Archive – With Us Until You’re Dead

“Indefinibili” è forse la parola che riassume con maggior precisione gli Archive. Questo apparente paradosso in realtà, per chi ormai ha conosciuto gli inglesi con i loro ottovolanti sonori, è indicativo del loro stile variopinto in cui sonorità disparate vengono smontate e ricostruite assieme in forme nuove, slegate fra loro ma al tempo stesso capaci di mantenere un filo conduttore comune in sottofondo, muovendosi fra le più disparate coordinate stilistiche al punto da far capire cosa c’è da aspettarsi da loro.

Una medaglia a doppia facciata che nell’ultimo full-lenght With Us Until You’re Dead (un concept sull’amore) presenta sia una forte ricchezza sonora che una generale discontinuità che ogni tanto fa sembrare i pezzi un collage fatto tanto come esercizio di stile.

L’album, nel suo minuzioso e certosino lavoro di collage, ripercorre i dischi precedenti, in particolare la ricerca sonora dei due Controlling Crowds e i barocchismi romantico-sinfonici messi in primo piano soprattutto su Noise e Light, immergendo il tutto in una matrice elettronica caleidoscopica che pone enfasi soprattutto sulla stratificazione continua. Spesso ciò avviene a discapito però dell’immediatezza melodica, per di più quando quest’ultima viene lasciata libera si incentra soprattutto sui climax emotivi accompagnati dalle orchestrazioni atmosferiche che tanto rischiose sono nel loro navigare fra l’arrangiamento elegante e il melenso manierismo.
Sfortunatamente, si nota anche l’assenza (pesante) di Rosko John con il suo rap inquietante e coinvolgente, nonché gli elementi sonori più marcatamente trip hop che rendevano CC un delizioso compendio fra il Bristol sound, il progressive, il pop e l’indie-tronica; aumentano invece i ricalchi del synth pop, del big beat e della new wave revival, oscillanti fra la ricombinazione personale e il gira-la-moda.
With us… rimane però un album imponente e maestoso, a volte anche troppo, ma sempre fortemente emotivo (almeno per quanto riguarda la musica, mentre i testi scadono ogni tanto in un eccesso di sentimentalismo salvato però dallo spessore della tensione psicologica, a volte violenta, fra le righe) e ricco di ambizione.

Si comincia quindi con Wiped Out (energico mix di tappeti di tastiera atmosferica, ritmiche martellanti e dolenti acuti vocali), per poi passare alle ritmiche incalzanti di Interlace (fra trip hop, pop sinfonico, funk e industrial) e alla dolce ed alla lunga un po’ banalotta ballad Stick Me in My Heart (che nel finale si trasforma in un bizzarro mix di techno ed ambient romantico, più per contrapposizione che per unione, suonando sia originale che incoerente).
Conflict estende questa coda finale abbinandola a impalpabili tappeti di tastiera, grida inquietanti e distorsioni lisergiche, in una sorta di punto di incrocio fra Prodigy, Radiohead e Craig Armstrong.
Violently inizia come mix fra electro-pop e industrial, condotto avanti dall’intenso duetto vocale maschile/femminile (con esordio dell’eccellente ugola di Holly Martin), per poi evolversi nella seconda parte come l’ennesima melensa orchestrazione minimale zuccherosa a cui abbiamo già assistito innumerevoli volte. Non è brutto di per sé, solo viene stemperata dal manierismo. Calm Now addirittura è un intero gioco di tappeti ambientali e strings emotive, piacevolmente melodica ma ogni tanto suona più come una versione poco ispirata dei Sigur Ròs più sentimentali. Ciò tradisce un eccesso di derivatività dal pop romantico britannico, che sminuisce quella carica intimista che invece era meglio caratterizzata su CC; risulta molto più convincente l’industrial/trip hop/soul sporcato da archi di Silent, soprattutto per le linee vocali sempre bellissime di Maria Q.
Twisting riparte da Conflict in una salsa più dura e ripetitiva, mentre Things Going Down è una breve parentesi minimale di tastiera e voce femminile prima dell’electro-soul di Hatchet trascinato dall’esuberante voce della Martin.
Si passa dunque alla successiva Damage, un crescendo fra breakbeat e progressive che si conclude in un divertissement alienante.
Infine abbiamo la mesta Ride, un indie pop sinfonico abbastanza scontato e stucchevole che non dice assolutamente nulla di nuovo per il gruppo.

In conclusione, With Us Until You’re Dead aggiunge tanta carne al fuoco, ma non sempre riesce a trovare il giusto equilibrio. Lo si potrebbe paragonare ad un enorme e, certo, rifinitissimo castello di sabbia, che può apparire anche esteticamente notevole, ma dalla struttura fragile. In particolare, l’accesa passionalità del gruppo non raggiunge mai i picchi creativi e di spontaneità di Controlling Crowds, finendo per scadere ogni tanto nell’autoindulgenza delle precedenti release e rispetto al quale si configura come un disco molto meno peculiare e più minato dai cliché che influenzano il gruppo, a tratti kitsch. Rimane però a più riprese suggestionante, con diversi interventi ritmici di spessore e spruzzate di elettronica elegante.

(link alla recensione)

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