Portishead – Dummy [1994, Go Discs!/London]


Fra le novità più interessanti, sia dal punto di vista qualitativo che innovativo, del mondo rock e del mondo elettronico negli anni ’90 c’è quello che è stato definito come il movimento trip hop. Unendo il battito dell’hip hop, rallentato e incupito, ad un’elettronica oscura e avvolgente, atmosfere urbane malinconiche, soluzioni sonore alle volte quasi psichedeliche e influenze varie qua e là, il trip hop vide le sue radici a Bristol nella metà del decennio, portato alla ribalta da gruppi come Massive Attack, Tricky e Portishead che possono essere considerati dei veri pionieri del genere.
Va assolutamente sottolineato come, nonostante presentino le medesime influenze e radici culturali (d’altronde la provenienza è la stessa), questi gruppi hanno personalità distinte che li portano a differenziarsi fra di loro e a denotare ciascuno un’anima propria. Ci soffermiamo ora sui Portishead, gruppo dalla discografia breve in quel di Bristol (anche se il loro nome viene da una frazione della città in cui crebbe il co-fondatore Geoff Barrow), forse non inventore del genere, ma dall’importanza inversamente proporzionale al numero delle pubblicazioni per via del valore di queste.

I Portishead possono essere definiti il punto di partenza e arrivo del trip-hop: sebbene non siano stati i primi a sperimentare le caratteristiche di base di questo genere, l’hanno istituzionalizzato nel mondo pubblicando un vero e proprio grande capolavoro del movimento, Dummy, col quale ne definiscono anche le coordinate definitive e lo innovano mostrando una nuova, differente interpretazione di quelle che furono le intuizioni primigene dei padrini Massive Attack con Blue Lines nel 1991.
Il gruppo nasce proprio nel 1991, il nucleo iniziale è costituito dall’eclettico polistrumentista Geoff Barrow, già in precedenza collaboratore con altri gruppi di Bristol, e da Beth Gibbons alla voce. Inizialmente rilasciano un film (To Kill a Dead Man) di cui hanno anche scritto la musica d’accompagnamento, ma, dopo aver reclutato il chitarrista Adrian Utley (il cui contributo sarà molto rilevante), subito firmano un contratto con la Go! Beat Records, e nel 1994, creando un personalissimo, atmosferico, decadente suono che al tempo stesso si propone potenzialmente come quello dall’audience più vasta, rilasciano Dummy, che vince il premio “Mercury Music Prize” come disco dell’anno e si stabilisce fermamente fra i classici della musica inglese. La genesi del disco è molto particolare, infatti Geoff Barrow compone e incide le basi che vengono poi spedite alla Gibbons, che completa registrando le sue parti vocali.
Si può già intuire la loro direzione musicale da alcune dichiarazioni (comuni a molte altre band locali a dire il vero) in cui considerano il termine “trip-hop”come una mera etichetta inventata dalle riviste ed esprimono il loro desiderio di essere considerati un gruppo la cui musica va oltre ogni semplice catalogazione; ma le parole sono parole, e solo ascoltando si ha la conferma della loro ricchezza di idee.

Nel loro esordio Dummy si viene a creare uno dei punti di riferimento più importanti se non il più importante del genere. Se l’idea alla base del trip hop (rallentare e incupire il battito hip hop, diluirlo con soluzioni atmosferiche e psichedeliche, contaminarlo ed espanderlo stilisticamente) germoglia con il già citato Blue Lines, i Portishead negano molte delle caratteristiche proprie del sound dei Massive Attack, come gli spunti reggae, l’attitudine da club e le sonorità più lounge, per dirigersi verso territori più oscuri, acidi e sofferti, improntati nell’ottica della rappresentazione della cupezza urbana con tutte le sue angoscie e tutta la sua desolazione – innovando così radicalmente il concetto di base di cui rimane comunque la matrice hip hop.
Gli arrangiamenti di Dummy sono inoltre molto più rock (pur al tempo stesso ricreando soundscape elettronici tramite le strumentazioni tipiche del rock) e “psichedelici”, contaminati dall’acid/jazz introdotto da Utley e influenzati dalle colonne sonori dei film di spionaggio degli anni ’60 e dei film noir degli anni ’40, dai quali Barrow e la Gibbons riprendono tappeti di tastiere, campionamenti d’archi e vocalismi soul-pop.
Le atmosfere stesse si fanno molto più tetre, dimesse, rarefatte e a tratti minimaliste, ma tra le fumose note si inserisce uno spirito di romanticismo moderno ma decadente, espresso soprattuto dal disagio interiore della cantante Beth Gibbons, che spiega come nelle sue canzoni vengano riflesse le sue angosce (ma al tempo stesso contemplino la possibilità di trovare la forza per andare avanti).
L’espressività della sua voce, intensa e passionale, è eccezionale, ma soprattutto di grande duttilità: ci sono momenti più romantici, altri decisamente più drammatici, e via via inserendosi alla perfezione in passaggi malinconici, decadenti, o retrò. In quest’ultimo caso, la componente è di stampo soul, per lei una forte influenza, ma nel complesso a predominare nelle sue linee vocali è un’attitudine intimista, dolente, che mostra tutta la sua fragilità – anche in questo differenziandosi da Blue Lines.
La voce di Beth, paragonata all’epoca a nomi come Billie Holiday, è in profonda sinergia con la musica, arrivando ad esprimere con efficacia unica ciascuna sensazione emessa dai brani. Può raccontare una sofferenza interiore prima, per poi presentare linee vocali più romantiche; sono comunque i momenti in cui diventa più spettrale i più efficaci, perché lo fa con una voce candida e leggera, contrasto che amplifica l’atmosfera oscura intessuta dagli strumenti. Rimane certamente la figura centrale dei Portishead, senza nulla togliere agli altri componenti visto che, se Dummy rientra di diritto fra i capolavori più grandi del secolo scorso, è soprattutto grazie alla loro genialità e all’intensità con cui traducono in suoni le loro visioni ed idee.

L’avvio perfetto per questa rappresentazione viene dalla voce sofferta ma vellutata della Gibbons che si unisce delicatamente alla batteria filtratta e ai tenui arpeggi di chitarra di Mysterons, brano toccante ed intenso, fra i migliori dell’album. Abbiamo detto che i Portishead si rifanno a sonorità degne di uno spy-movie, Sour Times introduce precisamente la caratteristica con le sue particolari, azzeccatissime melodie, coadiuvate ancora dalla voce sofferta della Gibbons, lamentosa ma anche sensuale, lasciando trasparire una confessione sofferta di angoscia e di desiderio intimo.
Strangers rievoca queste influenze, ma il forte lato hip hop diviene predominante col suo ritmo inesorabile e l’acida tastiera di sottofondo. Di contrasto passa ora It Could Be Sweet; è molto più soffice e sensuale, in cui viene brevemente messa da parte l’effettistica più oscura dell’enorme campionario di sonorità dei Portishead per offrire l’unico eventuale punto di contatto con le tonalità più cocktail/lounge dei primi Massive Attack – ma filtrate con arrangiamenti più elettronici e maggiore enfasi sui battiti.
Dopo questa breve parentesi, con Wandering Star troviamo un giro elettronico angosciante, che stabilisce un’atmosfera di perdizione, un paesaggio mentale avvolto dall’oscurità, la cui frustrazione rende il brano tanto sottile quanto lacerante, ricorrendo anche a citazioni bibliche (“wandering stars, for whom it is reserved, the blackness of darkness forever”).
It’s a Fire
con il suo giro di strings appare gelida, ma l’organo di sottofondo di stampo soul la tramuta in una ballata evocativa e passionale, pur se con un fondo di malinconia che pervade l’aria che viene creata.
Il seguente brano probabilmente lo ricorderete in molti, o quanto meno il particolarissimo stratch divenuto in quegli anni molto famoso: glaciale e tagliente, così possiamo definire il singolo Numb, dove il ruolo principale che la voce solitamente gioca diviene ancora più diretto, sfruttando efficaci e taglienti vocals. La Gibbons apparentemente è fredda e distaccata, ma in realtà punge e a fondo, lasciando passare un brivido per la schiena con le sue raggelanti linee vocali, mentre scorrono effetti alienanti, bassi dub e batteria metallica.
Roads è l’ennesima perla: triste e romantica, la chitarra languida e a tratti blueseggiante accompagna perfettamente la dolce voce, ma sono le tastiere a dare quel tocco in più che rende il brano speciale. Invece Pedestal torna maggiormente sulle coordinate di pezzi come Strangers, un po’ meno marcata nel suo incedere ma più soffusa e noir.
La penetrante Biscuit accresce l’atmosfera notturna e desolata rendendola ancora più intrigante, mentre l’effetto intermittente, apparentemente nascosto, amplifica il senso quasi-allucinogeno. Infine l’album si conclude con Glory Box che è il seguito di Sour Times, portandone avanti gli stilemi grazie all’organo che riempie lo sfondo e alla chitarra che col suo blues psichedelico sembra quasi dialogare con l’appassionata voce della Gibbons. Gli archi sono campionati da Ike’s Rap II di Isaac Hayes (che a sua volta si ispira a Daydream dei Wallace Collection).

Di grande importanza per tutta la scena alternativa dei ’90 ma non solo, Dummy ancora oggi può essere annoverato come una delle pietre miliari fondamentali di quel decennio, sia per l’impatto innovativo che per la sua unica espressività ed emozionalità. La sua freschezza di idee si avverte ancora oggi a più di dieci anni di distanza, rendendo il disco (assieme a pochi altri come Mezzanine dei Massive Attack) un paragone inevitabile per qualunque nuova uscita nell’ambiente trip hop o semplice tentativo d’approccio al genere.

La trama che costituisce l’album racchiude in sè il senso dell’ambiente che circonda i Portishead, manifestando le immagini che giungono dalla loro visione particolare, di grande caratterizzazione soprattutto in ogni momento più malinconico; le pose di Beth Gibbons nei concerti concretizzano questo disagio, mostrandocela rannicchiata attorno al microfono con gli occhi chiusi, come se venisse schiacciata da questo mondo, lasciando che la sua voce e la musica dei Portishead si insinuino in chi ascolta e penetrino a fondo nel loro animo.
Dummy è così l’enormemente innovativa pietra miliare di un nuovo, inedito approccio al trip hop, più metropolitano, più oscuro, aperto tutto verso una nuova dimensione emotiva e un nuovo modo di rapportarsi agli stilemi di base del movimento, che avrebbe influenzato centinaia di dischi a venire – anche di gruppi non trip hop.

(recensione pubblicata anche qua)

Annunci

Un pensiero su “Portishead – Dummy [1994, Go Discs!/London]

  1. Pingback: Archive – scheda del gruppo | haven for us

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...