All’armi siam vegani

Premessa: unicamente per comodità e brevità uso i termini “animalista” o “vegano”, in realtà so benissimo che non sono tutti così, è solo per convenienza, quindi se vi ritenete vegani o animalisti e vi offende di essere accostati a questi invasati che “non hanno nulla a che fare con me”, sappiate che lo so bene, e che naturalmente nel descrivere loro non descrivo voi (che conosco anche e con i quali converso).

Non faccio in tempo a smontare armi e bagagli nel marsigliese e a inserirmi alla fine in un laboratorio biochimico-biomolecolare che già dall’Italia giungono le ennesime notizie assurde: in questo caso un pugno di vegani ha tentato di sabotare un festival gastronomico sulla cucina abruzzese.
Ai compaesani abruzzesi saliti fin lassù per proporre la loro cucina dico di non demordere, agli italiani che fanno accadere tutto questo dico: siete completamente impazziti.


A mio avviso è inutile che si parli di empatia o solidarietà verso gli animali. Si tratta in realtà di patosensibilità, che funge da giustificazione morale per un malessere esistenziale; quando questi attivisti vegani, i membri di ALF o i 100% animalisti occupano edifici, sventolano striscioni indignati, gridano a squarciagola “salviamo gli animali! NO ai mangiacadaveri!” e sfasciano tutto, in realtà stanno urlano il loro odio per un mondo in cui non si trovano a loro agio.
Non sono animalisti, né salutisti o nutrizionisti. Sono solo poveri diavoli che hanno trovato una valvola di sfogo per la loro frustrazione e rabbia repressa.

Un tempo si facevano chiamare sotto altri nomi e assumevano anche colori politici o religiosi che ne deviavano il percorso. Di volta in volta, il leader spirituale di turno, sotto unzione del padreterno del caso o di comunque qualche dottrina etica supposta superiore, indiva una crociata o una purga verso il Male™ del momento. Così partivano  gli squadrismi, che in genere si limitavano a spedizioni punitive, rese dei conti, forconate o in tempi più recenti olio di ricino. Ma quando una buona fetta della popolazione aderiva all’isteria e magari era davvero esasperata, si legittimavano anche legalmente le persecuzioni, le cacce all’untore, i pogrom, le deportazioni.
Almeno dai tempi de “La banalità del male” è abbastanza noto che le grandi iatture non sono sostenute da un principe satanico che idea un improvviso piano globale malvagio e manovra le sue legioni del terrore nel castello sperduto, circondato da fulmini e aberrazioni della natura; ma da gente comune, popolino ignorante e timoroso, per il quale ogni fallimento, ogni insuccesso, ogni sofferenza patita in vita, sono da ricondurre ad un agente esterno contro cui riversare le proprie ansie. E chi compie certi misfatti non è MAI conscio di fare del male, anzi, è assolutamente strasicuro di essere nel giusto, di avere ragione, di essere il Bene™ contro un qualcosa (magari il mondo intero) storto, sbagliato, crudele, egoista.

L’agente esterno ne faceva le spese come capro espiatorio di turno, accusato di essere la fonte del disagio esistenziale: gli ebrei per esempio. O i kulaki. Bastava avere un trattore un poco più moderno per essere additati come biechi capitalisti nemici della rivoluzione e affamatori del popolo (anche quando lo affamavano le politiche governative). Certamente però gli ebrei sono il simbolo storico, fin da quando gli europei medievali morivano per via della loro igiene oscena e il loro aver lasciato diffondere i ratti, e pensavano fossero loro di nascosto a causare tutto. Ai miserabili, agli sfollati, ai nullatenenti e ai derelitti del tempo suonava molto comodo e conveniente giustificare ogni cosa cattiva del mondo con un nemico ideologico.
Anche i cristiani in principio subirono lo sfogo di chi si vedeva miserabile in un impero in decadenza e pensava di riversare le proprie paure e la propria angoscia sulla nuova fede che ritenevano avesse fatto crollare la vecchia e condannato la romanità: ma si ingannavano, essi non si erano che autodistrutti da soli, l’impero implose per i fatti propri e, per usare le parole di Montanelli, i cristiani si limitarono ad occupare un vuoto lasciato da altri. Ma per lungo tempo le crisi economiche e morali, le difficoltà sociali, le vessazioni e le umiliazioni, furono ricondotte a “quelli che non si prostravano all’imperatore” e gli stessi principi per un pò sfruttarono la cosa, magari stemperando gli animi in una provincia turbolenta con una persecuzione di massa.
Ma sono altri casi e altri tempi.

Adesso, stiamo assistendo a qualcosa di simile nei modi e probabilmente nei risultati (la creazione cioè di una sottocultura con dei propri codici di condotta ed un proprio credo): persone come queste di Sassi sfruttano la scusa dell’animalismo, delle torture inflitte da un sistema bieco e spietato, della cultura corrotta e marcia, per giustificare i loro fallimenti esistenziali.
Con “scusa” non intendo dire che fanno finta, anzi credono veramente in ciò che dicono e fanno; solo, nel mezzo del cammin della loro vita, passata fra l’altro in un mondo di crisi continua, freddezza nei rapporti interpersonali e decadenza generale, hanno incontrato la causa vegana o alf, e hanno riversato tutte le loro insicurezze e disagi nella stessa, che al contempo gli offriva uno scopo, una causa per cui lottare, un motivo di esistere, un riscatto dalle umiliazioni (presunte o vere) subite.
Qualcuno magari non aveva mai neanche pensato agli animali prima di capitare su di un sito dei 100% o essere avvicinato da un attivista del Fronte.

La lotta per la salvaguardia degli amici animali, che magari sono gli unici che gli hanno dato l’affetto e le attenzioni di cui hanno patologicamente bisogno (da cui anche certi discorsi al limite dell’insanità sull’avere amore o sul bisogno di darlo), è diventata lo stendardo sotto cui mascherare i loro bisogni.
Quando invocano empatia per le sofferenze degli animali, in realtà stanno chiedendo empatia verso i loro problemi e insicurezze, che in realtà per anni sono stati ignorati e magari mortificati.
Quando dicono che chi “causa sofferenza” agli animali è un mostro senza cuore, in realtà dicono che delle persone li hanno fatti soffrire profondamente.
Quando dicono che vorrebbero linciare un tale che ha fatto del male ad un animale, in realtà personificano nel tale tutti quelli che nella loro mente li hanno fatti star male e nell’animale loro stessi, la vendetta sul bambino idiota che lancia i sassi ai piccioni è la vendetta sul compagno stronzo che li aveva fatti sentire male e non ha gli stessi valori, elaborano fantasie contorte in cui i dolori diventano un tutt’uno e i “carnefici” anche.
Quando dicono che il mondo fa schifo perché si mangia carne e i ratti vengono usati per studiare l’Alzheimer, in realtà dicono che la loro vita ha fatto schifo, si sentivano emarginati alle medie, venivano respinti dalle ragazze alle superiori, o trattate come oggetti con il buco all’università, subivano le angherie del capo insensibile, l’invadenza del vicino ignorante, l’indifferenza dei falsi amici con altri interessi e abitudini; soprattutto subivano la maggiore forza caratteriale dei coetanei stronzetti, che li faceva sentire sempre giudicati, sempre emarginati, sempre incompresi. E diversi.

E’ come se traslassero il loro dolore negli animali. Così il dolore degli animali diventa il loro, e viceversa; ed essendo anche una causa organizzata, oltre che collettiva piuttosto che meramente individuale, ha più speranze di essere ascoltata.
Ogni volta che si sfogano, gridando verso il mondo ingiusto e meschino, verso gli “altri” che sono tutti perfidi e cattivi, che dicono di non farcela più, o che sono tutti bastardi, anche senza fare riferimento agli animali, stanno cercando di comunicare il loro dolore esistenziale. Sono tutti dei disperati tentativi di richiamare l’attenzione.

Possono negare quanto vogliono queste parole, ma basta farsi un giro nei loro gruppi discussione o profili, per leggere dietro ogni invettiva, ogni proclamazione, ogni cuoricino per i topini o ogni pensiero “emotivo”, delle velate richieste di attenzione, amore, comprensione, ma soprattutto di una ragion d’essere, di uno scopo.
Ma è un bisogno destinato ad essere fallimentare, se non nel circolo vizioso e autoalimentante dei loro comitati e squadrismi nevrotici, perché la causa della loro sofferenza non è in realtà nella presenza di un grosso impedimento nella loro vita, ma nella mancanza delle basi per sviluppare una personalità equilibrata. Come un secchio pieno di sassi e con un buco, è inutile togliere i sassi se si vuole aumentare la capacità di contenere acqua. Bisogna tappare il buco, prima.
Così, se anche si desse a questo manipolo di esaltati tutto l’amore e le attenzioni che vogliono, non si risolverebbe niente, perché rimarrebbero le deboli strutture mentali che li rendono ipersensibili alla minima sciocchezza. Finirebbero solo per attaccarsi come sanguisughe agli altri, e pretenderebbero sempre di più, con ogni diminuzione di attenzione percepito come un abbandono o un affronto. E si ricomincerebbe da capo, mentre in tanto qualcun’altro ne farebbe le spese perché lentamente logorato e consumato.
Come si possa ricostruire la personalità di persone sì tanto rancorose e fanatiche, non lo so e non è mio compito farlo, ma un sasso l’ho buttato.

Per ora si sono limitati ad atti di vandalismo, ma quando una società è in decadenza, le situazioni fanno presto a precipitare. Abbiamo già avuto le occupazioni dei laboratori e le devastazioni dei campi, in molti paesi esiste già il cosiddetto ecoterrorismo: prima che qualche testa calda decida nuovamente di menar le mani, il passo non è tanto lungo. Soprattutto quando dietro a tutto si inizia a costruire un codice etico che dice come bisogna vivere, cosa è peccato e come agire di conseguenza.
Come, per esempio, stilare delle liste di proscrizione; distruggere edifici; o organizzare un gruppo armato con cui vendicare le cose che vanno male bastonando e incendiando nel ghetto straniero vicino; oppure scendere dal monte di Berchtesgaden con l’ordine divino di sterminare i portatori di sciagura del momento.

Annunci

2 pensieri su “All’armi siam vegani

  1. È chiaro che questi soggetti siano affetti da problemi mentali, ma riescono a provocare un mare di danni. Si deve cercare di impedire a ogni costo che la loro malattia dilaghi.

    Rispondi
  2. Pingback: Uno scorcio della mente degli animalisti | haven for us

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...