Ah, lo stage in Francia…

Mentre la mia permanenza a Marsiglia prosegue e attendo le risposte dal laboratorio per il lavoretto tutto speciale che spero di fare, posso provare a tirare una somma delle differenze e delle similitudini fra l’ambiente francese e quello italiano, in meglio o in peggio.
Fremerete dall’attesa per sapere se c’è da sfottere i cuginastri oppure da criticare noi stessi verso gli ariani del mondo. Accontenterò entrambi, se non impazzisco prima per via delle tastiere francesi.

Per questo giro inizieremo il tour francese con un confronto fra le residenze universitarie provenzali e quelle aquilane, tenendo soprattutto a mente le “critiche” che alcuni miei coinquilini rivolgevano al servizio appellandosi anche ai “diritti degli studenti”. Sarà un confronto interessante, ma temo che qualcuno non lo gradirà e se la legherà al dito.

Dopo il terremoto del 2009, a L’Aquila venne cercato di approntare in fretta e furia delle nuove strutture adibite agli studenti. Fra mille disagi, difficoltà politiche, negligenze e problemi vari che vi risparmio, in due anni venne cavato qualcosa dal buco.
Per esempio, il centro polifunzionale offerto dal governo canadese, che però per problemi burocratici venne aperto in ritardo (e la palestra incorporata venne tenuta chiusa ancora di più). Cattiva gestione delle risorse, ma vi risparmio la storia dietro.

Oppure le residenze universitarie per gli studenti, ovvero l’ex-caserma Campomizzi, vicino al polo di Coppito, e il dormitorio della San Carlo Borromeo, oltre il paese di Coppito.
Io mi feci due anni nella prima.
Come me la passavo?

Ebbene:
– stanze pulite, con bagno incluso dotato anche di doccia e lavello, un armadio personale e una scrivania;
– wifi gratuito;
– affitto in doppia a 140 € al mese (ma dato che ero borsista* mi veniva rimborsato tutto);
– nessuna bolletta, nemmeno dell’acqua;
– mensa e uffici dell’azienda universitaria incorporati nel dormitorio (e anche qua essendo borsista non pagavo nemmeno il cibo);
– pulizia del bagno ogni mattina, a volte anche di pomeriggio, da parte degli inservienti;
– sale studio;
– lavanderia gratuita sempre nello stesso edificio;
– cuscino, lampade da tavolino e altre cosine a richiesta offerte dall’azienda.

*: tenete conto per dopo che la borsa di studio la ricevevano non dico cani e porci ma nemmeno le mosche bianche.

Se devo proprio elencare dei difetti:
– dato che gli inquilini erano molti, spesso la connessione internet semplicemente non andava (ma rimediavo usando quella dell’uni se mi serviva);
– a volte i portinai entravano random in alcuni alloggi senza nemmeno bussare, per controllare qualcosa o portare a sorpresa il “materasso nuovo” anche se eri ammalato sul letto (a me è capitato dopo una gastroenterite);
– non c’era molta disponibilità per potersi per esempio scaldare un tè se si stava male (un fornelletto a richiesta nelle cucine ma dovevamo portarci noi tutto) o cucinarsi qualcosa da sé se non si voleva mangiare a mensa (vietati i fornelletti);
– non sempre il cibo alla mensa era freschissimo, anche se era economicissimo;
– gli aspiranti calciatori che giocavano a palla alle 23 nei corridoi (!) o nel piazzale (con i muri delle stanze come “pali”);
– assenza di guardia medica.

Devo giudicare la permanenza in tale edificio tenendo conto dei pro e dei “contro”?

Stavo come un principe.

Non si pagava niente, si avevano tanti comfort e concessioni, nonché pasto assicurato.
Da dio! Mi sentivo quasi un privilegiato, sicuramente uno che era nato con la camicia e doveva solo ringraziare per questo.
Chi optava per un appartamento poteva gestirsi i propri pasti e organizzarsi la casa, ma non sempre era fortunato: magari finiva in Culonia e doveva pagare un botto di affitto mensile (una ex-connachtosa un po’ viziata e pazzerella addirittura pagava anche in nero fino a 300 € e rotti per una stanzetta singola ed un solo bagno e cucina con 5 persone, non voleva nemmeno cambiare).
Inoltre doveva pagare bollette su bollette.
Quindi sì, ero un privilegiato.

Eppure, c’erano alcune persone che protestavano ugualmente. Non erano mai soddisfatti. Non facevano altro che lamentarsi della Campomizzi che sarebbe “un lager” e non ha niente.
Si lagnavano in continuazione che “internet è leeeeeeento!” (ah, che tragedia), o che la sera chiudevano il cancello rendendo necessario citofonare per entrare (troppa fatica, eh?), o che non avevano servizi (che volevate di più? che vi sciacquassero nella toilette? che vi regalassero il detersivo per le lavatrici?) iperlussuosi come nel nord del mondo, o che i funzionari dell’azienda sarebbero sgarbati (io li ho sempre trovati disponibili, mah).
Oppure litigavano per questioni profonde come gli elenchi sul portinaio preferito, le partecipazioni alle riunioni di residenza (che a volte erano, sotto-sotto, comizi del sindacato studentesco; comunque chi le disertava o era un ipocrita che poi si lamentava per le decisioni prese in sua assenza o gente che aveva altri interessi e non protestava ma veniva criticata ingiustamente se non partecipava), oppure gli orari degli autobus che, eh, sapete sono difficili da imparare e cambiano ogni anno, che scandalo.
Dico quando non si rubavano a vicenda le mutande appese in lavanderia ad asciugare. Ci sono stati litigi esilaranti a riguardo.
L’unica critica sensata era quella sulla guardia medica, ma non mi risulta venne portata avanti più di tanto.

La parola d’ordine alla fine era “ADSU merda”. Anche da parte di chi dall’azienda per il diritto allo studio riceveva dai 2000 ai 4000 € di borsa annuale – e come anticipato, erano molti.

Ora teniamo in mente una cosa: ufficiosamente, le due residenze erano “terreno” per le principali associazioni studentesche italiane. La Campomizzi era nota per essere dominio di un noto sindacato degli studenti, che si dichiarava slegato dai partiti ma aveva comunque le sue radici nella CGIL.
La San Carlo Borromeo invece era popolata da un altro gruppo emanatosi in principio da CL. Avevano addirittura una cappella per le preghiere, pare…

Il sindacato fiutava le istanze portate avanti da alcuni residenti nella casa dello studente, notando la loro baldanza poi qualche volta li faceva entrare nelle proprie fila, magari riuscendo a piazzarli come rappresentanti di qualcosa in una facoltà e quindi conferendo una certa autorevolezza alle lamentele di qui sopra. Le quali, se quindi godevano del supporto di qualche studente candidatosi per le rappresentanze di un qualche settore, diventavano questioni prioritarie nei dibattiti nella residenza e si tingevano della retorica del “diritto allo studio”. A volte non serviva che il rappresentante le percepisse come proprie, ma facendo solo il proprio dovere riportava il sentire di quegli elementi singoli che fra social networks o pettegolezzi facevano sembrare le loro lagne dei problemi comuni, pressanti e urgenti.

Anch’io ho avuto una breve esperienza di rappresentanza, ma da tutt’altra parte e solo dentro la facoltà senza pretese, non c’entra con questo discorso e magari ve ne parlerò un’altra volta.

Di tanto in tanto il sindacato studentesco indiva cortei, manifestazioni o occupazioni, per protestare verso le offese, vere o false, al suddetto diritto. Per esempio, l’inasprimento dei requisiti minimi di crediti da conseguire per ottenere una borsa di studio – ma mai ho visto proteste e cortei per la presenza di uno Scilipoti in parlamento o per le restrizioni alla ricerca, l’immobilismo che devono sopportare semplici cittadini terremotati o lo stato di schifo in cui versa il centro storico ogni giovedì sera.
Puntuali erano le foto degli eventi, che mostravano i simpatici manifestanti spesso con magliette e bandieroni dai colori dal colore e dalle scritte non proprio ideologicamente neutrali (sorvoliamo).
Nelle foto di gruppo per le proteste contro l’uccisione dei diritti degli studenti, si potevano scorgere volti misti degli studenti invitati a partecipare: e nel mischione trovavi sia il tuo amico sinceramente interessato e diligente, sia la ragazza intelligente ma con poche reali preoccupazioni, sia il fuori corso di quasi 30 anni capellone, sia il giovinetto indietro di millemila esami noto per perdersi ubriaco nei vicoli del centro il giovedì sera (e che si preoccupava se non irritava per poter rientrare nella casa dello studente).
Certe presenze mi perplimevano e poi, ripensando a chi si lamentava, mi chiedevo che razza di rappresentanza bisognasse fare.

Comunque sia, questa era grossomodo la situazione di come una frangia nella residenza si presentava agli altri e potendo avere eco nelle questioni del sindacato studentesco.

Andando ordunque via dall’ADSU merdosa in un ex-reame borbonico, per entrare nel mondo degli aristòi internazionali dove tutto è più bello e tutto funziona meglio che da noi, cosa si può incontrare?
Statisticamente dubito sia tutto sempre il più meglio assai, ma penso che basti un solo caso contrario per annullare le pretese di chi sa solo lamentarsi e meriterebbe di diventare un collaudatore di battipanni.
Vediamo allora cosa troviamo a Marsiglia.

Tanto per cominciare, se il buongiorno si vede dal mattino, i ragazzi dell’accoglienza sono dei cretini integrali: arrivato alle 15.30 assieme ad un altro paio di persone, si sono raccomandati di aspettare nella hall perché dovevano andare a ricevere anche delle spagnole per le 16 e una argentina per le 18, per viaggiare assieme. Ovviamente per le 19 è arrivata una loro collega a cercarmi e a dirmi quale pullman prendere per raggiungerli (sbagliando pure all’inizio, stavano facendomi andare ad Aix). Una volta ricongiuntomi col gruppo ed essermi sorbito le patetiche scuse per essere stato dimenticato, io e le ispaniche raggiungiamo la cittadella universitaria e scopriamo che gli uffici per gli alloggi erano stati chiusi prima e quindi ci toccava una sistemazione di emergenza, il famigerato bâtiment B.
Delle immagini valgono più di mille parole perciò vi mostro gli interni e gli “inquilini” già sul posto:

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Ho chiesto ad un mio amico di stampare le foto e appenderle per tutta la residenza Campomizzi, spero l’abbia fatto perché qualcuno dovrebbe vedere e tacere.
Le spagnole concordavano che era una mierda, l’hanno anche soprannominata la noche del terror, ma a risollevare la serata ci hanno pensato i cinghiali che vivono nel campus (non scherzo):

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Sono tenerissimi ma non penso dovrebbero gironzolare per un campus, anche perché poi rovistano nella spazzatura spargendo tutto.
Vabbè che noi a volte avevamo i cani e le pecore a lezione, però…

Per la cronaca ci sono anche le volpi, che gironzolano fra i gatti che se ne fregano altamente.

L’indomani vengo cacciato da una donna delle pulizie, che non pulisce niente, si limita a constatare che è tutto in ordine (?????) e ho sgomberato la stanza, anche della coperta impolverata prestatami dal portinaio.
Dopo aver poggiato i bagagli in un angolo sicuro, mi appresto ad andare finalmente a sistemare le pratiche burocratiche per ottenere una stanza ufficiale, si spera decente. Noto subito che la residenza universitaria nella zona dove mi trovo io è esattamente un cantiere:

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Anche all’Aquila abbiamo cantieri e zone inagibili, però non ci mandiamo gli studenti.
Segnalo però che gli operai francesi lavorano tutto il giorno sotto il Sole cocente, anche nei weekend.

In alcuni punti è quasi una discarica (penso un po’ per negligenza di chi sporca un po’ per i raid notturni dei cinghialetti):

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Niente di tutto ciò a L’Aquila si è avuto in mezzo né in residenza né in ateneo.
Comunque, vengo sistemato in capo al mondo ma finalmente posso lasciare il cimitero di millepiedi e cimici del bat B. La stanza nuova è enormemente più pulita e igienica, ma pare che le portinaie abbiano perso la chiave. O meglio, hanno la loro, ma non trovano la copia. Genius. Così mi spostano in un’altra, che è un po’ meno pulita e igienica ma è comunque meglio di prima.
L’edificio dove sono stato assegnato ha i bagni in comune, non nelle stanze, per circa 150 € mensili. Non ci sono lenzuola o cuscini, bisogna comprarseli da sé. Ci sono però delle stanzette-cucina, con fornelletti elettrici e lavandini. Chi ad AQ mangiava lo stesso a mensa però si lamentava che voleva cucinare da sé, potrebbe non gradire ugualmente perché non sempre sono pulitissime e fornitissime, ma niente di grave. Dal mio lavandino per un attimo è uscita acqua gialla mettendo il rubinetto caldo al massimo, ma poi è tornata limpida.

Incontro anche degli italiani di architettura, alcuni vengono da Palermo, ooooh il famigerato sud, uuuuh i terroni, chissà che salto di qualità avran fatto giungendo al nord, viva la lega. Ebbene, mi hanno raccontato:
– che sono stato fortunato a farmi solo una notte al bat B, e che quelli che hanno dovuto fare due notti sono stati fortunati anch’essi;
– che la stanza dove ero capitato era fra le più “pulite” del bat B;
– che non avevano mai visto nulla del genere dalle loro parti, anzi.

C’è chi si lamenta a L’Aquila che se devono rientrare la sera tardi (magari tutti cionchi) incontrano il cancello chiuso e devono farselo aprire. Inoltre, tragedia immane, i portinai controllano se porti estranei oltre una certa ora (tanto si aggira facilmente).
Ebbene, qui nessun problema: si possono raggiungere tutti gli alloggi, molti dei quali con strade in mezzo alle fratte e senza una luce, e magari non trovare nessuno a sorvegliare lo spalancatissimo ingresso.
Tutti i malintenzionati sono virtualmente aiutati.

Aggiungo anche che il wi-fi è a pagamento, devo usare la bellissima biblioteca universiaria per inviarvi questo post o sfruttare le programmazioni di wordpress.

Ok, forse ci sono andato giù pesante. Non è per criticare l’università di Marsiglia nel polo di Luminy, anzi il resto dell’ateneo è molto bello con tanto verde (è tutto un giardino), una mensa enorme, una biblioteca fantastica e varie strutture, come anche stanze, bagni e cucine migliori negli altri edifici rispetto al mio (che però è più economico). Ci avrei aggiunto gli ascensori magari, almeno per il dipartimento di biologia. Inoltre il centro linguistico sembra un po’ troppo casa Benetton ma fa niente. :)

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Solo, le carenze nella parte degli alloggi mi hanno fatto venire in mente quei gruppetti che a L’Aquila si lamentavano per qualsiasi cosa nonostante avessero un servizio di alta qualità come dormitorio, e che mi stavano già prima sulle palle.

Figuriamoci ora.

Ci vediamo a breve, visto che so già che volete sapere degli stereotipiti sul cibo e sul trattamento verso gli italiani.

P.S. aggiornamento: ho trovato i millepiedi anche nel nuovo stanzino, e non hanno nemmeno una scopa qui; dovrò comprargli tutto io e non posso far presente che non è molto salutare e igienico, perché sembrano incazzarsi abbastanza con quelli che indicano i cadaveri di insetti, miriapodi e altri artropodi.

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5 pensieri su “Ah, lo stage in Francia…

  1. Articoli come questi sono molto utili perché servono a combattere la diffusa credenza esterofile secondo cui all’estero è sempre meglio. In realtà si può capitare anche peggio… ma non si riesce a far capire concetti così semplici a molta gente convinta che l’Italia faccia schifo a prescindere.

    Rispondi
    • Diciamo che c’è di meglio e di peggio, soprattutto mi premeva ricordare quei gruppetti di persone che avevano tutto ma erano insoddisfatte, pretenziose e superbe.

    • Infatti c’è di meglio e c’è di peggio, cosa assolutamente ragionevole.
      Di studenti mai contenti che manifestano per noia ne esistono troppi…

  2. Pingback: Qualche commento sparso | haven for us

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