Dark Tranquillity – Construct

https://i0.wp.com/www.metalinjection.net/wp-content/uploads/2013/05/Dark_Tranquillity-Construct-Frontal.jpg

Il nuovo album dei Dark Tranquillity si intitola Construct ed è anticipato dalla dipartita di Daniel Antonnson, il bassista subentrato a Nicklasson per le registrazioni del precedente We Are the Void. Al suo posto ritorna al basso dopo il 1999 Martin Henriksson, comunque presente anche nella chitarra ritmica.

L’album segna un quasi improvviso recap nella carriera del gruppo. Forse anche per rispondere alla povertà di idee espresse con il disco precedente e alla tendenza ad assestarsi su dei fondamentali comuni nell’ultimo decennio di full-lenghts, gli svedesi decidono di rispolverare e rimescolare diverse attitudini esplorate nel corso della loro carriera. Quelle che risaltano di più sono senza dubbio quelle provenienti dai famigerati “dischi di metà carriera”, ovvero Projector ed in parte Haven, dai quali emergono in maniera più preponderante che mai alcuni spunti gotici e melodici molto presenti nel songwriting, in parte nei soundscape atmosferici realizzati con gli strumenti e nelle digressioni più tenui. Non c’è però il costante ricorso alla voce pulita del primo e all’elettronica del secondo, lasciandoli come complementi di un disco fondamentalmente sempre legato al consueto trinomio chitarra-basso-batteria; è però evidente il tocco di Brandstrom in diversi arrangiamenti, molto melodic-oriented soprattutto nella struttura.
Il lavoro riprende qualcosa anche dai primi album, soprattutto nella prima parte del disco dove ritroviamo molti spunti veloci e graffianti come nello stile degli esordi (ma senza sfociare nell’imponenza di un The Gallery, preferendo invece un approccio più oscuro e a volte cadenzato).
Questo apparente ritorno al passato suona paradossalmente molto più fresco, originale e creativo, dato che la fusione delle due anime riesce senza stonare e che ciò introduce molti più spunti e molta più varietà rispetto a We Are the Void, oltre che risultare un’inversione della tendenza stilistica che si era venuta a consolidare a partire da Damage Done.

Parte della critica ha accolto con scarso entusiasmo il disco, trovandolo ugualmente piatto. In realtà Construct lancia effettivamente idee, riff e giochi melodici, non suonando piatto ma anzi più ispirato e fresco di quanto possa sembrare; ciò che ha deluso è più che altro il suo approccio “rallentato”, alla lunga non molto coinvolgente. L’album difatti manca anche di grandi hit trascinanti e di picchi che rimangono impressi nella mente, risultando da questo punto di vista deludente rispetto ad un Fiction (manieristico, ma strapieno di pezzi coinvolgenti) o ad un Damage Done (ricchissimo di melodie d’impatto e trascinanti), quelli che sembrano essere i due dischi ricordati maggiormente con nostalgia. In questo senso è comprensibile la ricezione negativa dell’album, anche se in questa sede ci allineiamo con chi l’ha recepito con più ottimismo e piacevole constatazione del variare il discorso.
Per contro Construct si assesta anche su di un unicuum compatto ed omogeneo raramente scadendo in momenti compositivamente sottotono.

La prima parte dell’album è tendenzialmente più vicina alla particolare e personale varietà di melodic death metal che i Dark Tranquillity avevano introdotto nei primi album, rinnovandola con piccoli giochi elettronici e preferendo un approccio più immediato e atmosferico agli eleganti intrecci e duelli chitarristici che alle volte si potevano incontrare.

L’iniziale For Broken Words è un aggiornamento ed ammodernamento di stilemi passati, con riff ronzanti e atmosfere cupe che si riallacciano ai primi due album, coadiuvati da arpeggi clean malinconici che non avrebbero stonato su The Mind’s I e piccole digressioni in mid-tempo che si riallacciano leggermente agli intermezzi più calmi di Haven (ma con meno elettronica, che comunque puntella gli arrangiamenti come ciliegina sulla torta).
Gli umori sono abbastanza cupi, si nota che gli svedesi giocano più sull’atmosfericità che sull’approccio d’impatto (pur non rinunciando a riff taglianti e a una batteria incalzante), l’aver scelto una traccia del genere come opening invece di qualcosa di molto più scatenato scopre immediatamente le carte.
The Science of Noise prosegue su questi binari, sfociando in un vero e proprio tuffo nel passato mescolando ai riff thrashy a la Character delle chitarre ronzanti in stile Skydancer, soprattutto da metà brano in poi. Gli umori sono molto cupi e a tratti alienanti, a parte che nel melodicissimo tapping dell’assolo.
Veniamo ora al primo singolo, Uniformity, mandato avanti principalmente da piacevoli tastiere melodiche ed atmosfere dark-wave, sfociando in una power-ballad che si riallaccia questa volta a Projector, ma con un atteggiamento più cavernoso spezzato dal canto pulito di Stanne nel ritornello dolceamaro, un contrasto generato anche da alcuni riff magmatici e spettrali nel pre-chorus. Risulterà di sicuro un brano controverso, dato che gli ascoltatori più legati al metal duro potrebbero schifarlo.
La successiva The Silence in Between inizia ricordando un po’ troppo gli Amorphis, per poi trasformarsi in un orecchiabile punto d’incontro fra l’impeto veloce ed aggressivo dei primi Dark Tranquillity e alcune strutturazioni chitarristiche melodiche più vicine ad Haven.
Apathetic in tutto e per tutto sembra uscita da The Mind’s I, difatti il songwriting è il medesimo, con tanto di attacco thrashy iniziale su sfondo di chords. Suona troppo di già sentito, però è abbastanza veloce e d’impatto.

La seconda parte dell’album è invece quella più “gotica”, sia per quanto riguarda il contorno atmosferico/elettronico, sia per le composizioni chitarristiche, che coniugano sapientemente melodia, oscurità e aggressività anche nei momenti più prevedibili e un po’ manieristici, sfruttando la cura certosina riposta dal gruppo in fase di arrangiamento.

Veniamo ora all’altro brano più controverso, What Only You Know, un pezzo melodicissimo con riff goticheggianti relativamente morbidi, melodie intense e romantiche, ritornello irresistibile e dal retrogusto malinconico, intermezzi attenuati dove le chitarre svaniscono per lasciar spazio di nuovo alla voce pulita e ad arpeggi melodici di supporto; lo stile compositivo emerge direttamente da Haven ma come sempre con meno elettronica rispetto al disco del 2000; è un brano emozionante che potrà schifare i puristi del lato più duro del gruppo oppure risultare la perla melodica dell’album.
Endtime Hearts rimescola le digressioni melodiche di Haven con parti più aggressive, risultando molto orecchiabile ma meno trascinante ed emozionante del precedente brano, in alcuni casi sembrando anzi un derivato dei gruppi goth melodici nordici. L’assolo intenso la salva comunque dal risultare un po’ piatta.
Una delle canzoni migliori è sicuramente State of Trust, che inizia con un riff inquietante per poi evolversi in un intrigante connubio fra dark-wave soffusa e malinconica, goth metal bruciante e lievi spruzzi di elettronica che suonano un po’ prevedibili ma amplificano l’atmosfera. Risulta particolarmente efficace il contrasto fra i refrain in voce pulita di Stanne e i chorus dove quest’ultima si rimescola ad un growl/scream aggressivo, salvo poi lasciar sfociare tutto in un soffuso electro-goth retto da linee vocali deliziosamente pop/dark nell’intermezzo dopo metà brano.
Per contro Weight of the End è molto più chitarristica, riff groovy dalla corda a vuoto (già visti in alcuni casi su Fiction), bridge vagamente industrialoidi, nuovamente i riff ronzanti nel sottofondo del ritornello che si riallacciano all’inizio del disco e pregevoli spunti melodici che sanno leggermente d’accademismo ma conferiscono un tocco di classe.
None Becoming è infine la consueta traccia di chiusura che enfatizza malinconia, effettistica ed imponenza sonora, sfociando alcuni degli spunti sonori più efficaci dell’album e mantenendo sempre una sensazione inquietante di conclusione di sottofondo.

Fin da subito è presente anche due bonus tracks: la bruciante Immemorial consistente in un efficace pezzo goth dove si mettono in luce in particolar modo le melodie portanti (più vicine alla tradizione di melodic death metal cupo di metà anni ’90), la chitarra acustica nascosta e l’assolo; e la strumentale Photon Dreams, dal sapore decadente e allucinogeno, anche se un po’ monotona.

In definitiva un disco ben scritto, pregevolmente arrangiato e con diversi spunti melodici molto interessanti, un po’ di mestiere (ma è naturale) e che probabilmente deluderà chi cercava la collezione di hit trascinanti, ma che consideriamo una gradita variazione di tono rispetto ad una fossilizzazione sulle coordinate dei precedenti album.
A quando un disco con sola voce pulita oppure a la Host dei Paradise Lost?

voto: 6.5/7

(link alla recensione su Rockline)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...