Le femmes françaises sont le plus belles

Come promesso, ho buttato qualche commento sparso sull’idioma d’oltralpe con cui mi ritrovo a che fare quando i miei vicini di stanza giocano puntualmente a pallone nel corridoio alle 2 di notte schiamazzando cose strane su quanto sia figa I Want to Break Free dei Queen o cosa è accaduto alla vita gastrointestinale del loro amico che suona sempre la melodia di Rocky (ovviamente ad orari simili) ma che non s’era fatto vedere.
E con cui mi vedo incespicare inutilmente in caso di incontri con un turista turco che viaggia in Francia senza conoscere il francese (vabbè comprensibile) e nemmeno l’inglese, quando cerco di spiegargli che vorrei cambiare una banconota da 5 € e mi ritrovo che mi compra un biglietto del tram per darmi il resto.

La pronuncia francese è forse il passo più spinoso per chi si appresta ad imparare la lingua, se applicata alla lettura. Non è complessa e irregolare come quella inglese, ma certo ha molte più variazioni e particolarità dell’italiano. Leggere il francese è più complesso e richiede un maggiore sforzo perché le parole variano molto di pronuncia fra loro a seconda delle combinazioni di lettere e a volte anche della forma grammaticale (per esempio, nella terza persona plurale dei verbi si pronuncia solo la radice, per il verbo potere “ils peuvent” si pronuncia tipo “ilpèv”, ma “nous pouvons” si pronuncia “nùpuvòn”).

Se il nome di questa città vi fa ridere, aspettate di trovare “Corps-Nuds” in Bretagna o “Monteton” (“la mia tetta”) in Aquitania, fra i tanti toponimi bizzarri.

Esistono svariate regolette con le loro eccezioni.
Le due ll, si possono pronunciare come in italiano (Villeneuve —> villnèv) oppure come in spagnolo o il nostro gli (famille è come in famiglia o in Guillermo). Credo non esista regolamentazione di ciò.
Le lettere a fine di parola in genere non si pronunciano mai (à bientot —> à biantò), ma dix si pronuncia “dis” e quando alla fine c’è la r è un po’ una lotteria.
La s finale parimenti non si pronuncia, ma qualora la parola successiva cominci per vocale, la s si pronuncia con tono sonoro e si fondono le parole (les amis —> lezamì). Questa è la regola della liaison. Però ciò non vale quando c’è la congiunzione et e con certe parole random, mentre in alcuni casi è “opzionale”. Perché? Boh, è così.
Ci sono poi i cosiddetti “suoni nasali”, con le loro eccezioni.
Inoltre, esistono parecchi modi per fare il femminile o il plurale, con vari e differenti suffissi. Ed esistono plurali e femminili irregolari.

Insomma, il primo pensiero di chi si approccia scolasticamente al francese è che è un discreto casino, come un po’ in tutte le lingue in cui non c’è corrispondenza fra linguaggio scritto e parlato, con pronuncia delle lettere più o meno variabile.

Questo accade perché il francese è nato dall’incontro dei dialetti franco-svevi con le lingue celtiche ed il latino, è emerso quindi da un contesto un po’ mischione con un’ortografia tutta sua – è la più germanica delle lingue neolatine. Ciò implica anche un accento molto particolare, derivato direttamente dai dialetti dei galli e che trova poche analogie fonetiche con gli standard a cui siamo abituati, sia mediterranei che germanici. La r francese è tutta loro, è gutturale, assomiglia alla r moscia. I dialetti del sud però l’hanno maggiormente arrotata, come in italiano. Inoltre è difficile trascrivere in italiano la pronuncia corretta francese perché certi suoni non esistono in italiano. Non si pronuncia realmente Pàrì Sèen Gèrmèn, o almeno scritto così lo leggereste con la r italiana. La u in genere ha un suono intermedio fra la nostra u e la i, come la ü tedesca (e non come nell’inglese music). E se scrivessi famigl, potreste non capire che gl si pronuncia come nell’articolo gli ma senza la vocale finale (esistono in italiano parole come glia o glissare, per cui potreste benissimo leggerlo con due suoni distinti ugualmente).
Comunque nessuno vi farà mai storie se arrotate la r e non c’è l’inquisizione della lingua che vi castiga se si sente il vostro accento.

Tornando al discorso, aggiungiamo secoli di forte produzione letteraria nei ristretti alti circoli intellettuali e abbiamo anche tutta una serie di sofisticherie e raffinatezze.

http://www.dailymotion.com/video/xm7xwi_en-francais-s-il-vous-plait_fun

Però… però…
Però nonostante ciò, la pronuncia in sé a prescindere dall’ortografia è costante, cioè molte parole e molte coniugazioni si pronunciano allo stesso modo anche se si scrivono diversamente (per rimanere sul verbo potere, in “je peux” e “il peut” il verbo si pronuncia “pe”, quasi come in inglese).  E tutti i problemi dello scrivere correttamente i plurali delle parole, spariscono nel parlato quando ti ritrovi a pronunciare in maniera uguale parecchie parole.
Questo a mio parere accade perché a fronte di pochi intellettuali nei quali era in mano la produzione letteraria, c’era un vasto contado, con ampie zone rurali nelle quali quindi la comunicazione si manteneva semplice.
Per questo dico che in realtà la produzione orale è più semplice di quel che sembra, è piuttosto la corrispondenza fra pronuncia e scritto ad essere incasinata.
Se l’approccio scolastico può far sembrare il francese una roba da mal di testa, quello terra-terra la rende invece molto più pratica e svelta di quel che potrebbe sembrare.

(per la cronaca, basta che dica “bonjour” per sentirmi chiedere se sono italiano, evidentemente la mia pronuncia deve essere ancora perfezionata)

La grammatica e la sintassi, invece, sono neolatine, quindi articolate come la nostra.
Troviamo qualche peculiarità: per esempio, non esiste alcuna forma di presente progressivo. Anche perché non si usa il gerundio, se non per azioni che in italiano non avrebbero altri verbi (es. andando al mare sì, sto andando no). I francesi usano direttamente l’indicativo. Per la forma “stare per” più raramente fanno ricorso anche all’espressione idiomatica “essere in treno di” + verbo. Per esempio, sto mangiando si dice “je suis en train de manger”. Normalmente però preferiscono comunque l’indicativo e non ho ben capito quando usano questa perifrasi. A intuito ricorda però il going to inglese, che indica quando si sta per fare qualcosa. I francesi però hanno la stessa identica forma “je vais” + l’infinito, cioè “vado a”. Per le azioni appena compiute (il past perfect inglese), usano invece la forma “je vien de”; chiaramente se per ciò che si sta per fare si va, per ciò che è appena stato fatto si viene.
I tempi passati regolari, cioè imperfetto e passato prossimo, invece si usano in maniera identica all’italiano (compreso il mescolarli senza criterio combinando un pastrocchio che però tutti capiamo ugualmente). Non usano invece il passato remoto, seppur esistente: è talmente in disuso che usarlo forse farebbe l’effetto che farebbe ad un italiano sentire una persona esprimersi con “fo’ un dolce in quanto parmi di comprender che gradito sia a voialtri”; e comunque si riferirebbe a cose davvero remote, cioè tipo di secoli fa. Non dicono “da giovane andai a Roma”.
I gruppi verbali sono divisi in due coniugazioni regolari ed un grosso calderone di verbi irregolari, molto più grosso del nostro, che non lascia scampo: bisogna conoscere i verbi e basta.

Ci sono poi le forme interrogative, di cui ne esistono tre tipi: formale, informale e neutro e sono rigidamente basate sulla struttura. Nella prima, l’ordine è verbo-soggetto-complemento (“parle-tu italien?”). Nella seconda, il soggetto viene prima (“tu parles italien?”). Nella terza si prepone la forma “est-ce que” alla seconda.
Notate anche i trattini, che sono obbligatori. Non potete non scriverli, è un errore ortografico, come quando noi scriviamo perchè o qual’è.
Obbligatorio e ancora più importante è scrivere gli accenti nella forma giusta, per tornare alla pronuncia. Come da noi, solo che a differenza di noi non scrivono solo gli accenti a fine parola e quindi devono ricordarseli tutti. Vélo (che si pronuncia “velò”…), très, mère, à bientôt sono esempi.
Chiedetevi se sapete la differenza fra pèsca e pésca, qual è una e qual è l’altra… e magari se le avete sempre pronunciate correttamente senza regionalismi. Col francese scritto bisogna prenderci l’abitudine.
C’è poi l’accento circonflesso che è trascurabile, anche perché non cambia per niente la pronuncia, lo mantengono solo per motivi storici (originariamente indicava che dopo la vocale c’era una s, île sarebbe isle, solo che la s non si pronuncia).
Una curiosità è che non è vero che i francesi accentano sempre l’ultima sillaba, in realtà il francese è una lingua piana e l’accentazione è sempre la stessa (per cui in realtà è “vélò”, e significa bicicletta). Ovviamente tenendo conto di quando cadono i suoni delle lettere e non si pronunciano.
Ciò mi ha vagamente ricordato il giapponese in alcune occasioni dove ho sentito voci registrate pulite e regolari come sugli altoparlanti degli autobus che annunciano le fermate.

Le negazioni si fanno con ne + verbo + pas, per esempio “je ne suis pas français”. La parte importante è il pas, il ne si può omettere, il vero “non” è il pas. Gli italiani però si focalizzano sul ne e dicono solo quello sbagliando, ma in realtà da solo non vuol dire nulla. Non so perché lo mantengono.

Altre forme espressive particolari sono “j’adore” e “je deteste”, perché i francesi non dicono mi piace/non mi piace. Non so neanche se il termine esiste ma è poco usato. Dicono proprio adorare o detestare, ma almeno solitamente senza caricarli del forte significato (di ammirazione o repulsione) che gli diamo noi. Se un francese dice di adorare gli Alcest e detestare i Daft Punk, sta semplicemente esprimendo un gusto, come quando noi diciamo che ci piacciono i Rammstein, ma non come quando una ragazzina dice di adorare il mitico Liga/il grandissimo Blasco o detestare il rompiballe con la chitarra/il panzone cocainomane.

Ah, e poi i francesi a volte si salutano dicendo cucù, ma non rispondetegli settete.

Una cosa che molti notano sempre è il “nazionalismo” dei francesi, che lo chiamano ordinateur invece che computer come in tutto il mondo civile composto dagli ariani del mondo, e lo stesso fanno per tutte le loro parole. Andrebbe notato che i francesi non sono i soli (anche gli spagnoli lo chiamano ordenador), ma chi viene sistematicamente puntualizzato da noi italiani su ‘sto ordinateur di quà e ordinateur di là sono loro – che, fra l’altro, comprendono benissimo il termine computer e non vi guardano come degli alieni se lo usate.
Francamente (…), l’approccio francese non è di nazionalismo bigotto o arrogante da gente che si crede la migliore. Si tratta invece di semplice orgoglio per la propria identità nazionale e per le proprie origini, di chi semplicemente ama essere chi è. Ciò porta i francesi a preservare la propria lingua (anche troppo, viste le peculiarità di sopra per “motivi storici”) e a mantenere questo vocabolario conservativo. In verità non c’è nulla di irrazionale o illogico nel voler usare una parola della propria lingua per descrivere un oggetto/comunicare nella propria lingua. Di certo ha più senso di chi pontifica per questo, ma poi parla o scrive male la sua stessa lingua.
Probabilmente le puntualizzazioni che gli italiani fanno riguardo ciò sono dovute al fatto che l’italiano è una lingua molto flessibile, che ammette molte parole straniere nel proprio linguaggio (forse retaggio di quando clero e pseudo-intellettuali, per darsi arie, infarcivano i loro discorsi di locuzioni in latino e proprio in francese, con modi di dire utilizzati ancora oggi), e quindi quando arriva qualche puritano linguista a sbroccare sul fatto che perdiamo la nostra identità o cose simili ci da un po’ fastidio perché percepiamo saccenza, ampollosità e semplice voglia di rompere le scatole di uno che non ha niente di meglio da fare che stare a sindacare sui costumi altrui.
Penso in alcuni casi vi sia il fatto che gli italiani sono molto più abituati alla contaminazione linguistica per via della compresenza dei dialetti (che sarebbe ora di chiamare lingue regionali perché spesso dialetti veri e propri, cioè varianti di una lingua, non sono), per cui per il civile comune è abbastanza normale passare dal dialetto all’italiano e mescolare le due cose. Sentirsi punzecchiare perché non si usa solo un italiano stretto e liscio può sviluppare una certa insofferenza in alcuni verso chi fa il purista.
Inoltre forse sarebbe anche da considerare la forte influenza culturale anglosassone sugli italiani nel dopoguerra. Ma le mie sono solo supposizioni.
En passant (è proprio il caso di dirlo), nel linguaggio colloquiale esistono gli anglicismi anche fra i francesi, tranquillamente.

Certo, a volte gli scrivi papiri in inglese via mail e ti rispondono in francese, ma vi stupirà sapere che ho incontrato non poche persone che non solo comprendono l’italiano, ma lo parlano discretamente e apprezzano la nostra cultura – che però seguitano a saper parlare poco e male l’inglese. Girano molti luoghi comuni sulla Francia che andrebbero un po’ ridimensionati.

Se c’è però un lessico che dovrebbero adottare dagli stranieri, riguarda i numeri. Infatti i francesi non dicono settanta, ma sessantadieci, e così continuani. Ad ottanta cambiano: è quattroventi. 99 si dice “quattroventidiciannove”. Poi ricominciano con cento.
Non chiedetemi il perché, non lo sanno neanche loro.

Concludo infine questa carrellata di spigolature e nozioni sparse, oltre che con un rimando a consultare un corso di francese di veri linguisti se siete interessati ad apprendere questa lingua, con una curiosità sull’uso degli ausiliari essere ed avere per formare il passato prossimo. Come in italiano, la distinzione nella forma attiva è se il verbo è transitivo o intransitivo. Ciò però non vale per il verbo essere, che richiede sempre l’ausiliare avere per formare il passato prossimo.
I francesi insomma dicono “io ho stato”, ed è una eccezione (a differenza dell’inglese dove “io ho andato” è logico perché rispetta la regola che si basa solo su attivo e passivo).
In maniera simile non dicono “c’è”, ma “c’ha”, anzi, “lui c’ha” (il y a une belle fille —> c’è una bella ragazza). Lo stesso costrutto viene usato nelle espressioni di tempo passato (il y a deux heurs —> due ore fa).

P.S. se conoscendo questo blog vi aspettavate tante diapositive sbattute in faccia gratuitamente di donne francesi e siete rimasti delusi non trovandone nessuna, vi rimando semplicemente per rimediare a Google Immagini e ad Anais Zanotti, che fra l’altro ha il pudore giusto in pubblico.

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