Fear Factory – Demanufacture (1995, Roadrunner Records)

Normalmente su questo blog pubblico solo album nuovi e non classici, ma per questa volta farò un’eccezione.

Dopo la pubblicazione di Soul of a New Machine, i Fear Factory divengono popolari nell’ambiente underground, al punto che Igor Cavalera dei Sepultura li definisce “il futuro del death metal”. Nonostante non riscontrano però un discreto successo al di là di questa nicchia, il gruppo si stabilisce fra i pionieri e principali interpreti di una nuova concezione di metal estremo.

Il secondo album studio, realizzato dopo aver fatto entrare nella formazione il bassista belga Christian Olde Wolbers (che comunque non fa in tempo a contribuire molto al songwriting ed in alcuni brani viene sostituito da Dino Cazares), è l’influente e storico Demanufacture. Esso è ispirato dal film The Terminator e descrive, sia liricamente che musicalmente, una inquietante e distopica società futura in cui le macchine hanno preso il sopravvento sull’umanità; solo un uomo (il protagonista del concept) si ribella al corrotto governo tecnocratico che regola e scandisce le attività del mondo, come in una sorta di cyber-luddismo.
La sua però è una battaglia destinata a fallire: ciò che i Fear Factory descrivono è un futuro disumano proprio per l’intrinseca debolezza degli uomini, ormai alienati e schiavi dell’artificiosità, che dipendono dalle macchine al punto da diventare essi stessi componenti subordinate del sistema senza più poter far emergere la propria introspezione. Ed è la coerenza musicale con questo messaggio a rendere efficaci le innovazioni sonore di Demanufacture.

L’introduzione dell’album viene affidata ai battiti precisi e martellanti della titletrack, accompagnati da riff secchi e taglienti, campionamenti elettronici corrosivi ed una voce inizialmente statica e melodica che diviene poi aggressiva e quasi ruggita – al contrario, nell’ancor più dura Self Bias Resistor la voce è inizialmente feroce per poi diventare molto melodica durante le sfuriate del chorus.

Pesantissimo, “robotico” ma anche fortemente melodico, l’album vede un deciso e significativo sviluppo del loro stile che si distacca dalle radici death metal per riallacciarsi ad una graffiante matrice del cosiddetto groove thrash metal (Pantera, Exhorder, i Sepultura di Chaos A.D.). I riff si fanno così meno marci e più bassi e cadenzati, come soprattutto nell’incalzante e meccanico industrial metal di Body Hammer, senza disdegnare aperture anche molto melodiche come nell’orecchiabile Replica o nella “leggera” Dog Day Sunrise (che però è una cover degli Head of David).
Ciò avviene pur mantenendo una componente fortemente aggressiva che viene esaltata dalla batteria martellante, micidiale di Raymond Herrera – svettano la brutale Zero Signal, il fantastico piglio ritmico di Flashpoint e nella caustica e incalzante Pisschrist.
Il tutto però è impregnato più che mai dell’industrial di Godflesh e Ministry, che rende le sonorità del disco particolarmente meccaniche e ossessive (in particolare nell’anthem quasi da discoteca spiazzante, ossessivo e futurista di New Breed, ma anche le atmosfere inquietanti della micidiale H-K Hunter Killer), soprattutto proprio nella batteria di Herrera che con precisione chirurgica esalta l’aspetto “disumanizzante” dei brani con la sua velocità e pulizia nelle percussioni, al punto che qualcuno sospettò si trattasse in realtà di una drum-machine (Raymond però effettivamente usa qualche trigger per mantenere il ritmo).

L’altro aspetto innovativo di questo connubio consiste nelle fondamentali aperture melodiche ed elettroniche, soprattutto nei ritornelli dove si formano contrasti fra le chitarre acide, la batteria ossessionante e la voce pulita di Bell; quest’ultimo si rivela versatile e seminale nell’andare oltre il consueto canto ruggito, di per sé derivato proprio dalle linee vocali di Justin Broadrick dei Godflesh, per interpretare anche sonorità melodiche e d’impatto.
Questa vena melodicizzante sarebbe stata poi influente per numerosi gruppi sia groove metal, come i Machine Head, che Swedish metal, come i Soilwork, nonché da gran parte del nu metal).
Il lato elettronico è invece appannaggio dell’ospite Reynor Diego, il cui contributo si esalta in particolare nella conclusiva A Therapy for Pain – una lenta e atmosferica digressione post-apocalittica, dove chitarre e batteria diventano lenti, cadenzati e appena accennati, se non svanendo proprio in secondo piano per lasciar spazio a patterns tastieristici angoscianti e alla voce malinconica.

Il risultato è un connubio tanto fulminante quanto d’avanguardia fra il metal estremo ed il mondo industriale, disumanizzato dal forte impiego di tecniche come il palm muting o il doppio pedale, ma soprattutto dall’attitudine imponente e meccanica trasposta nel songwriting, essenziale per rendere appieno l’idea della distopia tecnologica descritta dal gruppo, nonché per massimizzare l’atmosfera angosciante del concept.
Colin Richardson, già produttore del precedente Soul of a New Machine, venne allontanato in corso d’opera dal lavoro di supporto al gruppo perché in disaccordo con gli obiettivi prefissatisi dalla band (voleva accentuare il lato chitarristico e dare meno spazio a quello elettronico), che così chiamò Greg Reely e Rhys Fulber a collaborare.

Siamo ormai entrati nell’epoca post-thrash, termine ombrello che verrà applicato a numerosi gruppi che avevano in comune elementi thrash e/o groove thrash abbinati alle tendenze più disparate (come Sepultura, Nevermore, Strapping Young Lad, Meshuggah, il groove metal stesso ecc.), ad esemplificare le innovazioni di gruppi metal estremi che hanno saputo guardare oltre i precedenti canoni smontandoli e ricombinandoli seguendo schemi sempre nuovi e diversi, quando non seguendoli proprio. I Fear Factory, diventando gli alfieri del lato industriale del metal, rientrano a pieno titolo fra le punte di diamante di quest’opera di demanufattura e riassemblamento, è proprio il caso di dirlo.

(recensione pubblicata anche qui)

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