Massive Attack – Mezzanine [1997, Virgin Records]


Sintetizzare un intero periodo culturale e musicale, le diverse tendenze di una scena di composizione multietnica e il continuo richiamare correnti musicali in continua trasformazione, come già quel fertilissimo crogiolo sonoro che è Bristol stava operando, non può che essere un risultato a cui può giungere chi ha le proprie stesse radici (anche solo in senso musicale) in questo avvicinarsi e intrecciarsi di caratteri diversi fra loro.
Il terzo disco dei Massive Attack, intitolato Mezzanine, riesce in questo passo con un netto cambiamento evolutivo rispetto alle coordinate dei primi dischi,  risultando un lavoro ancora più profondo, molto più introverso e decadente, molto meno “lounge”, più aperto alla strumentazione classica del rock e al tempo stesso impreziosito da venature ora oscure, ora psichedelico-oniriche che si rimescolano continuamente a quei tòpoi del trip hop che gli stessi inglesi avevano pionieristicamente introdotto: dalle ritmiche rallentate e incupite dell’hip hop americano ai corposi bassi dub – il tutto “raccontato” con arrangiamenti sempre più caratterizzati e certosini.

Mezzanine è un disco analitico ed introspettivo, un oscuro scorcio di inquietudine metropolitana in cui la matrice iniziale del gruppo cede lentamente il passo ad un sound nuovo, manovrato principalmente da Robert “3D” Del Naja, fatto di squarci urbani depressivi, dilatazioni fumose, timbri ipnotici e distensioni avvolgenti. Il lato elettronico esalta a dismisura il lato più notturno e mesmerizzante del gruppo, al punto che non si può più parlare di tonalità lounge o chillout, mentre quello ritmico abbraccia definitivamente il lento e cupo battito downtempo togliendo spazio ad ogni rimasuglio di ballabilità; ma alla base di ciò c’è un’intera trasformazione degli arrangiamenti che vanno a costituire i brani, innanzitutto resi più vicini ad un lavoro compositivo relativamente “rock”, pur amalgamato nella natura multisfaccettata del trip hop (a ulteriore conferma che la corrente non è, come luogo comune dice, un sottogenere del mondo elettronico, ma una realtà molto più caleidoscopica, variegata e flessibile).
Questa svolta viene influenzata dalla trasformazione operata in ambito trip hop da Dummy dei Portishead, da cui i Massive Attack riescono ugualmente a differenziarsi tramite il loro stile genuino capace di filare una consolidata intessitura sonora morbida e avvolgente, molto meno acida, angosciata e psicologicamente tesa; anzi, più propensa a creare melodie atmosferiche e ad aperture quiete se non oniriche, pur nella loro malinconia.
Oltre a ciò, infine, tenebrose atmosfere idealmente proseguenti il discorso della dark-wave pervadono il disco, catapultando direttamente in quella cruda e malinconica desolazione urbana scarnificata della fumosità lounge dei primi dischi, e accanto ad esse fa capolino una vena citazionista che riporta in vita i suoni di gruppi e correnti del passato (ancora più che nel collega Tricky che da due anni ha intrapreso la propria carriera solista) per proiettarli verso l’imminente 2000 innestandoli tramite campionamento su di un impianto sonoro moderno, innovativo e accattivante.
Quella del sampling, moda sempre più imperante nella scena musicale elettronica di fine anni ’90, è sempre un’arma a doppio taglio: da un lato la possibilità di giocare con le citazioni,  se non proprio di collezionare tributi “furbetti” per arricchire il sound, e rivitalizzare suoni e motivi del passato con una nuova veste; dall’altro il rischio di spersonalizzarsi abusando di quello che potrebbe diventare da un momento all’altro un taglia & cuci ridondante. Ma i Massive Attack riescono a concepire un nuovo modo di porsi rispetto al campionamento, facendolo diventare espressione culturale sia di sintesi (riallacciandosi alle origini multietniche e di incrocio di più stili) che di recupero e rivisitazione di un passato tanto vasto e da riscoprire, metabolizzare in una società sempre più diversificata, pulsante e vitale. Per questo e anche per la genuinità con cui nel libretto viene presentato l’elenco di nomi citati 3D & soci rendono il campionamento una loro caratteristica naturale ed intrinseca, che nessuno ha reso arte così come loro hanno fatto.

Il popolare singolo d’apertura Angel è il brano trip hop più famoso di sempre, simbolo e manifesto dell’intera corrente e non solo del gruppo o del solo album. Atipica canzone d’amore, per cui il cantante reggae Horace Andy riadatta il testo della propria You Are My Angel, essa viene scandagliata dal basso intermittente e inesorabile che costituisce le fondamenta per gli altri strumenti fra momenti più distesi ed estensioni più distorte, mentre l’accompagnano una batteria minimale e tastiere atmosferiche che riempiono il sottofondo sonoro. Ma, dopo un’alternanza palpitante di crescendo tesi e distensioni, è il climax psichedelico del ritornello a spiazzare con la propria esplosione di chitarre distorte ed ipnotiche, il downtempo intensissimo, i sintetizzatori glaciali. C’è un looping ripreso da Last Bongo in Belgium degli Incredible Bongo Band, mentre i Wire vengono citati con un sample vocale di Practice Makes Perfect.
Risingson è trainata dal rap mesto e sommesso di 3D e Daddy G, che esplorano territori quasi eterei (sottolineati anche dal motivo lirico “dream on”) sovrapposti ad un dub liquido e ripetitivo in profonda sinergia con il battito secco e ripetuto. La ricchissima stratificazione di suoni dilatati ed effetti alienanti a costruire atmosfere deliziosamente notturne completa questo vero e proprio trip onirico che sembra quasi fuggire dall’angoscia della metropoli tramite dilatazioni misticheggianti. Vengono tributati i Velvet Underground di I Found a Reason, con il sampling.
Un’altra canzone a suo modo famosa è Teardrop, condotta dal ritmo simil-battito cardiaco (campionato da Sometimes I Cry di Les McCann) e dalle commoventi melodie, è il vertice più dolce e poetico del disco. Ciò avviene soprattutto grazie alla cristallina voce di Elizabeth Fraser dei da poco scioltisi Cocteau Twins, che eleva al quadrato l’espressività della canzone grazie alla propria voce limpida e melodiosa. Sarà particolarmente inquietante ma significativo il video della canzone, mostrante un feto che canta all’interno del grembo materno. Una perla di malinconia, dolcezza ed evocatività.
La successiva Inertia Creeps (precedentemente scritta per i Manic Street Preachers) è più esotica e urbana, con percussioni ipnotiche, effetti orientaleggianti, refrain psichedelici, rap quasi sussurrato di 3D, bassi accattivanti, sfondi oscuri e decadenti attorniati da un mood lento e quieto.
Invece Exchange è una parentesi strumentale eterea e rilassante, unico momento dell’album vicino a scenari chillout, dagli spunti quasi jazzati nel basso ma guidata soprattutto dalle soffuse melodie elettroniche. Il sampling questa volta è basato su di Summer in the City di Quincy Jones e su di Our Day Will Come di Isaac Hayes.
Dissolved Girl è stata scritta dal produttore Matt Schwartz. Ancora come al solito gli arrangiamenti e le atmosfere dipingono uno scenario notturno, psico-onirico (è reso sognante soprattutto dalla candida voce di Sara Jay), reso acido solo dal basso ossessivo e dal ritmo più upbeat che nelle altre canzoni. Ma nella parte centrale della canzone esplode una chitarra granitica e rocciosa che distrugge il tutto con un riff infuocato.
Con Man Next Door (rivisitazione dell’omonimo brano del gruppo giamaicano The Paragons) ritorna al microfono Horace Andy e la sua carismatica e personale voce, apparentemente in contrasto con quelle più candide delle ospiti femminili ma con cui in realtà opera in un rapporto di complementarietà anch’esso espressione delle genuine capacità di sintesi artistica e musicale dei Massive Attack. Ad ogni modo il basso intrigante, i placidi giri di note di chitarra, l’atmosfericità soffusa, le linee vocali malinconiche e commoventi da soli potrebbero bastare a costruire una canzone caratterizzata ed evocativa, ma ciò che rende il pezzo particolarmente catturante ed interessante è il certosino intersecarsi di citazioni, su tutti la continua batteria campionata che è tratta da When the Levee Breaks dei Led Zeppelin; ma anche i samples di Got to Get Away dei Paragons e quelli di 10:15 Saturday Night dei Cure, la cui cupa chitarra riecheggia in lontananza.
Black Milk è il pezzo più notturno, soffuso e disteso del disco, reso tale dalle tenui e dolci melodie di tastiera, dalla vocalità quasi soul della Fraser (che qui ricorda Beth Gibbons dei Portishead), dagli avvolgenti bassi e dalle atmosfere particolarmente tetre e nebbiose. La presenza di campionamenti jazz fa assumere alla canzone tonalità squisitamente noir interpretate magistralmente dalla cantante, che ad un certo punto sembra quasi dissolversi come un evanescente spettro nell’aria fredda delle strade cittadine, illuminate solo da solitari lampioni. Da notare il sampling di Tribute della Manfred Mann’s Earth Band, gruppo fusion che però citò in giudizio i Massive Attack costringendoli a rimuovere il sample in successive riedizioni (la canzone così ottenuta venne ribattezzata Black Melt).
La titletrack Mezzanine per contrasto è dominata da ritmi, tonalità e suoni molto più tesi, oscuri e allucinanti, soprattutto nel basso narcotico che emerge ad un certo punto e nell’effettistica da hip hop oscuro.
Group Four esalta ancora di più questo lato più tetro dei Massive Attack, rendendolo quasi gotico se non macabro con bassi terrificanti, effettistica lisergica, batteria esotica, suoni atonali, rap di 3D cupo e sommesso, voce della Fraser da dolente ma vellutata nenia, samples che vengono dai Depeche Mode di Get Right With Me e Higher Love. 8 intensi minuti che scorrono con il cuore in gola fino alla sezione conclusiva, spettrale e psichedelica insieme, in cui prevale tutto il lato più alienante ed alienato dell’angoscia metropolitana del gruppo con i refrain più ossessivi, corrosivi e martellanti dell’intero disco.
Infine la conclusione è affidata ad (Exchange), che riprende la quinta traccia in una versione dilatata, un po’ più lo-fi e con la voce di Horace Andy a stemperare l’atmosfera dell’album e rassenerare dopo il turbamento e l’angoscia oscura del precedente brano.

Mezzanine risulta così uno dei più profondi, significativi e poliedrici del decennio, un crocevia fra diversi mondi musicali (rock, elettronica, hip hop) fusi e collegati fra loro dal personale stile quieto, espressivo e multisfaccettato del gruppo che rispecchia la società moderna con le sue emozioni e le sue ansie. Figlio di un melting-pop culturale come quello di Bristol e di un periodo sempre più variegato, l’album è non solo per questo una pietra miliare della musica, ma anche per l’imponente eredità musicale che avrebbe lasciato al trip hop (e non solo) con la sua seminale influenza (forse la più larga di tutti i dischi trip hop) e all’industria discografica con la storica scelta del gruppo di mettere per la prima volta volontariamente e legalmente a disposizione per il download da Internet un proprio disco.

Un’opera tanto vitale la cui sintesi tuttavia, per ironia della sorte, mise in attrito la stessa composizione del gruppo, provocando la dipartita di Mushroom per divergenze artistiche con 3D ormai sempre più uomo-gruppo.

(recensione pubblicata anche qua)

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