Monster Magnet – Spine of God [1992, Caroline/Glitterhouse]

“It’s a satanic drug thing, you wouldn’t understand.”

La storia dei Monster Magnet nasce a Red Bank, New Jersey, dall’incontro del carismatico e sregolato Dave Wyndorf (voce, chitarra), proveniente dal gruppo punk Shrapnel, e del chitarrista John Paul McBain, anche lui ex-musicista punk che ha militato in Skinhead Nation e Smoking Pets. A loro si aggiungono Tom Diello alla batteria e Tim Cronin al basso e con questa formazione prendono il nome di Dog of Mystery e poi di Airport 75 prima di adottare quello definitivo.
Qui si cimentavano in live massicci e mesmerizzanti, in cui il sapore misto di solitudine e libertà suscitato dalla vastità dell’immaginario del deserto americano si combinava all’uso di droghe leggere, alla rivisitazione particolare di certi classici del rock ed ad una certa forma di ibrido tematico materialista/spiritualista, camminando così i primi passi di quello che in seguito sarebbe divenuto il cosiddetto stoner rock.
McBain & soci pubblicano alcuni demo, Forget About Life, I’m High on Dope e I’m Stoned, What Ya Gonna Do About It? nel 1989, seguiti da uno schizzato (e alla lunga seminale) omonimo EP l’anno seguente, che mettevano in risalto le loro influenze hard rock e psichedeliche, conferirono loro una certa notorietà underground e gli consentirono di firmare per la Caroline Records.
Fu così nel febbraio 1992 che riuscirono a pubblicare il primo disco Spine of God, quasi interamente frutto della mente di Wyndorf e che fra l’altro da ufficialmente il La al movimento stoner assieme a Blues for the Red Sun dei Kyuss (provenienti dalla scena di Palm Desert in California), rispetto ai quali i Monster Magnet sono più legati alla psichedelia.

Questo genere musicale, in particolar modo nell’accezione influente dei Monster Magnet, affonda le sue radici negli anni ’70 e ’60, prendendo i riff lenti, pesanti e opprimenti dei Black Sabbath, le saturazioni acid-hard bluesy dei Blue Cheer, la psichedelia spaziale e fumosa degli Hawkwind e dei Captain Beyond. Si fonde il tutto intimamente ottenendo così uno sound acido ma granitico in cui le influenze settantiane vengono aggiornate e rifondate in uno stile nuovo, fatto di trip visionari sovrapposti a distorsioni magmatiche rese ancora più corpose, da linee di basso ancora più ribassate, dall’incedere cadenzato dei chitarristi di sabbathiana memoria. Non mancano difatti le affinità con sludge e doom metal, a far da contorno comunque c’è prima di tutto un conscio e maturo amalgama di influenze che spazia dal psych-blues dei Cream al garage rock di Stooges e MC5, passando per un piglio hendrixiano e per le più recenti innovazioni dei Melvins.
E vedremo in seguito gruppi come i Kyuss andare anche oltre nella concezione dello stoner; ma per il momento i Monster Magnet rimangono principalmente un seminale punto d’incontro fra Black Sabbath e Hawkwind condito da ulteriori richiami, che con gli anni a venire si evolverà.
Le chitarre sono pesanti, lente e distorte, si abbandono in imponenti muri di distorsioni seguiti da avvolgenti note ipnotiche, mentre la batteria cavalca con agilità e intensità le canzoni. La voce di Wyndorf è decisa, carismatica, ruvida ma anche molto suadente, a volte filtrata e abbinata a campionamenti atmosferici per ottenere sensazioni ancora più psichedeliche. La produzione è sporca, ma nebbiosa e avvolgente.
Il collante per tutto questo è il tema del deserto, che influenza le liriche e l’attitudine del gruppo, ma da parte degli Hawkwind le atmosfere tendono ad orientarsi anche verso lo spazio e l’etereo, generando così un approccio quasi metafisico del gruppo che enfatizza molto il ruolo dell’anima in questo paesaggio fra sabbia, roccie e tramonti malinconici.

Già dall’iniziale Pill Shovel si intravede un sound particolare ed espressivo, fatto di tempi cadenzati, cenni bluesy di contorno, bassi intermittenti, batteria secca che naviga agevolmente sopra le corpose distorsioni, aperture vocali visionarie ed atmosferiche che traghettano verso un immaginario immerso in acido.
Medicine incrementa la dose di velocità e andamento incalzante, ispirate dal garage rock/proto-punk detroitiano che Wyndorf tinge di una rocciosità lisergica.
La successiva Nod Scene gonfia le tonalità psichedeliche e space rock, avvolgendo l’ascolto di arpeggi fumosi e chords corrosivi che segnano un ponte di collegamento fra la malinconia accaldata del deserto e le distese cosmiche più suggestive.
Ci si riunisce maggiormente ai Black Sabbath negli 8 minuti di Black Mastermind, con i riff ripetuti e cupi, la voce che si avvicina a quella di Ozzy, i bassi penetranti; ma in conclusione c’è la consueta esplosione psichedelica a colorare le influenze “nere”della canzone, psichedelia che diventa predominante nella successiva ballata Zodiac Lung e nella titletrack Spine of God che è la summa dell’album.
Snake Dance è feroce e impetuosa, tinta di garage rock a rendere più aggressivi i corposi riempimenti distorti, mentre Sin’s a Good Man’s Brother è una riuscita cover dei Grand Funk Railroad la cui nuova veste assume sfumature brucianti ma avvolgenti.
Infine la lunga conclusiva Ozium è un trip visionario condotto avanti dall’esplosione di chitarre infuocate, che seguono un crescendo che conduce ad un baccanale di distorsioni, e dalla batteria intensa di sottofondo, mentre a far d’accompagnamento ci pensano effetti celestiali, refrain blueseggianti e tastiere a metà strada fra i tappeti lisergici del blues psichedelico sessantiano e il dolente doom.

Spesso i legami con le correnti del passato e il desiderio di far rivivere certi classici della musica porta a vari fenomeni di revival, in cui si ripetono determinate sonorità nel desiderio di farle per l’appunto “rivivere” e magari di emulare quei grandi nomi che scrissero la storia di uno o più generi.
Lo stoner e i Monster Magnet invece partono dal presupposto di raccoglierne l’eredità e proseguire entrando in un nuovo sentiero inedito le cui basi, sì, risalgono a certe correnti dei sixties e dei seventies, le cui pietre miliari vengono ricordate con ammirazione e voglia di mantenerle più vive che mai, ma che sfocia in un discorso differente, per nulla stantio o prevedible ma anzi, ricco di idee nuove e vitali – oltre che molto coinvolgente.

Non un movimento revivalistico, ma una novità fresca e originale che rinvigorisce il panorama rock negli anni ’90 con impeto e profondità.

(recensione pubblicata anche qua)

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