My Bloody Valentine – m b v

L’improvviso ritorno dei My Bloody Valentine, a 21 anni dall’ultimo storico album Loveless, è l’ultimo di una lunga serie di ritorni negli ultimi tempi (su tutti Swans e Dead Can Dance).

Intitolato semplicemente mbv, la scelta del titolo sembra riflettere il profondo legame con il passato del gruppo, ad indicare che questo disco è essenzialmente ciò che i My Bloody Valentine sono stati.
A
voler essere pignoli
durante l’ascolto in realtà filtra qualche leggera influenza indie ed electro-pop, con maggior presenta di sintetizzatori al posto della vena psichedelica che permeava i loro album; ma effettivamente ciò che principalmente i My Bloody Valentine tentano di rievocare è quella corposa stratificazione di muri sonori su cui adagiare nenie oniriche allucinogene e armonie corrosive, come a ribadire quale fosse l’epoca d’oro dello shoegaze. Apparentemente nato da una costola di Loveless, è in realtà con Isn’t Anything che vi sono i maggiori punti di contatto nella forma di composizioni più grezze ed estenuanti, di un’economia generale più omogenea e di un approccio più diretto.

Sfortunatamente mbv non riesce a ricreare affatto né le ipnotiche (e alla lunga psicologicamente mesmerizzanti) atmosfere surreali di un tempo né la costante ricerca della sperimentazione melodica, timbrica ed effettistica che li ha inseriti nella storia del rock, esprimendosi nella forma di un noise rock prolisso e poco incisivo. Anzi, il sound si fa molto più monotono e meno penetrante, difettando dei guizzi più creativi e delle melodie indovinate che resero grandi i loro album (ed in particolare Loveless).
La cosa peggiore è che il tutto viene dilatato, diluito ed esasperato con l’intento di suonare alienante e minimalista, ma finendo solo per suonare estremamente ripetitivo, monotono e alla lunga noioso e poco interessante.
Pochi i guizzi melodici degni di nota, quasi impalpabili i giochi vocali che mancano del minimo spessore, quasi nessun valido contrappunto chitarristico, la costante dell’album è l’immobilismo sonoro. Una nota “positiva” è che non esistono riempitivi nell’album, ma andrebbe notato che ciò sussiste solo perché l’album stesso è di per sè un riempitivo dall’inizio alla fine…

Non vale la pena di analizzare dettagliatamente i brani a meno di essere dei gran fan del gruppo: se pezzi come le iniziali She Found Now o Only Tomorrow sembrano a tutti gli effetti delle b-sides di Loveless, l’episodio più “fuori dagli schemi” e riuscito è rappresentato da New You, con un minimo di caratterizzazione melodica “regolare” e ritmiche incalzanti che sembrano quasi stonare nell’album; peccato che risulti in definitiva solo come una divagazione un po’ più pop dei cliché del disco che comunque l’impregnano. Altri spunti interessanti si potrebbero trovare nelle distorsioni di contorno della intensa In Another Way e della conclusiva Wonder 2, quest’ultima che fra l’altro prende in prestito le ritmiche del jungle mescolandole all’impianto del disco (sperando che a qualcuno non suoni per questo avanguardistica), o nelle colate di magma chitarristico di Who Sees You, quasi un discreto recupero delle basi noise degli anni ’80: ma a che scopo scrivere pezzi tali dopo oltre due decenni di distanza?
Il fondo dell’album è invece rappresentato da Is This and Yes (praticamente 5 minuti di sole tastierine pseudo-oniriche e voce sospirata di Bilinda, ripetute fino allo sfinimento) e da Nothing Is (un ostinato ossessivo che avrebbe potuto avere un senso come breve intermezzo noisy, ma che prolungato fino a 3 minuti pare più essere una sperimentazione sonora atta a coniugare impressionismo e orchite).

Successivamente all’album, che già alcuni sperano si tratti solo di un grosso scherzo da parte di Kevin Shields, vengono pubblicate però alcune recensioni entusiastiche di parte della critica, con valutazioni che sembrano quasi sfidare quelle dei passati capolavori e commenti molto ottimistici che azzardano parlare di “sperimentazione” e “musica selvaggia e indisciplinata”. Si ascoltassero piuttosto i recenti Occult Rock o The Seer, per avere un paio di esempi di risultati migliori e più selvaggi pur minati da prolissità e ripetitività, oppure i King Tears Bat Trip per avere qualcosa di veramente sperimentale pubblicato da non molto.
Per il resto noi nel descrivere m b v preferiamo accostarlo come metafora a quello di un grosso oggetto elastico di forma sferica.

(link alla recensione)

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