Si vis pacem…

*AVVISO* l’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale, vedere in fondo.

Da un po’ di tempo è in corso un dibattito riguardo l’acquisto dei caccia stealth Lockheed Martin F-35.
L’ultima fonte di polemiche è stata la dichiarazione del ministro della difesa Mauro, secondo il quale “per amare la pace, bisogna armare la pace”.
Il principio è valido fin dalla notte dei tempi e difficilmente in futuro non lo sarà più, ma ciò non vuol dire automaticamente che l’acquisto degli F-35 sia realmente necessario.

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Saltiamo ora tutte le questioni di natura contrattuale sul fatto che si possa/debba o meno adempiere a dei precisi obblighi (principalmente perché non ne sono informato bene e poi anche perché anche se fosse tutto bloccato, ci si sarebbe dovuto pensare prima, quindi ora esulano dal discorso).

Saltiamo anche la questione del “dare posti di lavoro con la sua costruzione”, che sarebbe un effetto circoscritto.

Chi sostiene la bontà del proseguire nell’acquisto, vede essenzialmente prima di tutto un grosso vantaggio, quello della superiore tecnologia dispiegata in un confronto con un ipotetico nemico magari anche più bellicoso ma certamente più arretrato (e quindi, in teoria, destinato a soccombere).
In linea di principio, un esercito di cavalieri in cotta di maglia avrà sempre ragione su dei miliziani con forconi e bastoni, così come un esercito di fucilieri decreterà la fine della cavalleria pesante come nucleo militare, la mitragliatrice zittirà un sacco di fucilieri e il carro armato zittirà la mitragliatrice. Ragionamento lineare secondo storia che non fa una grinza.

Fra i molti che sostengono questa tesi, complice anche le rappresentazioni ludiche per il consumo di massa (film, videogiochi ecc.), l’idea di un conflitto armato è però quella di un grosso casino dove imponenti masse di uomini e mezzi, parte di grandi eserciti di superpotenze mondiali o alleanze di potenze, se ne danno di santa ragione in maniera sovrapposta, sfruttando di volta in volta il semplice numero, la potenza di fuoco o la mobilità. Una vera e propria Grande Guerra.

Diciamo che si tratta di una banalizzazione di quanto avvenne nella Seconda guerra mondiale, anche se l’idea di Grande Guerra nasce con la Prima (che era anzi la grande guerra per antonomasia, ma era un conflitto di posizione molto diverso); la rappresentazione di questo mega-conflitto (ulteriore) ha attecchito soprattutto durante il periodo della guerra fredda quando ci si chiedeva cosa accadrebbe (o sarebbe successo se) in caso di guerra fra la NATO e il Patto di Varsavia, in caso di Terza guerra mondiale.

I deputati del M5S che hanno mostrato in parlamento foto di scene di guerra per dissuadere dall’acquisto hanno in realtà ottenuto l’effetto opposto, rafforzando nei pro-acquisto la convinzione che l’armamento superiore serva per evitare che tali scene capitino a noi piuttosto che ad un fantomatico aggressore.

In realtà però il passare degli anni muta di molto il volto delle guerre, sia per le forze che vi si dispiegano direttamente sia per quanto riguarda tutto ciò che c’è attorno.
Le guerre attuali non si combattono come si combattè la ww2, che già era profondamente diversa dalla ww1 la quale a sua volta era tutta un’altra storia rispetto alle guerre immediatamente precedenti e così via.

Le attuali potenze al giorno d’oggi fanno maggiormente affidamento su eserciti professionali altamente addestrati e specializzati, con armamenti avanzati e particolare enfasi sulla preparazione logistica ed il dominio strategico, oltre che un’etica di confronto basata sul preservare le proprie risorse piuttosto che sull’annientare quelle altrui.
Ciò è dovuto anche e soprattutto per l’accresciuto potere distruttivo: basta molto meno oggi per causare le stesse distruzioni di ieri, con conseguenti decimazioni fra le ipotetiche mega armate tirate a lucido e fatte sfilare in parata, oltre che annientamenti indesiderati di industrie, risorse, centri produttivi, strutture economiche.

Anche per questo le nazioni abbaiano un sacco per l’influenza geopolitica: dato che si vogliono avere le condizioni necessarie per ridurre al minimo le perdite, i terremoti economici e tutto il dispendio di risorse previsto, è più importante avere una base aerea o una nazione alleata nel punto giusto, piuttosto che fare i carri armati più grossi o sbandierare l’esercito di terra più numeroso (a parte il fattore psicologico ma è un altro discorso).

February 22nd, 2011 @ 21:58:58

La politica internazionale degli Stati Uniti sembra un incoerente volersi solo accaparrare risorse materiali preziose, ma in realtà le mosse compiute tenderebbero tutte anche ad accerchiare dei potenziali nemici, o comunque qualcuno nella cui agenda gli USA non sono esattamente alla voce “migliori amici”.
In sintesi, così vediamo che il Giappone, Okinawa, Guam e Taiwan sono soprattutto delle portaerei naturali in caso di conflitti locali (un Cina decisa ad annettersi Taiwan, o una Corea del Nord pronta a reinvadere il Sud); la missione in Afghanistan è anche un modo per controllare degli alleati infidi (il Pakistan?) e piazzare dei punti di controllo in un’area in cui altri rivali potrebbero estendere la loro influenza (Iran, Russia e di nuovo Cina); l’Iraq nel suo fallimento operativo è stato però un’importante testa di ponte in caso di conflitto con l’Iran (che era visto come pericoloso già da molto prima e con il quale la tensione raggiunse l’apice soprattutto nella metà del decennio appena passato) e per controllare una zona che è una vera polveriera dato che se lasciata a sé stessa si frammenterebbe politicamente in una miriade di tribù e fazioni ostili fra loro, rendendo il territorio facile preda di altre potenze (come rischia di avvenire in Siria e come rischierebbe di avvenire in Iraq senza un presidio amico).

Ora, sarebbe improponibile nonché immensamente dispendioso e sanguinoso controllare tutto ciò, e prepararsi ad un’eventuale grande guerra, con i mezzi convenzionali.
Bombardieri stealth, missili strategici e sottomarini nucleari non sono stati sviluppati tanto per far figo; la superiorità aerea a lungo raggio non è preferita al dogfight perché i piloti da caccia sono tutti vigliacchi; le portaerei non hanno reso obsolete gran parte delle vecchie navi perché così sarebbe stato più romantico immaginarsi Capitan Harlock a bordo della Yamato.

C’è poi l’impatto sull’opinione pubblica: non esistendo più la propaganda goebbelsiana né la minaccia delle guardie rosse a tenere buoni e in ordine i cittadini, i casini interni assieme alle perdite fra i militari possono far perdere per semplice dissenso una guerra che un tempo sarebbe stata considerata “vinta” (Vietnam anyone?), questo fattore è molto influente al giorno d’oggi e nessun politico si permetterebbe alla leggera di accollarsi la responsabilità di spiegare alla nazione che i propri ragazzi dovranno andare tutti al macello contro mezzo mondo.

Apparentemente gli F-35 sembrano rispondere appieno alla richiesta di un’arma molto tecnologica per forze molto specializzate che condurrebbero operazioni avanzate e chirurgiche, risparmiando così molta “carne da cannone”.
In realtà alla luce delle caratteristiche dell’aereo scopriamo che non è affatto così: con un costo unitario attuale di circa 150 milioni di $ a velivolo per la versione più economica, quasi 200 per quella più costosa, senza contare le spese di sviluppo per tutto il progetto, l’aereo con tutti i suoi accessori, gadgets e comfort ipertecnologici si configura non come uno specialista per operazioni avanzate, ma come l’apice di potenza di un esercito che fa affidamento sulla forza bruta, quindi teoricamente adatto ad un feroce scontro fra grandi schieramenti come in un conflitto “tradizionale”.

Ma quale conflitto di questo tipo potrebbe coinvolgere l’Italia? Il massimo a cui potremmo contribuire è il supporto aereo per zone ristrette, come in Libia, o in Kosovo. Chi fantastica di surreali battaglie contro non meglio specificati grandi nemici (magari del calibro di una Russia) o è ingenuo o in mala fede.

Per adempiere a missioni contro obiettivi di un nuovo ipotetico Gheddafi non serve avere le telecamerine che ti fanno comparire il pop-up sul visore se hai un nemico dietro, o la macchinetta del caffé nell’abitacolo: bastano gli ancora efficienti e raffinati caccia di quarta generazione, molto più economici e affidabili, aggiornandoli con l’elettronica e migliorando la logistica di supporto (forse già quelli di quarta generazione e mezza, come gli Eurofighter, sono forse stati di un costo eccessivo rispetto alle migliorie nei progetti).

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Per i conflitti che ci sono stati fino ad ora, infatti, non si sono sviluppati mezzi più grandi e potenti, ma li si sono migliorati e vi si sono abbinate armi di piccole dimensioni più avanzate e novità tecnologiche in senso generale (i droni).
Questo soprattutto per contenere i costi: con la fine della guerra fredda, per un bel po’ non ha avuto per niente senso costruire veicoli più grossi e costosi quando con ciò di cui già disponevi potevi tranquillamente annientare le forze dei paesi con cui eri entrato in attrito. Non servivano neanche grandi numeri in realtà: i contributi di una coalizione bastano ad isolare un paese molto più piccolo e povero di mezzi.
Americani e inglesi per esempio non hanno sviluppato dei massicci mammoth tank da videogioco, preferendo piuttosto aggiornare e perfezionare i loro già collaudati Abrams e Challenger.

Ed è qui che troviamo subito una enorme tegola sull’F-35: esso era in principio un progetto nato per abbattere i costi, delegando più funzioni ad un unico velivolo adattabile in varie versioni. Ma problemi in fase di sviluppo, soprattutto di affidabilità, ne hanno fatto lievitare i costi in maniera assurda, nullificando l’intento iniziale.
L’F-35, quindi, è un costo ingiustificatamente alto ed inutile per gli scenari di questo periodo. Inoltre, le difficoltà riscontrate nelle ultime guerre a causa della guerriglia, dei militanti nascosti nelle montagne, degli attentati e della resistenza fanatica, hanno mostrato che è facile annientare le industrie e i mezzi armati con poco, ma che poi si dovrà fare affidamento su di forze di terra stabili che presidino il territorio, ed in quest’ottica diventa totalmente superfluo l’impiego di un super-caccia come un F-35: non ci puoi fare letteralmente nulla.

Può avere uno scopo possederlo solamente, per gli americani, come punta di diamante in caso di conflitto su vasta scala con una grande potenza (ma in realtà non è neanche il non-plus-ultra dell’aviazione americana: tale palma parrebbe appartenere ancora all’F-22, i cui progetti sono segretissimi ed è veramente un mezzo d’élite per prestazioni e diffusione, e mi pare costi anche meno).

(prosegue a pagina 2)

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3 pensieri su “Si vis pacem…

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