L’ideologia degli OGM

Come già accennato qualche giorno fa, la senatrice Elena Fattori del M5S ha lanciato su Facebook un appello con cui costruire una ricerca ad hoc per elencare i pericoli del mais geneticamente modificato MON810. Fra tante affermazioni che hanno stupito la comunità scientifica, ne ha fatta anche qualcuna giusta, su cui invito a soffermarsi perché sacrosante e spesso dimenticate, ma vediamo innanzitutto perché la senatrice è clamorosamente in errore nonostante dovrebbe essere una ricercatrice di livello.

Parliamo del problema principale. Si tratta innanzitutto di un errore procedurale nel fare una ricerca statistica, che viene definito selection bias. In questo caso cioè si sta conducendo una ricerca avendo però già deciso quali conclusioni trarre. Sarebbe come se mi impuntassi che le bionde sono un po’ paperette e per dimostrarlo vi mostrassi Flavia Vento che parla di baccelloni alieni, oppure che Berlino è una città malfamata analizzando solamente il quartiere di Wupperthal.

Invece, il rigore scientifico presume che si raccolgano i dati e poi si traggano le conclusioni. Certo, esistono anche casi in cui si parte da un’ipotesi già pensata, ma anche qui la ricerca intende raccogliere tutti i dati che la confermino o la smentiscano, insomma parte col presupposto di vedere se l’ipotesi è vera o falsa (e anche trovando un primo dato che supporti una delle due conclusioni, si cercano ancora eventuali dati contrastanti, perché magari si hanno commesso errori oppure l’ipotesi va ampliata).
Non si può quindi pensare a priori, come pregiudizio, che gli OGM facciano male e cercare successivamente proprio i dati che confermino questa tesi.
L’approccio corretto è quindi di valutare gli effetti del vegetale modificato per poi stabilire un risultato in base alle osservazioni e analisi. In alto, nella sezione “OGM? Sì, grazie!”, dovreste trovare anche dei link al database di tutte le specie vegetali ingegnerizzate e alle ricerche sul loro impatto sulla salute, compreso il MON810 su cui si è già lavorato abbastanza.

Altri errori commessi dalla senatrice sono stati pressapochismo, il voler chiamare ricercatori a lavorare gratuitamente su questo progetto e la supponenza, come quando ha sminuito il valore accademico di Dario Bressanini (chimico, professore, divulgatore e autore di pubblicazioni peer reviewed con una propria carriera) ritenendolo non sufficentemente blasonato o competente per parlare di OGM in parlamento (forse perché il caro Dario è a favore, e questo fa storcere il naso perché si deve assolutamente seguire la via contraria?).

Le va però dato atto di aver successivamente corretto il tiro: ha infatti specificato, pur se in corso d’opera e dopo tante sciocchezze, che gli OGM non sono inerentemente buoni o cattivi, dipende sempre dal singolo caso che va analizzato, ed esiste una gamma variegata di sfumature fra i due estremi. Questa frase segnatevela perché è molto importante. Si tratta della posizione più razionale e scientifica, quella che andrebbe tenuta. Peccato che la senatrice stessa l’abbia violata in principio, ma almeno siamo ad un livello superiore di interventi in camera sulle fragole-pesce che violerebbero l’etica dei vegetariani, e dimostra di sapere ancora il fatto suo un po’ più di uno Scilipoti qualunque. Tale posizione andrebbe ribadita in tutti i discorsi sull’ingegneria genetica, assieme all’incoerenza della definizione di organismo geneticamente modificato.
Non lasciatevi trarre infatti in inganno dai termini come il “sì grazie” qui sopra, che in realtà sono alla fine solo risposte uguali e contrarie a chi si oppone sempre e a prescindere (lo slogan originale era “ogm? no, grazie!”) per rispondergli a tono. Chi è aprioristicamente convinto invece dell’assoluta sicurezza al 100% dell’organismo geneticamente modificato, a prescindere da tutti i controlli e le precauzioni prese del caso, è fazioso e cieco esattamente come chi si schiera assolutamente contro. La vera posizione scientifica è quella del valutare i singoli casi, analizzando con scrupolo ogni possibile effetto. Il che non è assolutamente in contraddizione con l’essere a favore dell’introduzione delle colture transgeniche già approvate – mentre sarebbe poco onesto intellettualmente fare spettacoli in cui si cerca per satira di far accoppiare un pesce con un pomodoro.

C’è un equivoco quando si parla di ogm: chi è in assoluta malafede verso di essi pensa che chi è a favore sia inconsapevole o negligente verso i potenziali rischi, o che sia ciecamente a favore senza analizzare la situazione e anzi, possa bramare un totale soppiantamento del non-ogm. La stessa Elena Fattori ha in pratica bacchettato gli uomini di scienza favorevoli come se fossero ignari ed ugualmente faziosi.
In realtà chi si schiera a favore degli ogm è spesso consapevole anche di problemi a cui l’attivista, il propagandista ideologico o peggio l’anticontroboicottaro comune neanche avevano pensato, la sua “battaglia” verte piuttosto su altri punti, come l’opporsi alle caccie alle streghe fatte per partito preso. Ed è consapevole che bisogna prestare attenzione a potenziali problemi, invece di fidarsi a scatola chiusa.
Vi illustro ora qual è il primo potenziale problema di cui si deve tener conto quando si manipola geneticamente un organismo (oltre al fatto di manipolarlo appositamente per ottenere qualcosa di nocivo*). Per farlo vi spiegherò il concetto di operone. Prima di questo però vi dovrò necessariamente riassumervi in breve come funziona il meccanismo alla base dei geni. Spero di non risultare ostico e di utilizzare un linguaggio comprensibile, se così non fosse sentitevi liberi di saltare passaggi o chiedere delucidazioni.

Tutti voi, presumo, sapete bene o male che all’interno delle cellule è presente una grossa molecola filamentosa chiamata DNA, che viene sempre rappresentata come una specie di scaletta a spirale. La molecola è organizzata in geni, che sarebbero quelle unità grazie alle quali un organismo possiede le proprie caratteristiche, come il colore dei capelli o la capacità di far fermentare il vino dei lieviti. I geni sono in pratica informazioni, contengono in qualche modo i comandi necessari per far sì che i capelli crescano mori o che il famoso Saccharomices cerevisiae trasformi il mosto in vino. In definitiva contengono l’informazione necessaria alla cellula per generare composti come le proteine e regolare il proprio sviluppo e ciclo. Un po’ come varie pagine di un manuale d’istruzioni, quello necessario per assemblare il meccanismo “essere vivente”. Ma in che lingua è scritto questo manuale e come è suddiviso? Ovvero, in cosa consiste questa informazione, cosa vuol dire che è presente nei geni? Consiste sostanzialmente in chimica, perché riscontrando particolari caratteristiche chimiche, cioè di interazioni e reazioni fra le molecole, si hanno determinate risposte dall’ambiente circostante nella cellula. Così come la presenza di cloruro di sodio viene percepito dalla nostra lingua, trasmettendoci la sensazione di salato (è avvenuto uno scambio di informazioni di natura chimica, con cui il nostro cervello “sa” della presenza di una determinata molecola), nel DNA succede qualcosa di simile.

Per andare nel dettaglio, ogni gene consiste in tratti del DNA, costituiti da piccole molecole ripetute (i nucleotidi) che funzionano a gruppi di tre. Ogni tre nucleotidi, cioè, si ha un’informazione; difatti questa tripletta corrisponde, per esempio, ad un particolare amminoacido, ovvero i meccanismi cellulari riconoscono tre molecole appaiate come corrispondenti ad un altro tipo di molecola. Mettendo in fila tante triplette, cioè tanti amminoacidi, si ha una proteina, che è composta proprio da essi. L’informazione è possibile grazie ai diversi tipi di nucleotidi esistenti, che permettono varie combinazioni, e quindi diversi tipi di amminoacidi corrispondenti con cui formare poi una proteina. Anche l’ordine conta in questo processo.
Il meccanismo è un po’ raffinato e si suddivide in parti, come la trascrizione, in cui sui nucleotidi vengono prima assemblati altri nucleotidi complementari in maniera biunivoca agli stessi; e la traduzione, in cui poi questo nuovo filamento viene “letto” in modo che si posizionino gli amminoacidi corrispondenti alle triplette. Ok, cercherò di spiegarmi meglio:  i nucleotidi hanno altri nucleotidi corrispettivi con i quali si possono appaiare. La molecola di DNA è difatti organizzata in un doppio filamento, normalmente chiuso come in una cerniera, perché questi nucleotidi si legano fra loro tramite una loro sottocomponente detta “base azotata”. Nel DNA, esse sono quattro: adenina, timina, guanina e citosina (abbreviate A, T, G, C), le prime due si appaiano fra di loro, e così le ultime due. Ciò vuol dire che se in un filamento di DNA troviamo una successione di tipo AATG, sull’altro filamento troveremo TTAC, perché la A si appaia con T mentre la G si appaia con C (e viceversa). Non è possibile trovare A appaiata con G o con C.
Ci siamo?

Quando inizia la trascrizione, il doppio filamento, sempre come in una cerniera, si apre grazie a altri particolari fattori molecolari, e la sequenza del gene del caso viene utilizzata per assemblare un altro piccolo filamento, stavolta però di RNA. I suoi nucleotidi contengono le medesime basi azotate, tranne la timina, sostituita dall’uracile (U), che è praticamente equivalente. Pertanto aprendo la nostra cerniera, avremo che sulla sequenza AATG verrà in questo caso posizionato un filamento di RNA la cui sequenza è UUAC, poiché ad ogni nucleotide anche in questo processo ne corrisponde un altro, secondo un certo ordine. Le sequenze normalmente sono un po’ più lunghe dell’esempio che ho fatto: esistono geni lunghi quanto questo articolo, compresi gli spazi. La molecola di RNA viene detta RNA “messaggero”, perché per l’appunto, dopo esser stata trascritta l’informazione contenuta nel DNA in una nuova molecola, tale informazione viene portata via per far avviare il passaggio successivo. A questo punto avviene, per l’appunto, la traduzione dell’informazione contenuta originariamente nel DNA in un nuovo composto, una sequenza amminoacidica, una proteina. Ciò è possibile perché un altro tipo di RNA, detto “transfer”, si porta a spasso un amminoacido, finché non riconosce sull’RNA messaggero la sequenza corrispondente al proprio amminoacido, piazzandolo in coda.
Per esempio, l’amminoacido chiamato “acido glutammico” (noto per associarsi col sodio e formare il glutammato monosodico, molecola controversa che magari avrete sentito nominare sui siti alternativi), può essere sintetizzato quando nel DNA troviamo in successione citosina, timina e di nuovo citosina (CTC). Ecco quindi che quando sul DNA incontriamo la sequenza CTC, si formerà un RNA di sequenza GAG. Quest’ultima viene poi riconosciuta durante la fase di traduzione perché corrisponde ad un amminoacido, che verrà quindi posizionato nell’ordine in cui si trova tale tripletta (o codone). Così vengono generate le proteine, i mattoni della vita.

Immaginate quindi il vostro manuale di istruzioni che vi dice passo per passo che ogni vite corrisponde ad un determinato bullone e vi illustra la sequenza in cui montarli.
Il codice genetico è ancora più peculiare: esistono, per esempio, amminoacidi che corrispondono a più di una tripletta; ed esistono anche sequenze che non codificano per alcun amminoacido, ma fungono semplicemente da segnale di stop, dicono cioè che bisogna interrompere “l’appello” di amminoacidi e rilasciare la proteina così formatasi.

Un gene è quindi una sequenza di questi nucleotidi e basi azotate, che contiene quindi l’informazione necessaria per fare della chimica, come sintetizzare le proteine di pigmento che conferiscono il colore ai nostri occhi, capelli e pelle, o gli enzimi che convertono il glucosio del mosto in etanolo.
A qualcuno di voi però sarà già scattata una lampadina: ma come è possibile che questo semplice meccanismo di trasposizione lineare, possa dar vita a cose tanto complesse, come per esempio l’essere umano con la sua mente, le sue innumerevoli reazioni biochimiche e tutti i corpuscoli e le cellule specializzate che lo compongono? E se il DNA è lo stesso in una cellula di muscolo ed una del cervello, cosa le porta ad essere diverse, anzi, cosa le porta a differenziarsi in questo modo fin da quando un embrione inizia a crescere nell’utero?
Il discorso infatti è in realtà molto più complicato, ci sono interi esami universitari che illustrano le basi del funzionamento del nostro DNA (di genetica, genomica e biologia molecolare) ma per il nostro discorso iniziale basterà illustrare un piccolo pezzo del programma. Arriviamo così al nostro operone, che consiste sempre in una parte di DNA, ma composta da più geni che vengono in qualche maniera coordinati nel loro funzionamento. Infatti i geni non sono semplici tratti di filamento che stanno per i fatti loro, ma possono interagire e sono finemente regolati. Ci faremo ora un po’ più tecnici nel linguaggio, ma non temete se incontrate cose più complesse di come appaiono, perché è solo a titolo esemplificativo.

L’operone contiene i geni, ma anche una piccola sequenza, detta “promotore”, che funge da attivatore della trascrizione. Infatti l’RNA “messaggero” non può essere appaiato al suo DNA complementare se la molecola adibita a compiere questo lavoro, che si chiama RNA polimerasi, non è capace prima di individuare una sequenza di inizio da cui iniziare il lavoro, o meglio di distinguere quando inizia un gene con il rispettivo trascritto amminoacidico e non un altro. Sarebbe altrimenti come cercare di estrapolare una frase di senso compiuto da una serie immensa di lettere tutte attaccate e senza spazi o segni di punteggiatura, è possibile ma è un processo estremamente caotico, affannoso e probabilmente inconcludente. Oltre al promotore è presente un’altra piccola sequenza, detta operatore, che interagendo con particolari molecole, per esempio delle proteine (ma non solo), può influenzare il modo in cui la trascrizione avviene. E’ come se nel nostro manuale ci fossero ogni tanto didascalie che avvisano che in determinate condizioni, bisogna saltare ad un’altra pagina, o addirittura eseguire in maniera invertita le istruzioni appena viste. La proteina può essere attivatrice oppure reprimere la trascrizione, e questa proteina può essere sintetizzata da una sequenza di DNA anche molto lontana da quella del nostro operatore con i nostri geni. Spesso si tratta della stessa sostanza che viene prodotta dal gene, la cui mancanza può indurne un’ulteriore sintesi per far fronte alla carenza mentre la presenza può inibirla per non eccederne; oppure di ciò su cui deve intervenire il prodotto.

L’esempio più famoso in ambito accademico è quello del cosiddetto operone lac del batterio Escherichia coli, perché è molto semplice e fu il primo ad essere descritto: esso gestisce i geni che contengono le informazioni necessarie per assemblare gli enzimi (che sono proteine) necessarie per “digerire” il lattosio, detti lattasi.

Esso funziona in maniera molto elementare, e mi perdonino i biologi molecolari specialisti per la rozzezza e l’approssimazione, ma è solo per dare un’idea generale ai non addetti ai lavori: questo operone normalmente è disattivato da una proteina prodotta da un gene contenuto all’interno dello stesso operone, impedendo la trascrizione dell’enzima necessario a digerire il lattosio legandosi alla zona-operatore, che è posta fra promotore e gene della lattasi. Poiché c’è questo ingombro lungo la via, la molecola che abbiamo visto prima della RNA polimerasi non riesce a proseguire la sequenza e interrompe la trascrizione di RNA messaggero. E’ come se un foglio si posasse sulla vostra pagina, impedendovi di leggere. Il lattosio, però, è capace di legarsi a questa proteina, impedendo che vada a posizionarsi per inibire la trascirzione. E’ come se dicesse “ehi, ci sono io qua, quindi serve l’enzima che mi può digerire, via libera”. Questa viene definita regolazione a feedback positivo, perché la presenza di una molecola comporta la sintesi di altre molecole in risposta diretta.
Entra poi in gioco anche il glucosio, ma per ora non serve complicare le cose e quanto detto basta per semplificarvi il concetto che vi voglio esprimere.

File:Lac Operon.svg

Ho fatto questo esempio per mostrarvi quindi che i geni, nel DNA, non sono una semplice collezione di tratti, di caratteristiche, ma un raggruppamento molto più complesso di segnali, risposte e vie di interazione, che possono influenzarsi a vicenda come anche controllarsi finemente. Un gene può silenziarne un altro, un altro può attivarsi solo se la quantità di una data molecola è entro certi valori, un altro ancora essere stimolato a stimolare a sua volta gli altri due a fare il loro lavoro. Molti geni sono coinvolti con il piano di sviluppo stesso di un organismo: e l’embriologia e la biologia molecolare dello sviluppo indagano a braccetto quali e come entrano in gioco per stabilire le vie di differenziazione in un embrione, quali cellule daranno origine a del tessuto nervoso o a un’ala di moscerino, e perché.

Tornando al discorso iniziale, qual è il potenziale problema nel caso della manipolazione del DNA? Con le tecniche di ingegneria genetica, di cui magari in futuro vi farò un esempio (ma non ora per non dilungarmi troppo), noi possiamo inserire sequenze di nucleotidiche, cioè dei geni, da un DNA all’altro. Fra parentesi, avendo visto che si tratta semplicemente di chimica, basata sulle stesse molecole e sugli stessi meccanismi di base (è solo il modo complessivo finale di sfruttarli a variare), emerge che non vi è differenza essenziale fra il DNA di un animale e quello di un vegetale. Conta il complesso finale.
Se i geni fossero solo sequenze lineari semplici, rischieremmo “solo” di inserire un gene all’interno di un altro e magari smettere di averne un’espressione (principio sfruttato nella ricerca biomedica per creare cavie da laboratorio portatrici di malattie rare, i cosiddetti knockout); ma essendo tutto più complesso e interagente di così, dobbiamo tenere conto anche di tutti i meccanismi di regolazione genica, compresi fattori di controllo tutto sommato semplici come i promotori o gli operatori, e tener conto che possono dipendere fra di loro a svariati livelli di intersecazione. Inserendo tratti di DNA, si può interferire senza volerlo con meccanismi regolatori anche molto estesi, ottenendo risultati inattesi e indesiderati. Potremmo per sbaglio, senza rendercene conto, interferire anche solo con un promotore isolato, che però attiva un gene il cui prodotto, a cascata, influisce e gestisce numerosi altri geni, i quali a loro volta possono far parte di sovrastrutture ancora più grandi.
Per questo è non solo formalmente corretto, ma sacrosanto ricordare che ogni OGM va valutato singolarmente e che sono giusti e necessari tutti i controlli del caso per accertare la sicurezza. Ed è importante anche conoscere il più possibile il genoma, cioè tutto l’insieme dei geni con le loro informazioni, di un organismo che si manipola, comprese le sequenze di DNA e le interazioni che vi avvengono, per pianificare al meglio cosa si vuole ottenere e come realizzarlo, dove inserire un gene e magari prevederne un operato parziale, così minimizzando il rischio di effetti imprevisti. Come non produrre più a sufficienza sostanze desiderate, o produrne maggiormente di indesiderate, o produrne di diverse con effetti nuovi da valutare nel cocktail.

File:Gene enhancer.svg

Qualcuno a questo punto citerebbe il principio di precauzione: visto che c’è sempre un potenziale rischio, meglio non fare proprio nulla. Ma è una posizione che non ha senso, dato che rispettarla coerentemente non solo non avrebbe mai permesso alcun progresso scientifico (in fondo nessuno aveva mai saputo in anticipo di possibili conseguenze nefaste di un’invenzione o di una scoperta), ma vorrebbe dire non vivere proprio, rinchiudersi in una bolla di sapone. In fondo il rischio di fare un incidente esiste, quindi perché prendere l’automobile. O perché uscire di casa, se potremmo incontrare un malintenzionato. O perché muoversi, se potremmo cadere e farci male. E’ un atteggiamento mentale che non può trovare spazio, e non confondetelo con il prendere precauzioni verificando prima la sicurezza di qualcosa (come nei test sugli effetti di un farmaco), che è un percorso diverso e non certo dettato solamente dal pregiudizio all’idea di vedere ritoccato e rimaneggiato il nostro stesso DNA.
Inoltre, lo stesso discorso che ogni OGM fa storia a sé, significa che non esistono solo manipolazioni che potrebbero risultare dannose, ma anche manipolazioni che non lo sono, e altre che invece sono benefiche. Non compiere ricerche a riguardo per sfruttare esiti positivi sarebbe un azzopparsi da soli in pratica.
Tutta l’evoluzione è un susseguirsi di mutazioni, rimaneggiamenti e cambiamenti a livello di DNA, con modifiche che possono essere vantaggiose, neutre e svantaggiose; e magari esserlo solo in un contesto, ma cambiando in un altro. Come l’anemia: la modifica di un singolo nucleotide influisce sulla struttura proteica nei globuli rossi modificandone la forma in maniera deleteria (i cosiddetti “eritrociti falciformi”), ma ciò è stato paradossalmente utile nei paesi a rischio di malaria perché il patogeno che sfrutta gli stessi aveva meno risorse a disposizione. Oppure al contrario le “tigri dai denti a sciabola”: il loro adattamento, frutto di una lunga e costante evoluzione, era utile per cacciare grandi prede come mastodonti o rinoceronti lanosi, ma le ha specializzate talmente tanto che scomparse le loro prede non sono riuscite a sopravvivere nella competizione con carnivori più efficienti (e organizzati in branchi) nel cacciare animali di piccole dimensioni. Saranno il risultato complessivo, il contesto e l’ambiente a decretare cosa accadrà dopo.

Così il nocciolo della questione è che conta il risultato finale, non il mezzo.
Ma nessun oppositore, né un qualunque attivista con tanta ideologia e poca consapevolezza, in realtà avanzerà opinioni del genere. Per loro, ogni possibile risultato negativo, anche ipotetico, è una SCUSA per poter contrastare il mezzo.
Nell’opinione anti-biotecnologica gli OGM sono aberranti in quanto tali, e vanno fermati: siccome potrebbe anche esserci tal problema in linea teorica, allora tanto varrebbe. Ma il problema lo cercano APPOSTA per poter avere frecce al loro arco e contestare le biotecnologie. Se anche fossero per assurdo 100% assolutamente sicuri e convenienti, gli oppositori assolutisti sarebbero ostili a prescindere, venissero anche Demetra o Gaia in persona a santificare il mais MON810.
Per questo la posizione apparente di chi discorda è quella del “partigiano degli ogm”; e per questo può sembrare altrettanto faziosa e irrazionale, ma in realtà è solo un effetto per reazione uguale e contraria, e come in questo articolo ho provato a spiegare, la consapevolezza di potenziali rischi esiste e se ne tiene conto.

Se pensate ci sia anche faziosismo pro-OGM, come la senatrice, lasciate ai ricercatori libertà di sperimentare in campo aperto e ai coltivatori di scegliere le sementi che preferiscono, e vedrete che i pro-ogm si faranno molto più flessibili, disposti a discuterne e anche eventualmente critici.
Le religioni otterranno sempre un’opposizione altrettanto testarda, per non essere soppiantata dal mare di sbroccaggi. Ma ad ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria, e la caccia alle streghe non l’abbiamo cominciata noi.

*: no, Monsanto non sta segretamente pianificando con la complicità del governo Obama di avvelenare la popolazione mondiale e ridurne i numeri, anche perché fra vaccini, scie chimiche, terremoti artificiali e quant’altro il NWO avrebbe dispiegato un po’ troppe risorse per un obiettivo irrealistico ottenibile in molti modi estremamente più semplici, economici, rapidi e silenziosi. Io però una pianta di granturco gigante antropofago da piazzare a guardia dei campi di Fidenato la farei. Magari che spruzza anche acido se provi ad estirparla.

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3 pensieri su “L’ideologia degli OGM

  1. Per come la metti tu sembra che il selection bias sia automaticamente sinonimo con disonestà; in realtà il più delle volte è un errore di campionamento o lassezza (lassitudine ? lassità? me le sottolinea tutte) metodologica. Anche visto quello che dici dopo, l’esempio delle donne bionde e blabla, io direi che è confermation bias, più che altro.

    Dopo vedo se mi vengono in mente altre pulci da farti.

    Rispondi
    • Grazie mille, appena ho un attimo libero correggo. Ora devo scappare perché non avendo il wifi in alloggio devo usare quello dell’uni, sedendomi ad un tavolinetto sul prato. Solo che:
      1) fa un freddo cane e c’è vento;
      2) sono appena arrivati oltre 5 cinghialetti e non ho voglia di farmi beccare dai genitori vicino a loro mentre faccio rumori strani col laptop.
      Scappo, alla prossima!

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