg
    Caso accusativo ora ogni caso ha una sua uscita perché i latini ahimè usano pochi articoli le preposizioni semplici ed articolate mancano spesso perciò per scrivere della rosa scrivono ahimè rosae ed è un complemento di specificazione .Per questo se volete semplificare la loro vita e farli imparare più facilmente è importante l’ analisi logica della frase far capire la concordanza dell’ attributo e dell’ apposizione.Io sono arrivato al liceo e non sapevo nemmeno più cosa fosse il predicato nominale poi figurati certi complementi Ora io mi domando uno che non conosce la differenza tra predicato nominale e verbale come può imparare bene il latino ; non può’ .Si da per scontato che la gente sappia già qualcosa ma a volte non sa aiutiamola a risolvere queste piccole lacune e chissà che un domani magari un fisico o dottore non ci ringrazi tanto e si ricordi di noi .Per tutte queste ragioni raccomando ai docenti l’ evidenza ovvero rendere le cose quanto più possibile evidenti e chiare per cercare di semplificarne il più possibile la comprensione.È stato Renato Cartesio il primo filosofo che ha posto in luce il grande valore dell’ evidenza affermando di. essere arrivato a tale conclusione dopo un faticoso lavoro di ricerca durante il quale aveva esteso il dubbio a tutto rendendolo Iperbolico.Ora se Cartesio scienziato e filosofi ha trovato questo principio così valido al quale aggrapparsi chi siamo noi per metterlo in discussione quindi rendiamo le cose chiare ed evidenti oltre che ad esser meglio capite saranno di certo vere

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