Massive Attack – Protection [1994, Circa/Virgin]

Proseguiamo la serie di recensioni sul trip hop e sui Massive Attack, dopo l’esordio Blue Lines, con il loro secondo disco, Protection.

L’avvento di Blue Lines nel 1991 aveva scosso l’ambiente musicale di Bristol e della Gran Bretagna. In poco tempo diversi gruppi raccolsero e svilupparono a modo loro l’intuizione iniziale che fu del progetto Wild Punch prima e dei Massive Attack poi in ambito hip hop (accanto ad altri come gli One Dove che si lasciarono solo influenzare e influenzarono in parte a loro volta): ognuno di essi sviluppò una propria anima e si formò una vera e propria corrente di gruppi nel complesso differenti, ma accomunati dalla medesima cultura musicale (e non), dalle stesse radici e da uno spirito moderno e incupito.
Una fucina di gruppi ricca e vitale, fra le più significative nella storia della musica contemporanea.
Si formarono così numerosi gruppi, come i Third Eye Foundation o soprattutto i Portishead, i quali più di tutti avrebbero contribuito alla nascita del cosiddetto movimento “trip hop” con il seminale e istituzionalizzatore Dummy nel 1994. Quasi immediatamente il “genere” (riduttivo definirlo così perché era un crogiolo di stili diversi tenuti insieme da un certo filo conduttore e dalle comuni matrici musicali dei gruppi) sarebbe uscito da Bristol diffondendosi in tutto il Regno Unito (è il caso per esempio dei significativi Archive a Londra) e avrebbe addirittura varcato i confini dell’ambiente musicale britannico in numerosi casi, influenzando molti artisti (dall’America con gli sperimentali Bowery Electric al Giappone con i curiosi Cibo Matto, passando per i multietnici Skylab e la loro avanguardia/ambient).

I pionieri Massive Attack dal canto loro proseguirono con un disco che consolida gli elementi più atmosferici e melodici del disco precedente. Protection è essenzialmente un album che si avvicina di più all’ambient e alla chillout, esaltando le tonalità più soffuse ed oniriche e rivedendo la matrice hip hop che viene maggiormente dosata e ancor più filtrata nell’ottica del downtempo.
Il passo indietro rispetto al debuto per Del Naja e soci viene rappresentato dal fatto che Protection appare meno ambizioso e più “formalizzato”, insomma c’è meno sorpresa – soprattutto in confronto ad altri dischi che vengono pubblicati in questo periodo.
Per questo molti preferiscono attualmente il primo disco; per contro l’approccio del gruppo si fa più solido e sicuro, gli arrangiamenti divengono ancora più raffinati e in generale c’è una messa a fuoco molto più nitida degli intenti degli inglesi, che non rinunciano inoltre al campionario di influenze – dal reggae all’elettronica – ora ancora più curato nell’amalgama stilistico.
Anche Protection brilla di una luce propria, malinconica e notturna, immersa in atmosfere dense e fumose.

L’iniziale titletrack Protection è una placida e sognante perla trip hop d’introduzione al disco: la sezione ritmica scandisce in maniera lieve ma marcata la canzone mentre sullo sfondo lievi note di tastiera e alcuni spruzzi elettronici fungono da tappeto per la dolce ma intensa voce di Tracey Thorn del duo dance/pop Everything But the Girl. La canzone verte sulla propria atmosfericità, dipinta in maniera evocativa soprattutto dalle sue sfumature ambient e dagli inserti come la pioggia nel finale che immerge l’ascolto in un nostalgico scenario autunnale (che è difatti il periodo in cui si volle far uscire il disco).
La successiva e relativamente famosa Karmacoma è una canzone fumosa ed esotica, dalle strutture sonore semplici ma intriganti come anche le linee vocali rappate, basse, lente e carismatiche, in cui vi è anche la partecipazione di Tricky. Nel pezzo c’è inoltre quel retrogusto malinconico particolare che, se ben inserito, rappresenta uno dei condimenti più efficaci in un disco; alcuni sporadici effetti elettronici invece costituiscono delle “chiazze” più oscure, quasi spettrali, che (in un certo senso) contrastano con il mood più placido della canzone nel suo complesso.
Three, per l’appunto il terzo brano, si immerge ancora di più nelle atmosfere notturne del disco, ma la leggera intessitura di dub ed elettronica di stampo ottantiano/inizio anni ’90 sulla quale si adagia la mesta voce di Nicolette Suwoton risulta più vicina all’esercizio di stile, rendendo il pezzo un pochino meno efficace e leggermente più ripetitivo, e togliendovi inoltre un po’ di spontaneità – ma comunque tutto è in misura davvero lieve e la canzone scorre lo stesso in maniera fluida e godibile.
Ancora più marcatamente ottantiana Weather Storm, strumentale un po’ ripetitiva che riprende sonorità tipiche da chillout mescolandole al consueto dub, mentre un pianoforte lounge tesse con un po’ di manierismo delle trame da serata da club romantica e fumosa.
Spying Glass ha un incipit “robotico” e filtrato, che ben presto lascia però spazio ad un battito dub più vivo e pulsante, con alcuni richiami a ritmiche di primalscreamiana memoria, nel quale si inseriscono perfettamente le linee vocali dolciamare del cantante reggae Horace Andy.
Un altro dei pezzi più famosi dell’album è Better Things, fra le perle più brillanti di tutte nell’album: notturna, evocativa, soffusa. La voce femminile di Tracey è cristallina e vissuta, il basso dub traccia giri di note semplici ma efficaci, le lievi tastiere ambient tingono il brano di tristezza, la leggerissima ripetuta batteria scandisce inesorabilmente lo sfondo mentre una chitarra appena accennata contribuisce con poche note al posto giusto a creare un’atmosfera ancora più immersiva.
Eurochild è un’altra canzone memorabile, con i suoi synth cupi e lievemente oscuri, il rap mesto, il ritmo catturante, le atmosfere psichedeliche. Gli elementi hip hop, presenti anche in qualche sporadico piccolo scratch si amalgamano alle tonalità notturne, da club (con qualche isolato e semi-nascosto fiato jazzistico), e dub generando uno dei capolavori del disco.
Sly è un’altra perla, fra tastiere avvolgenti, percussioni morbide ed esotiche, archi malinconici e melodiosi (ma che divengono decisamente più inquietanti e oscuri nell’outro), spunti r&b e la voce passionale di nuovamente Nicolette Suwoton.
Heat Miser riprende il pianoforte di Tubular Bells di Mike Oldfield (seguendo un’altra caratteristica del mondo hip hop che i Massive Attack avrebbero continuato a portarsi fra samplings e campionamenti) e lo pone ad introduzione di un brano evocativo, inizialmente sofferto con la registrazione di un uomo attaccato al respiratore artificiale ma che poi cresce in intensità con le decise note di tastiera, le strings epiche, i tappeti di synth soffusi e l’elettronica intermittente, arrivando a sprigionare sensazioni di maggiore interiorità e spirito di rivalsa che si mescolano allo sfondo mesto della canzone – il rumore del respiratore permane fino alla fine e la conclusione fa riemergere una tristezza quasi rassegnata.
Chiusura d’album affidata ad un’irriverente e scanzonata, ma purtroppo spenta e sbiadita nella prova vocale e negli arrangiamenti nonostante il piglio semplice e trascinante, cover live di Light My Fire degli storici Doors, che rovina un poco la conclusione del disco.

Siamo nel 1994, il trip hop è ormai avviato, i più noti esponenti del movimento già rifiutano l’etichetta che considerano una limitante categorizzazione dei giornalisti, i Massive Attack salutano inoltre Tricky che, non sentendosi realmente parte del gruppo, decide di lasciare la collaborazione con esso per avviarsi (fra alti e bassi) ad una prolifica carriera solista già l’anno successivo con Maxinquaye.
Comincia inoltre il percorso che avrebbe portato 3D e compagni a cambiare, evolversi e stupire tutti nel 1997 con Mezzanine: ma questa è un’altra storia.
Intanto Protection, assieme al precedente Blue Lines, si attesta fra i primi seminali lavori della scena di Bristol, entrando fra i punti di riferimento di numerosi gruppi, pur con qualche piccolo neo.

Il disco sarebbe stato successivamente remixato in chiave interamente dub dal DJ Mad Professor con il titolo di No-Protection (1995) e citato nel libro 1001 Albums You Must Hear Before You Die, mentre l’arcinota rivista Rolling Stones l’avrebbe catalogato fra i “ten coolest albums of all times” e definito come “great music for when you’re driving around a city at 4 A.M.”.

(recensione pubblicata anche qua)

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