Muse – The 2nd Law

Il ritorno dei Muse con The 2nd Law è un ridimensionamento quantitativo della magniloquenza pomposa espressa con The Resistance, quasi come una risposta allo stesso. Messe da parte le lunghe, epiche (e sbrodolate) composizioni orchestrate del predecessore, il trio inglese pare voler sfruttare la propria tendenza al barocchismo e al comporre melodie altamente radiofoniche per confezionare un campionario di brani molto più immediati e compatti.

Sebbene sia apprezzabile l’intento, purtroppo il ridimensionamento è come già detto quantitativo e non qualitativo: difatti il lavoro viene ancora una volta minato da un’eccessiva pomposità e da una certa disomogeneità nelle composizioni. Il risultato è un’emulazione confusa dei Queen anni ’80 filtrate con varie tendenze elettroniche contemporanee e citazioni senza tanta personalità di altri gruppi.

Diciamoci la verità: i Muse non sono innovativi, progressisti od eclettici; sono piuttosto sbrodolati, confusi, kitsch. In poche parole, tutto fumo e niente arrosto. Va però dato loro atto di avere una certa carica melodica e di avere la passione per le contaminazioni, sebbene il risultato delle stesse non sia dei migliori.

L’esordio viene affidato a Survival, con choirs pacchiani di sottofondo, acuti tronfi, batteria marziale e tastiere da spy-movie (sarebbe dovuta essere infatti inclusa nella colonna sonora dell’ultimo singolo di 007); non entusiasma e rapidamente finisce per suonare eccessiva. Inoltre “riprende” Kashmir dei Led Zeppelin, il motivo storico di 007 e il Bolero di Ravel, quasi sembra non far capire dove sia rievocazione e dove scopiazzatura, il risultato è un minestrone senza capo né coda, senza la benché minima classe da “rock opera”.
Ad essa fa da contraltare la minimale Madness, con elettronica ipnotica, chitarre lisergiche e ritmo molto più cadenzato; il risultato è insieme irritante e seducente in una maniera bizzarra, ma più che altro suona leggera rispetto alla opening. Ricorda il precedente brano Undisclosed Desires dopo averlo contaminato un po’ con r&b, David Bowie, George Michael e blues. Bellamy sostiene di averla composta dopo aver “combattuto” (?) con la sua (ex?) ragazza e resosi conto che la “dolce” metà aveva ragione. Ora, per The Resistance abbiamo un po’ chiuso un occhio sui testi, le idee strambe e le ispirazioni del buon Bellamy, però effettivamente a volte è un po’ strampalato. Ma è fatto così.
Il funk di Panic Station imita senza originalità Another One Bites the Dust, Prelude è solo un intermezzo sinfonico stucchevole, Survival (brano scelto come inno delle Olimpiadi del 2012) è l’apoteosi della ruffianeria e di essa si salva solo la sezione centrale con il tagliente assolo.
L’emozionante ed enfatica Follow Me, con le sue atmosfere “spaziali”, il ritornello incalzante e gli archi utilizzati come eleganti contrappunti piuttosto che come esagerazioni trionfali, è invece uno degli episodi più riusciti del disco. Animals riprende le influenze radioheadiane del gruppo, arricchite con un pizzico di vena bluesy, mettendo un po’ da parte il barocchismo precedente, e difatti suona molto più scorrevole e piacevole.
Explorers sembra una rivisitazione del precedente singolo Invincible, ed è anche abbastanza monotona e stucchevole con le sue melodie di melassa. Big Freeze invece è un tributo/imitazione (a seconda se il gruppo via stia simpatico o antipatico, visto che ormai c’è la tendenza a usare questo come discriminante nel sottile confine fra citazione e plagio) non molto caratterizzato agli U2.
Le successive Save Me e Liquid State sono composte e cantate da Wolstenholme: il primo è un brano molto dolce e melodico, con crescendi d’intensità nella batteria, che a tratti ricorda i Sigur Ròs e che forse è un po’ tirato per le lunghe; il secondo è un alt rock che sembra esplodere da un momento ma che non sprigiona più di tanta energia, mantenendo però una certa dose atmosferica.
La chiusura dell’album viene affidata a quella che sembra una titletrack in due parti (ma in realtà sono due canzoni distinte). Unsustainable è una sorta di mix fra parti sinfoniche e dubstep imitato grossolanamente. Se non fosse per l’autoindulgenza del gruppo negli arrangiamenti potrebbe avere del potenziale. La strumentale Isolated System strizza l’occhio allo space rock, ma lo annacqua al solito con le orchestrazioni e le tastierine, ed è anche abbastanza monotona. Aggiungiamo il fatto che ad un certo punto sembra esplodere per poi attenuarsi senza incisività per avere in conclusione un album che si chiude con pochezza e davvero poca inventiva.

(link alla recensione)

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