Katatonia – Dead End Kings

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Dopo tre anni ritornano i Katatonia con il loro nuovo album Dead End Kings, buon seguito ed ideale  proseguimento degli ultimi dischi, Night Is the New Day e The Great Cold Distance, dei quali è  emanazione diretta, senza svolte come era anche lecito aspettarsi.

Rispetto all’ultimo, stilisticamente DEK si configura come una sua evoluzione più goth rock e meno  metal, soprattutto più slegata da quei marcati elementi doom che ogni tanto facevano capolino a  volte anche in maniera diretta: l’album tende ad essere un po’ meno “metal” (almeno sul piano  ritmico e atmosferico) per concentrarsi sul lato soft e “gotico”, a sua volta dal piglio  leggermente meno drammatico, più intimista e malinconico. In effetti in alcuni frangenti sembra  vengano ripescati certi elementi della parte centrale della carriera del gruppo – ma con l’ottica  attuale più disillusa e decadente che depressiva. La differenza principale risiede più che altro  nell’economia complessiva della tracklist, con canzoni un po’ più lineari e omogenee, anche se  priva dei picchi più emozionanti e diretti.

Eppure l’opening track, The Parting, sembra suggerire qualcosa di diverso, con i suoi riff  brucianti intervallati da digressioni melanconici di tastiera minimale, strings e batteria  cadenzata. Ricorda come struttura la precedente opening Forsaker, ma meno funerea. Ma addentrandosi  nell’ascolto, con pezzi ben caratterizzati come l’alienante Hypnone, la minimale e alternativa The  Racing Heart (uno dei più riusciti) o Leech con il suo contrasto dolceamaro fra melodia e oscurità,  si percepisce come gli elementi gotici siano più amalgamati e quelli metallici meno marcati e più  sfumati. Altri momenti, come il riuscito trip mentale di Undo You, sono totalmente extra-metal,  senza però porre le premesse per considerare i Katatonia in fase di “distacco” (analogo a quello di  altre formazioni un tempo metal) e mantenendo i legami con il loro retaggio.

Rispetto a TGCD invece, l’eredità maggiore è nei riff corposi e ribassati, ma l’attitudine nel  songwriting è palesemente più dipendente dagli umori crepuscolari di NITND.
Naturalmente è immediatamente riconoscibile l’impronta del gruppo svedese, con la sua  orecchiabilità oscura e la cura certosina riposta negli arrangiamenti, sempre suggestivi,  graffianti e molto ben curati. Parte delle atmosfere è merito anche della collaborazione  tastieristica di Frank Default, non preminente, ma un ottimo complemento alle sonorità che Renkse  (autore di quasi tutte le canzoni dell’album da solo) e Nystrom intendevano evocare. Il ruolo più  importante però è proprio quello di Renkse, sempre estremamente emozionale ed espressivo.
 
Il lato che forse delude un po’ è la mancanza di grossi sussulti, in parte per la mancanza di  sorprese (ma questo è accettabile, dopo 20 anni di carriera con già molti cambiamenti affrontati  durante il percorso), in parte per l’omogeinizzazione prima menzionata che ha come rovescio della  medaglia la tendenza a livellare le canzoni e appiattire i picchi. In particolare, nel tratto  finale del disco subentra un pizzico di ripetitività, che però non impedisce allo stesso di essere  nel complesso scorrevole e godibile… la chiusura affidata a Dead Letters è d’altronde ben  congegnata con il suo altalenarsi di riff rabbiosi e digressioni cupe, riepilogando la tensione  psicologica insita nell’album.

Il pezzo più debole è forse The One You Are Looking For Is Not Here (con backing vocals di Silje  Wergeland dei Gathering), molto catchy ma un po’ grossolano. Controverso è invece dare un parere su  Ambitions, che coniuga durezza decisa e trascinante, atmosfericità molto avvolgente ed elementi  elettronici suggestivi, ma minata da una intrinseca banalità nei singoli elementi messi assieme e  da un velato ricalco di brani già scritti in passato. Effettivamente, ogni tanto compare un minimo  di “dejavù”, come in Lethean che sembra una The Longest Year pt. II, ma fortunatamente ciò non è  mai incisivo.

In definitiva Dead End Kings è un album ben scritto di un gruppo maturo e spontaneo, che anche se  porta con sè dei difetti che gli impediscono di svettare fra le uscite dell’anno, rimane certo  portatore di quelle caratteristiche che non mancheranno di essere apprezzate da chi gradisce la  particolare, personale formula stilistica degli svedesi.

Precisiamo infine una cosa: se è vero che nel corso dell’ultimo decennio i Katatonia hanno avuto  qualche influenza (soprattutto sul piano ritmico) dai Tool, si tratta comunque di un elemento ben  amalgamato in uno stile molto personale e che (ormai?) non si può tanto estrapolare. Si dovrebbe  pertanto prendere con le pinze quei commenti, soprattutto del pubblico metal, che per quest’album  citano i Tool un po’ a caso come “ispirazione” dalle modalità non meglio specificate in non meglio  precisati punti, perché spesso si tratta più di un “sentito dire” senza tanti chiarimenti e che  rischia di sminuire una formazione fondamentalmente del tutto diversa dal progetto di Maynard James  Keenan.

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