Imparare le lingue

L’altro giorno Marco Cattaneo (non il giornalista sportivo, ma il direttore de Le Scienze) ha fatto presente una discussione da lui avuta riguardo le politiche interne di un asilo, nel quale non si insegnava l’inglese neanche come extra a pagamento perché per la direttrice “non sanno neanche l’italiano”; la ginnastica era però un extra a pagamento; e la religione era ordinaria ma si consigliava di non esonerare i bimbi perché si sarebbero sentiti esclusi dagli amichetti.

Sorvolando un attimo sulla questione ginnastica (assurda, i bambini DEVONO muoversi, divertirsi e giocare, magari cresceranno anche più felici e meno frustrati di tante persone che oggi compongono alcuni determinati ambienti) e sulla religione (in realtà per me giusta, un bimbo piccolo non concepisce ancora la teologia ma vuole stare con gli amichetti, crescendo gli si può sempre far sparare la discografia degli Slayer invece di mandarlo a catechismo; piuttosto si può rendere religione un’attività pomeridiana extra e allora il discorso cambierebbe), vorrei soffermarmi sulle lingue.

Perché in principio è vero che un bambino, che neanche sa parlare bene l’italiano, non può certo mettersi a imparare anche un’altra lingua. Lo so, esistono figli di coppie internazionali che sono multilingue, ma sono eccezioni. In realtà sarebbe improponibile per la maggior parte dei bambini piccoli metterli a fare la grammatica, a illustrare le particolarità della pronuncia, le regole della sintassi ecc.
Ma il fatto è che in realtà ai bambini non si “insegnerebbe la lingua”, intesa come grammatica e quant’altro come in un corso per adulti, bensì lo si farebbe giocare e divertire con canzoni, filastrocche, lo si introdurrebbe al vocabolario senza complicazioni e lo si abituerebbe ad ascoltare suoni nuovi.
Quando ero all’asilo – ironicamente, proprio dalle suore – ricordo che a volte venne una lettrice che faceva cose tipo mostrare i nomi degli oggetti più comuni o dire parole fighe. Ricorda ancora la tazzina che si dice cup. Niente di complicato, per questo non vedo nulla di strano nell’insegnare inglese ai bambini, in questo senso. Alle elementari poi la maggior parte del tempo lo si passava con canzoncine e fumetti del topo Barnaby, o facendo giochi con i cartoncini e i pennarelli, o elenchi di tutte le parole inglesi conosciute per lettera con i bambini che sparavano Benetton, McLaren e se non sbaglio pure Ferrari (…).

Ed è molto bello conoscere e parlare altre lingue, soprattutto se si potranno rivelare estremamente utili per comunicare in contesti diversi dall’orto di casa, se non si vuole rimanere tagliati fuori dal mondo. Esattamente come un tempo chi parlava solo dialetto ma non italiano rimaneva escluso dalla società di Roma o Firenze, dai posti di lavoro a Bologna, dalle opportunità superiori alla manovalanza a Torino, così nella formazione personale dell’individuo è richiesto anche il conoscere una lingua straniera (possibilmente la più diffusa) per poter affrontare i problemi del domani e contribuire nel e con il mondo, per esso stesso e per sé stessi.
Quindi, è molto utile anche approfittare di quando le menti sono agili, sveglie e ricettive, per infarinare subito con i rudimenti delle lingue straniere, che è molto più difficile da fare quando si è ormai cresciuti; così come è importante educare i bambini ad amare la socializzazione e il linguaggio, oltre che farli giocare, divertire e praticare attività fisica. Più che insegnare catechismo. Più che costringere a passare intere giornate chiusi sopra i libroni a ripetere l’ennesimo dettato. Più che imparare la metrica latina.

Certo, una data tradizione provinciale messa assieme alla propaganda ideologica anglosassone (anche se gli anglosassoni ci hanno messo del loro per farsi detestare in alcuni frangenti), hanno reso diffidenti vari responsabili sull’insegnamento dell’inglese.

Lucy Pinder, modella inglese che tutti avremmo voluto avere come lettrice a scuola, ma forse ci saremmo distratti troppo.

Una volta adulti però è più complesso apprendere una lingua e molti ci provano facendo grandi sforzi.
Io personalmente sono però sempre stato abbastanza portato con le lingue, mi piacevano e mi restavano in testa. Purtroppo, come per contrappasso, così come facilmente mi entravano, altrettanto rapidamente uscivano.

Da adolescente, da autodidatta, ero diventato in breve tempo discreto col tedesco e anche a Monaco, dove mi feci una mezza estate a 17 anni, mi dicevano che avevo una buona pronuncia e dovevo solo fare attenzione alla grammatica. Ma tornai in Italia, non trovai il tempo per esercitare la lingua e sfortunatamente ora ho dimenticato quasi tutto.
Attualmente invece sono alle prese con il francese, come forse già saprete. Un corso intensivo di 30 ore prima di partire, il traduttore sul cellulare e tanta improvvisazione, e già dopo una settimana andavo in giro a chiedere le cose più stupide ai passanti tanto per; e dopo poco tempo spiego in qualche modo gli esperimenti che faccio alla lettrice del centro linguistico (se pensate che sia complicato domandare come si raggiunte il posto X con una lingua di cui si sono appena appresi i rudimenti, provate a spiegare oralmente i principi dell’SDS Page come nel post sulla giornata in laboratorio).
Nel mentre, tante gaffes divertentissime, come quando con una graziosa italo-francesina mi sono involontariamente inventato il verbo “pesce” al posto di potere facendola tanto ridere, o quando nel corso di grappling* spiegando i movimenti a dei partner mi riferisco alle parti del corpo usando degli eufemismi (“quella cosa che sta fra la gamba e il torace e contiene il bambino” è poco pratico).

Dato che tutta la settimana sono in laboratorio a parlare inglese (o italiano…), non ho molto tempo per esercitare il francese, il che mi fa notare che:
1) appena dovrò tornare per forza in Italia dimenticherò di sicuro tutto;
2) ho difficoltà ad ascoltare le conversazioni, anche se è vero che il francese ha una pronuncia inusuale per noi;
3) sono mentalmente impostato nella produzione orale, ma trascurando la parte scritta e grammaticale e dato che il francese scritto è più complesso, sarei molto più lento a scrivere.

Rimane in ogni caso un’esperienza estremamente bella, istruttiva e formativa quella di tastare con mano ambienti diversi in cui usi, costumi e linguaggio sono diversi da quelli soliti.
Il movimento implica un cambiamento di prospettiva, e se si vuole vedere cosa c’è oltre la collina attorno al paesello, bisogna muoversi.

Se posso però permettermi di dare dei consigli a chi vuole apprendere una lingua, sostanzialmente mi sento di soffermarmi su alcuni punti in particolare:

– è molto più importante espandere inizialmente il lessico, le parole si possono pur cucire fra di loro con una grammatica stentata e poi l’esercizio farà il resto, ma non si possono costruire frasi impeccabili senza conoscere il vocabolario;
– stare subito a impelagarsi con la grammatica è invece più pesante da digerire e fa perdere contatto con l’uso reale, è piuttosto utile per raffinare e perfezionare ma cominciare subito con la grammatica rende più difficoltoso il percorso a mio parere;
– può essere utile guardare film con audio e sottotitoli in lingua originale per associare il parlato alle parole, ma soprattutto per abituarsi alla lingua parlata (guardarli con sottotitoli in italiano invece può essere utile per apprendere significati, ma c’è il rischio di soffermarsi solo sulle traduzioni quindi non limitarsi a questo);
– anche ascoltare musica in lingua con il testo sottomano è utilissimo e in più facilita il lavoro perché è più facile apprendere melodie che fredde sentenze sulla penna messa sul tavolo;
– imparare subito la pronuncia per prendere subito contatto con la lingua, leggere le guide più banali e iniziare a produrre oralmente qualcosa di comprensibile;
– se possibile, cercare di tradurre il più possibile come esercizio, soprattutto in un eventuale corso dove all’insegnante bisogna chiedere spesso e volentieri come si forma un modo di esprimersi o come si dice, anche divagando dal tema della lezione;
– se si studia una lingua all’estero, chiedere alla lettrice di esplicare le stesse frasi in maniera bilingue (lingua + italiano o inglese) per afferrare subito cosa dice, non serve a nulla ascoltare tanti suoni strani di cui non si conosce il significato;
– studiare anche qualche retroscena storico e culturale del paese, rende più familiare la lingua sconosciuta (molti iniziano a studiare il giapponese perché già infarinati di cultura nipponica guardando gli anime) e magari aiuta anche a capire qualche peculiarità della lingua stessa feacendola sembrare meno “strana”;
– se la vostra azienda o università vi mette a disposizione un corso di lingua intensivo gratuito prima di partire, APPROFITTATENE, inoltre non pensiate che quelle quattro nozioni apprese alle medie o alle superiori vi basteranno;
– evitare di appiccicarsi ai connazionali e frequentare solo loro;
– dialogare, dialogare, dialogare, senza aver paura di dire di non aver capito o chiedere di usare anche una lingua già nota per chiarire i concetti.

Grosso modo questo è quello che mi sentirei di dire senza soffermarmici troppo.
Non sono comunque un linguista e potrei dire tante stupidaggini, ma trovo che in linea generale almeno nel mio caso ha funzionato, e noto anche che molte persone sono insofferenti rispetto al solito noioso imparare tanti schemi monotoni senza però prendere dimestichezza reale con la lingua. Come molti di coloro che imparano a parlare veramente inglese solo una volta giunti oltre Manica.

Magari la prossima volta vi butto giù qualche impressione sulla lingua francese.

*: offerto dall’università di Marsiglia a studenti, dottorandi, ricercatori e iscritti al campus in generale, alla modica cifra di 12€ annuali alla palestra per fare poi TUTTO quello che volete, senza pagare altro. Comodo.

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