Vade retro, carnem! (cap. 1)

Ci risiamo.
La pagina fb “Scienza di confine” non si smentisce ancora e continua a contribuire alla condivisione di sparate che rasentano il surreale.

Questa volta si diverte a sostenere che i nobili del passato fossero decimati dal cancro causato dalla carne. Si tratta di uno dei topòi ricorrenti degli alternativi che fanno un tutt’uno con le teorie vegane che criminalizzano il consumo di carne mettendo assieme alcune considerazioni salutari relativamente giuste, faziosismi ideologici raffazzonati alla bell’è meglio (la borghesia capitalista con le lobby dell’allevamento e le teorie darwiniane e l’antropocentrismo e lo specismo e sbroc vari) e veri e propri “parti creativi”.
Il risultato è per l’appunto spesso un mare di stro… di corbellerie.

Ed è un argomento talmente diffuso che ne riparlerò sicuramente in futuro. Anzi, sto già preparando un altro articoletto sempre incentrato sulle polemiche relative al consumo di carne.

Ma per il momento andiamo a vedere cosa quei simpaticoni degli scienzaconfinisti si sono presi la briga di ripetere a pappagallo dopo averlo sentito dall’amico del cuginetto che si è inserito l’acronimo “Veg” o “ALF” nel nome su Facebook:

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Nei secoli scorsi, il cancro veniva chiamato putredine reale, in quanto colpiva regolarmente solo i re e le persone che gli stavano intorno, tutti accomunati dalla bruttissima abitudine di cibarsi con la carne dei propri cavalli azzoppati, dei buoi che tenevano nelle stalle reali, della selvaggina che perseguitavano nelle loro battute di caccia, ovvero delle proteine nobili contenute nel sangue altrui.

Possiamo già ritrovare due forti imprecisioni: la prima era che il cancro colpisse solo re & cortigiani. Eppure il termine stesso viene dal greco karkinos, perché già ai tempi di Ippocrate venivano osservate formazioni (alla mammella) a forma di granchio, senza distinzioni di provenienza del malato. Un po’ di ripassata della storia del cancro non guasterebbe, visto che si è trattato fin da subito di un male popolare, documentatissimo sia nelle fonti letterarie che nell’arte.

La seconda riguarda la “putredine reale”: tralasciando che riguardo questo nome preciso facendo una ricerca superficiale non riesco a trovare alcuna fonte se non i siti vegan che lamentano questa storia, quello che era un male notoriamente dei re e dei ricchi (e che infatti veniva chiamata “malattia dei re”) era la gotta. Che beninteso non c’entra nulla con il cancro, consiste in accumuli di cristalli di acido urico nei piedi per via di alterazioni del normale metabolismo.
In questo caso l’associazione con la dieta fu presupposta perché i re mangiavano quantità enormi di carni rosse e vino, anzi erano gli unici che potevano farne belle scorpacciate, e spesso tralasciavano il resto. Chiaramente non è responsabilità della carne di per sé: infatti ciò interferirebbe con il metabolismo perché la carne in quantità eccessiva comporterebbe un assorbimento abnorme di purine (da cui deriva l’acido urico), mentre la carenza del resto ridurrebbe l’apporto di sostanze utili (per esempio le vitamine).
Accusare la carne per questo sarebbe come accusare che la soia in realtà fa molto male perché i suoi flavonoidi possono causare il gozzo e si avrebbero alcuni deficit: ma non avrebbe senso perché è un discorso che vale quando mangi sempre a pranzo e a cena soia, è questione di scorretto stile di vita, non della nocività intrinseca di un alimento.

In realtà pare però che l’alimentazione incida in misura marginale sulla gotta: sono state infatti accertate predisposizioni genetiche per quanto riguarda la gotta definita primaria, e sappiamo di come il pool genico della classe aristocratica fosse abbastanza ristretto e… aristocratico, per l’appunto. C’è poi la gotta secondaria, in questo caso il metabolismo dell’acido urico alterato è dovuto principalmente a disfunzioni dei reni dovute a patologie già in corso.
Mangiare troppa carne sarebbe come versare acqua sul bagnato, insensata l’accusa.

Sugli effetti deleteri associati al consumo di carne (che ci sono, comunque) ne riparleremo a breve, ad ogni modo.

Curioso notare che così come Ippocrate chiamava la gotta “artrite dei ricchi”, ce n’era anche una tipica dei poveri (i reumatismi).

La popolazione modesta e plebea doveva accontentarsi delle verdure, della poca frutta e dei cereali che coltivava nei campi. Ma tutto il male non veniva per nuocere, e i contadini vivevano sani e a lungo, mentre i reali continuavano ad essere salassati dalla putredine reale, ovvero dal cancro.

Come-come-cosa?
I contadini vivevano sani e a lungo?

Ma qui siamo nel mondo della fantasia proprio.

Solo cento anni fa l’aspettativa di vita media era molto più bassa, malnutrizione e e malattie decimavano la popolazione, soprattutto in periodi come il medioevo la povera gente faceva la fame.

Nossignori, ai tempi delle pestilenze, delle carestie, dei “rimedi naturali” consistenti in intrugli supposti magici o invocazioni della madonnina della febbre, del continuo rischio di essere assaliti da briganti o di essere sul cammino di marcia di un esercito invasore, delle epidemie contagiose, della povertà, del non poter disporre di cibo in quantità e a prezzi modici, dello scorbuto e del rachitismo, i ceti meno abbienti non campavano più di tanto.

Ma voi guardate con nostalgia a queste presunte età auree. Senza rendervi conto del benessere di cui disponete e che vi consente di giocare ai piccoli rivoluzionari che danno addosso a prescindere al sistema.

Non è tanto vero che si stava meglio quando si stava peggio ed il CocaCola Index un po’ ci piglia.

Rendetevi conto delle sciagurataggini che andate proferendo.

Oppure siate coerenti, e rinunciate a tutta la tecnologia e i comfort che sfruttate, per vivere veramente come un tempo si viveva, senza riscaldamento, senza cure mediche, senza vaccini, senza scatolette, senza supermercati, senza dietine e senza palestra con le attrezzature (se non la vanga e la zappa). Non dico fare una vita alla Bear Grylls senza la truppa di supporto, basta fare un bel po’ di rinunce in accordo con la vita che facevano coloro che riteneste vivessero (ironicamente) da gran signori.
Vi accorgerete che invecchierete più in fretta e avrete qualche disturbo in più rispetto ad ora.

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Quando la Rivoluzione Francese cominciò a portare i sangue blu sul palco della ghigliottina, la borghesia e poi anche il popolo più umile vollero acquisire tutti i diritti, includendo le abitudini più nefaste, come quella di insozzare di sangue e di interiora i propri piatti, le proprie posate, le proprie tavole.

E fu così che la putredine reale, il cancro dei re e dell’aristocrazia dal sangue blu, divenne putredine popolare, e cominciò a mietere sempre più vittime tra la popolazione mondiale.

Fino a quando voi non l’avete sentito raccontare da qualche bizzarro figuro dalle idee confuse e l’avete voluto propagandare senza avere la minima cognizione di causa riguardo ciò che dite e leggete.

Purtroppo la Rivoluzione Francese ha avuto l’effetto di permettere anche a cialtroni come voi di spararne quante ne volete e trovare pure chi vi da retta.
Ma è uno degli effetti collaterali della democrazia che si possono benissimo sopportare visti invece i benefici, come per molte medicine.

Ci vediamo a breve.

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5 pensieri su “Vade retro, carnem! (cap. 1)

  1. Secondo me i coglioni sparano più merda di quanta tu ne possa mai spalare, quindi il tuo sforzo è vano. Però capisco l’impulso: non potendo stiacciarli con lo stiacciasassi, almeno lo fai con una vulgar display of QI.

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  2. Brrrrrrrrrrrr che schifo , sono andato avanti nella lettura per alcune pagine… poi sono corso in bagno a vomitare!!!
    Il “complottismo” è la preoccupazione più grande dell’autore di tutte queste scritture , che hanno lo scopo di difendere sempre, comunque e a prescindere “l’autorità costituita”.
    bye bye me ne vo

    Rispondi

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