Scienza e Tecnologia all’inizio del secolo.

Domani partirò per Marsiglia, dove spero di almeno iniziare un lavoretto sperimentale abbastanza figo. Prima di imbarcarmi sull’aereo, però, ho pensato di porgervi una curiosa breve panoramica su come da molti veniva percepita la scienza agli inizi del secolo, quando tante certezze precedenti vennero scardinate, nuove invenzioni cambiavano notevolmente la vita di tutti i giorni e in certi ambiti il bisogno di spiritualità aveva condotto a sincretismi “autorevoli” (uno scenario con interessanti affinità e divergenze con la nostra epoca, non trovate?).
Tratto da “i grandi avvenimenti del XX secolo” del Reader’s Digest, 1979.

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Negli anni Venti la distanza fra scienziati e profani sembrò al tempo stesso aumentare e ridursi. Un’umanità nata in un mondo privo di aerei, di radio, di automobili, di raggi X, cominciava a sentire l’impatto della rivoluzione scientifica e a rendersi conto che la tecnologia stava modificando a un ritmo senza precedenti – e migliorando in modo tangibile – il livello generale di vita. L’automobile, la cui commercializzazione era cominciata più o meno agli inizi del secolo, era entrata nel panorama quotidiano e i fabbricanti ne producevano modelli sempre più veloci e perfezionati. Nel 1920 Gaston Chevrolet vinceva la 500 Miglia di Indianapolis guidando per quasi sei ore all’incredibile velocità di 140 km l’ora. Gli aerei, un tempo riservati agli amatori e agli eroi di guerra, offrivano voli commerciali verso luoghi sempre più lontani. La radio procurava una nuova forma di divertimento familiare, e nuovi apparecchi, come il tostapane automatico e la lavatrice, contribuivano ad alleggerire il lavoro domestico quotidiano.

Il futuro prometteva progressi tecnologici ancor più rapidi e inimmaginabili. Già nel 1920 la Smithsonian Institution di Washington annunciava che il professor Robert Goddard aveva ideato un razzo capace, in teoria, di arrivare alla Luna e, nel 1926, lo stesso Goddard sperimentava per la prima volta in pubblico un suo razzo a propellente liquido; nel 1923 il fisico tedesco Hermann Oberth pubblicava un trattato sulle possibilità di un viaggio interplanetario. Sembrò che la vita potesse, in un futuro prossimo,venire controllata dall’uomo, alla notizia, pubblicata nel 1921 su Scientific American, che un ricercatore del Rockefeller Institute di New York era riuscito a far battere per più di otto anni il cuore di un embrione di pollo.
Sembrava che alla scienza nulla fosse precluso. Metodi scientifici venivano applicati praticamente in ogni campo: arte, industria, agricoltura, affari, perfino nella pratica di governo. Nel 1923 Bertrand Russell sintetizzava così l’atteggiamento dell’epoca: “È la scienza, in definitiva, che rende la nostra epoca diversa (…) da quelle precedenti. La scienza è in grado di portare il genere umano a una condizione di gran lunga più felice che in qualsiasi altro momento del passato.”

Allo stesso tempo (soprattutto dopo che l’indagine scientifica era penetrata all’interno dell’atomo), gran parte della ricerca andava sempre più distaccandosi dall’universo dell’esperienza comune e per gli scienziati diventava sempre più difficile esprimere le proprie teorie in termini facilmente comprensibili. La teoria della relatività di Einstein postulava che tempo e spazio non sono assoluti ma variabili e che massa ed energia sono equivalenti e intercambiabili. Il principio di indeterminazione del fisico tedesco Werner Heisenberg, pubblicato nel 1927, sosteneva l’impossibilità di misurare in uno stesso momento tanto la posizione quanto la velocità di una particella atomica. Tre anni prima il fisico francese Louis Victor de Broglie aveva avanzato l’ipotesi che gli elettroni non fossero affatto solidi ma che avessero proprietà ondulatorie. La sua teoria venne incorporata alcuni anni più tardi nei sistemi quantistici di meccanica ondulatoria sviluppati dai fisici Erwin Schroedinger, austriaco, e Paul Dirac, inglese.

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La convinzione, prevalente negli anni Venti, che “solo due o tre persone capiscono veramente la relatività”, era erronea ma confortava l’individuo medio, al quale idee tanto assolute e astruse sembravano del tutto inaccessibili. Più accettabili (e apparentemente più vicine alla realtà possibile) erano invece le eccitanti avventure avveniristiche pubblicate dai periodici di Hugo Gernsback, il primo divulgatore di fantascienza. Nel 1926 Gernsback aveva fondato Amazing Stories (“Racconti straordinari”), un periodico dedicato esclusivamente a quello che egli chiamava “scientificismo”. I fumetti illustravano con “raggi termici”, “navi spaziali” e “radiotelescopi” le avventure di eroi spaziali come Buck Rogers.

Niente sembrava impossibile: quindi tanto più strana era, meglio era. La gente divorava avidamente i resoconti di ogni sorta di bizzarrie ed eventi extraterrestri. Il London Daily News del 5 settembre 1922 scriveva a proposito di piccoli rospi caduti per due giorni dal cielo sulla cittadina francese di Châlon-sur-Saône. Il London Evening Standard del 3 gennaio 1924 dava notizia di migliaia di vermi rossi abbattutisi come una bufera di neve sopra Halmstad, in Svezia. Il serio Scientific American, nel luglio 1922, offriva la descrizione di un mostro acquatico argentino.

Questa diffusa compiacenza stimolò lo svilupparsi di numerose teorie pseudoscientifiche. In Germania, i nazisti ne approfittarono per riesumare trattati sull’origine delle razze da tempo caduti in discredito e dare così un sigillo di autenticità alle loro tesi sulla superiorità della razza ariana. Anche altre teorie meno sinistre trovarono credito: una di queste, chiamata Welteislehre (“Teoria del mondo di ghiaccio”), sosteneva che la Via Lattea era composta appunto di blocchi di ghiaccio. Un’altra affermava che la Terra era in realtà la superficie interna di un globo, una bolla in un universo di solida roccia. Nessuna delle due sembrava meno credibile delle teorie dell’universo di Einstein o delle formule di De Broglie sulle particelle atomiche.
In U.R.S.S., teorie influenzate da una meccanica estensione di ipotesi marxiste finirono per penetrare nel campo scientifico della genetica, col risultato che per due decenni non vi furono progressi negli studi per ottenere nuove varietà di grano. Verso la fine degli anni Venti e per tutto il decennio successivo i seguaci del biologo sovietico I.V. Michurin ebbero il monopolio della ricerca in campo agricolo. Essi sostenevano che era possibile la trasmissione dei caratteri acquisiti (piuttosto che di quelli ereditari, come postulavano le leggi di Mendel) attraverso diverse condizioni ambientali o per mezzo della “ibridazione vegetativa“.

Altrove, la scienza si univa alla religione dando luogo a una varietà di culti pseudoscientifici. In Europa e nell’America Settentrionale personaggi autoproclamatisi capi spirituali parlavano di “piani vibrazionali” e del “continuum materia-spirito”, avallando le loro speculazioni mistiche con termini presi in prestito dalla fisica. Alcuni scienziati cercarono di inquadrare entro strutture filosofiche le recenti scoperte scientifiche, ma era difficile competere con la fantasia degli spiritualisti.

Il rispetto per la scienza e per l’opinione scientifica era talmente forte da non venire minimamente scosso dal verdetto, che ebbe un’ampia risonanza, emesso in un processo celebrato nel 1925 a Dayton, nel Tennessee (U.S.A.). Era una causa tra un insegnante di biologia, John T. Scopes, che insegnava Darwin, e i fondamentalisti (protestanti riformati, accaniti oppositori dell’insegnamento di teorie scientifiche contrastanti con il Genesi biblico), ed era centrata sull’eterno conflitto tra scienza e religione. Scopes venne condannato, ma la maggior parte dei commentatori considerò l’episodio come l’ultima scaramuccia di una guerra ormai vinta dalla scienza.

Il pubblico nutriva per i nuovi conquistatori la stessa fiducia e riverenza riservata di solito alle figure religiose. Lo scienziato, col camice e circondato da provette, o, come Einstein, trasandato, con un vecchio maglione, e intento a riempire la lavagna di strani geroglifici, appariva il custode dei più profondi segreti dell’universo.
Solo verso la fine degli anni Trenta – quando il crollo della Borsa e la situazione mondiale che si andava oscurando sembrava smentire la speranza che la scienza realizzasse un’utopia terrena – la gente cominciò a mettere in dubbio il valore definitivo dell’indagine scientifica e a criticare l’esclusiva dedizione a questo tipo di ricerca. Ma in quel momento la scienza e la nuova tecnologia che ne era nata avevano preso piede troppo solidamente per poter essere accantonate; anzi, il loro dominio si sarebbe fatto sentire ancor più forte nella vita del secolo.

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Sul creazionismo, in realtà, la situazione è più complicata e c’è chi ha provato addirittura a sintetizzarlo con l’evoluzionismo, creando correnti come l’ortogenesi, il creazionismo evolutivo o la “Big History”. Ma forse ne riparlerò in futuro.

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3 pensieri su “Scienza e Tecnologia all’inizio del secolo.

  1. Interessante: il “rigetto” della Scienza che è avvenuto durante la crisi economica degli anni ’30 somiglia molto a quello che sta avvenendo adesso, sotto una dura crisi economica.
    Troppo simile per essere un caso, credo.

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  2. “Light 2013”, l’edizione italiana della “Researcher’s Night” europea, si terrà il 27 settembre, dalle 17 alla 1 di notte a al Planetario e Museo della Civiltà Romana dell’Eur a Roma e a Napoli alla Città della scienza. Ci vado di sicuro, è molto stimolante e mi incuriosisce sempre.

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