Tricky – Maxinequaye [1995, Island]

Uno degli esponenti più noti ed influenti del movimento inglese noto come trip hop è Tricky, alias Adrian Thaws, personaggio dalla personalità complessa ed affascinante nonché fra i principali punti di riferimento della fertile scena bristoliana.
Abbandonato dal padre prima ancora che nascesse e rimasto orfano di madre a soli 4 anni a causa di uno scioccante suicidio, egli venne cresciuto a Bristol dalla sua famiglia multietnica (dalle origini oltre che inglesi anche giamaicane, iberiche e persino di nativi americani) che contribuì molto a formarne lo spirito e le idee assieme al quartiere malfamato di Knowle West, vera “palestra di vita” per lui.
Una volta adulto, Thaws entra nella fertile scena musicale underground della città e qui fa valere il proprio background culturale interessandosi alle sonorità più disparate, in primis l’hip hop, e collaborando attivamente con numerosi compositori fra i quali il più influente è senza dubbio il progetto Wild Bunch, un sound system che vide al suo interno anche i futuri membri dei Massive Attack di Robert Del Naja. E proprio con Robert Del Naja il giovane Tricky (che nel frattempo ha assunto questo nome d’arte) stringe un legame particolare, collaborando musicalmente con il suo gruppo per il quale partecipa come produttore e rapper nei loro Blue Lines e Protection.
Dopo quest’ultimo album Tricky sente però il bisogno di slegarsi dai Massive Attack e diventare più autonomo, così saluta gli ex-compagni e avvia la propria carriera solista il cui primo tassello viene posizionato già nel 1995 con Maxinquaye (titolo dedicato alla madre di lui, Maxine Quaye).

Fra i maggiormente legati, nel panorama trip hop, alla musica e all’interiorizzazione dell’hip hop, Tricky fa propri quelli che sono divenuti nel frattempo i tòpoi stilistici del genere portandoli avanti con una vena molto più cupa e decadente (passaggio influenzato anche dai Portishead) di quella che caratterizzava i Massive Attack degli esordi. Un maggiore accento posto sul lato ritmico cadenzato, atmosfere oscure ed una parte vocale multisfaccettata (guest femminili vellutate, a tratti quasi oniriche, opposte ad un rap basso e mesto dello stesso Tricky) vanno a costituire l’anima del disco, che si distacca così dall’attitudine maggiormente ambient/psichedelica delle precedenti esperienze musicali con cui Tricky ha collaborato, pur ereditando da Del Naja & soci alcuni soffusi tratti chillout, l’enfasi sui beat, le linee di basso dub, le ospiti femminili dietro al microfono (in questo caso Martina Topley-Bird ed Alison Goldfrapp, che in seguito sarebbero divenute celebri con le loro pubblicazioni) ed un certo esistenzialismo urbano.
Ne risulta così un full-lenght, composto e prodotto anche con l’assistenza del famoso Howard Bernstein, che contribuisce notevolmente, anche grazie alla presenza mediatica e di seguito che Tricky ottiene, ad istituzionalizzare il battito e le atmosfere trip-hop nate negli anni direttamente precedenti, divenendo un punto di riferimento importante e seminale per molte successive formazioni che si ispireranno a queste sonorità.
Nonostante tutto però il disco in sè non è ancora completo, in certi punti suona più come una raccolta di canzoni non coese senza un filo connettore ben nitido e con poche idee sfruttate fino a fondo, quest’ultimo fattore indicato anche dalla tendenza di alcuni brani a dilungarsi troppo sulla stessa base e dal riciclo di alcuni testi e samples già utilizzati in precedenza. Diversi spunti non calibrati a dovere contribuiscono a rendere il disco poco a fuoco, ancora disomogeneo.

L’iniziale Overcome è un denso ed inquietante intreccio di battiti rallentati, sample da Moonchild dei Shakespears Sister, tastiere incupite e voci distaccate che ricreano un’aura quasi spettrale, ma capace di risvolti più romantici e sognanti nel ritornello, mentre per il testo Tricky riutilizza quello che lui stesso aveva già scritto per Karmacoma dei Massive Attack rispetto alla quale ora ci immergiamo in tonalità ben più scure.
Il primo singolo Ponderosa è un accattivante pezzo che gioca sui ritmi catchy di drum-machine, ora più esotici ora più marcatamente sintetici, e sulla voce soffusa ma intrigante, mentre sullo sfondo si aggiunge in conclusione una tastiera ossessiva ed alienante.
Black Steel in the Hour of Chaos
è una cover dei Public Enemy, incalzante anche se poco incisiva, su cui spicca la voce femminile languida sopra ritmiche dinamiche e chitarre lisergiche realizzate dagli FTV.
Hell Is Round è un rap malinconico e notturno in cui risalta il sample sonoro del brano Ike’s Rap II di Isaac Hayes. Il problema è che questo sample era già stato utilizzato l’anno precedente dai Portishead nella loro più ambiziosa ed ispirata Glory Box, il che fa sembrare il brano di Tricky spentamente riciclato e meno caratterizzato – soprattutto se poi si considera che per il testo si riutilizza quello scritto per Eurochild dei Massive Attack.
Molto più riuscite la seducente Pumpkin (che campiona Suffer degli Smashing Pumpkins), un lento viaggio dalle atmosfere dense e corpose fra scenari esotici e tinte maggiormente acide, ed il secondo singolo Aftermath, un tappeto sonoro minimalista e malinconico scandito dalla sommessa voce di Alison, dal sample di Marvin Gaye (That’s the Way Love Is), dai tenui fiati e dalle ritmiche downtempo, seppur sia forse troppo ripetitivo e prolisso.
Abbaon Fat Tracks è una più tenue e morbida canzone tai toni quasi lounge, in cui viene campionato anche un dialogo del film The Rapture.
Si prosegue con l’incalzante Brand New Retro, mordace (ma che stona rispetto agli altri pezzi) divagazione sui territori di Michael Jackson – di cui viene campionata Bad -; Suffocated Love, un trip hop con poca freschezza maggiormente fedele agli stilemi dei primi Massive Attack; e You Don’t, per cui si potrebbe fare lo stesso discorso aggiungendovi spunti reggae sempre ripresi dalla band di Robert Del Naja.
Questo calo d’ispirazione viene parzialmente risollevato dalla ipnotica e sfumata Strugglin’, comunque penalizzata un po’ dall’eccedere nel ripetersi con il popolare riff ribassato di chitarra, il downtempo minimalista, la voce femminile afflitta, il canto quasi parlato di Tricky in sottofondo e i pochi effetti di contorno (come il sample di caricatore di fucile).
La conclusiva Feed Me è un saporito miscelarsi di dub corposi, ritmi enfatizzati ed effetti psichedelici, forse un po’ monotono ma efficace nei giochi sonori alienanti che ricrea.

Nonostante i suoi difetti in ogni caso il disco, acclamatissimo dai fan di Tricky, è dotato di una spontaneità vissuta, quasi ingenua, che gli conferisce un tocco particolare che probabilmente il Tricky più maturo delle sue future pubblicazioni future non saprebbe ricreare; inoltre rappresenta un capitolo storico per tutto il mondo trip hop, ma lo saranno ancora di più i due successivi dischi, di cui parleremo a breve.

(recensione pubblicata anche qua)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...