The Gathering – Disclosures

Disclosures è il decimo album studio degli olandesi Gathering, nonché secondo dopo l’arrivo della nuova cantante Silje Wergeland.
Il disco della “stella” rappresenta nella sua totalità un apprezzabile punto di rottura con l’approccio maggiormente chitarristico del precedente The West Pole (il quale a sua si distacca dai lavori immediatamente precedenti, più onirici ed introspettivi), basandosi maggiormente su un crogiolo di giochi compositivi che navigano fra dark, elettronica, pop, a volte ambient e psichedelia – con diversi collegamenti al binomio Souvenirs/Home.

Non si tratta di un lavoro sperimentale, facendo anzi riferimento a due formazioni che sono state importanti per il gruppo come i Pink Floyd e soprattutto i Dead Can Dance (dei quali ritornano in auge le influenze più esotiche e mesmerizzanti che si erano un po’ perse negli anni); ma il risultato suona certamente più variegato e soffuso che in TWP, dove certi spunti dark e psych erano esplorati solo in alcuni brani e la cui economia generale era più ripetitiva.
Anzi, va detto che spesso e volentieri le chitarre in Disclosures si congedano tranne che per contribuire con note e fraseggi atmosferici di contorno. Non troverete un intenso riff principale attorno a cui incentrare le canzoni, lasciando che il disco nel complesso sia molto equilibrato e certosinamente arrangiato in maniera variopinta, mentre le redini vengono prese dai tappeti atmosferici e dalla voce molto bella di Silje.
D’altronde il disco rimane sempre molto melodico, molto immediato ed assimilabile. Ed anche intriso di una malinconia dolceamara come è tradizione del gruppo, esaltata dagli ormai consueti inserti di archi e di strings che, però, riteniamo siano eccessivamente melensi. Effettivamente, Disclosures è anche a tratti un po’ manierista e artificioso, ed è questo il sassolino nella scarpa che gli impedisce di raggiungere i picchi di espressività ed innovazione raggiunti in passato; anzi, per certi versi TWP pur essendo meno ricco e curato, suonava più spontaneo, diretto e coinvolgente.

L’iniziale Paper Waves è molto orecchiabile ed accattivante, con le sue note esotiche ad evocare viaggi verso paesi lontani, gli (un po’ banalotti) archi a tingere il tutto di emozionalità, la batteria incalzante e la buona prova vocale di Silje che però nel finale, quando il tutto si trasforma in un alternative rock effettato e melodrammatico (ed un po’ stereotipato), finisce per ricalcare troppo le linee vocali dell’ingombrante ex Anneke van Giersbergen. Difficile giudicare quest’attitudine, da un lato è comprensibile e doveroso il cercare di mantenere un trademark del gruppo, dall’altro è forse più auspicabile l’insistere sulle coordinate più proprie della Wergeland.
Inizialmente, Meltdown è un brano effettato e negli intenti molto incalzante, con bassi penetranti e synth trascinante, a metà strada fra prog anni ’70, Sonic Youth e il gusto per l’effettistica del britpop britannico. Rilevante la comparsata della voce maschile del tastierista Boeijen, primo duetto dagli arcaici tempi degli esordi, forse come primo “esperimento” per qualche futuro approfondimento. Da metà brano in poi, però, il tutto sfuma in una tenue ballata onirica a tinte cupe. Il risultato complessivo non è qualcosa di inaudito o particolarmente suggestivo (a parte forse quando subentra la tromba), ma si ritaglia il suo piccolo spazio senza lode e senza infamia.
La successiva Paralyzed coniuga il dark atmosferico degli Antimatter con il dream pop. Se i soliti archi suonano banalmente melensi, certi effetti distorti inquietanti controbilanciano l’effetto, ma si tratta di due note a margine di un brano sostanzialmente continuo, una lenta digressione onirica e soffusa anche un po’ ripetitiva e, effettivamente, di maniera.
Heroes for Ghosts è un tributo ai Pink Floyd sia per la citazione del titolo sia per gli arpeggi psichedelici, il tutto fuso con un’atmosfericità onirica che è forse il punto di influenza maggiore da parte dei Dead Can Dance nell’album. Poi i soliti archi, che cozzano un po’ con l’evocativa tromba… il brano è però, con tutta probabilità, il più intenso ed affascinante del disco, una lunga suite che rappresenta la summa di Disclosures.
Passiamo ora a Gemini I, un crogiolo di sferzate dark acustiche, climax emotivi nell’efficace ritornello, minimalismo che si riallaccia ad How to Measure a Planet? ed umori tanto penetranti quanto passionali. Dalla precedente traccia fino all’ultima esclusa abbiamo il picco di ispirazione dell’album, con i momenti soft più toccanti e le commistioni sonore più intriganti. Fra di essa e la seconda parte (che ne rappresenta solo una versione dream/ambient, romantica ma un po’ stucchevole) troviamo la ballata Missing Seasons, un breve rimando a Mike Oldfield piacevole nel suo intrecciare dolenti accompagnamenti di pianoforte e velutati arpeggi acustici, e l’interessante suite strumentale a metà fra drone, jazz rock e crescendi post rock di I Can See Four Miles, che eredita il tentativo di progressione sonora già sperimentato in Black Light District.

La conclusione però sembra incompleta, anche perché Gemini II non dice niente di più della prima parte, riprendendone le stesse linee vocali e testo, con musica di contorno più piatta e melensa. Questo è anche l’album più breve dai tempi di Nighttime Birds, 51 minuti in “sole” 8 canzoni (di cui due suite ed un riarrangiamento di un altro brano); la sensazione che manchi qualcosa è lecito emerga, dando l’impressione che il gruppo abbia terminato le idee presto e si sia affrettato a confezionare un disco, sì piacevole e molto curato, ma anche un po’ ruffianello per operare anche un po’ di fan-service.
Si sarebbe potuto fare di più?
Forse no. Come già detto, l’album suona comunque più variegato di TWP (che non era certo brutto), e la classe compositiva, come la cura proposta negli arrangiamenti sempre molto maturi e raffinati, risulta superiore alla maggior parte degli ultimi lavori di Anneke van Giersbergen che con gli Agua de Annique sembra essersi impantanata (almeno per ora…)

Non si può dire se col senno di poi Disclosures risulterà un ulteriore album di transizione, nell’attesa di consolidare l’anima del gruppo dopo l’aggiunta di Silje Wergeland, o se la carriera ventennale del gruppo ormai manterrà queste coordinate sicure. Ma in definitiva risulta abbastanza per chi non si aspettava il capolavoro, un’antitesi complementare al suo predecessore con molti spunti pregevoli di per sé ed altri più per una certa frangia di fan.
E probabilmente deluderà chi ricercava un’opera più rock-oriented e/o più avanguardistica.

(link alla recensione)

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