Ulver – Wars of the Roses

I Lupi sono tornati.
Rapidamente diventati un fenomeno di culto nel corso dell’ultimo decennio per via delle loro sperimentazioni sonore e del loro continuo navigare fra i generi, anche se a volte risultando un po’ troppo esageratamente elogiati, gli Ulver tornano a far parlare di loro a quattro anni dal precedente album con un recap delle precedenti esperienze musicali, un lavoro di sintesi che ricollega idealmente fra loro quanto già consolidato dopo l’esperienza di Perdition City e ne reinterpreta le forme privilegiando soluzioni sonore più dirette e accessibili, senza però mai tradire la forte carica psicologica, l’atmosfericità introspettiva e il pathos che caratterizzano ormai le composizioni di Krystoffer “Garm” Rygg e soci.
In questo Wars of the Roses possiamo infatti trovare innanzitutto la forte vena atmosferica e ambient di Shadows of the Sun, con un occhio di riguardo soprattutto alle linee vocali calde e avvolgenti, ma attenuandone la dimensione mistica/spirituale in favore di un approccio più cupo e urbano maggiormente vicino ai minimalismi di Teachings in Silence (e volendo al mood di Perdition City); le intense e taglienti strutture avant-rock di Blood Inside, tuttavia diluite in uno scenario molto meno psicologicamente teso, più melodico e intimista; e gli intrecci elettronici incisivi di A Quick Fix of Melancholy. Si possono quindi trovare mescolati tenui malinconie dipinte da pianoforti da musica da camera come nell’ultimo album, ma abbinate a qualche piccolo spruzzo minimale degli EP di qualche anno fa, seguite da fraseggi più d’impatto con tipica strumentazione rock quando per esempio subentra la batteria.
In questo processo di rielaborazione si intravede una qualche vena di “dark psichedelico”, probabilmente dovuta anche alla presenza fra gli ospiti di Stephen Thrower dei Coil e di Daniel O’ Sullivan degli Æthenor (quest’ultimo ricambiando quanto già fatto dallo stesso Garm), ma il tutto in realtà è funzionale all’esaltazione della carica emotiva costituita dal binomio fra la calda voce di Garm e le intessiture sonore di sfondo.
L’approccio degli Ulver si fa molto certosino nella produzione e negli arrangiamenti, privilegiando soprattutto il lato vocale con molta rifinitura nelle linee adottate da Garm, aggiungendovi stratificazioni, effettistica e partecipazioni in duetto. La voce di Rygg, per via del suo timbro morbido e avvolgende, si adatta alla perfezione alle atmosfere del disco, ma purtroppo le sue capacità espressive vengono appiattite, suonando sempre un po’ monotone.

Se c’è qualcosa che manca più di tutto al disco, è la capacità che hanno avuto sino ad ora i norvegesi di spiazzare, sorprendere con soluzioni che non ci si aspettava, cambi di tempo, novità stilistiche e giochi atmosferici per loro inediti.
Al contrario, Wars of the Roses scorre molto più linearmente, a tratti sembrando anche prevedibile, e questo mina anche la longevità del disco che tende a coinvolgere molto meno che in passato. Gli Ulver privilegiano l’enfasi sul lato vocale e sulle emozioni rarefatte (nel senso di maggiormente ermetiche e intimiste, non di meno sentite o catatoniche), gravitando sempre attorno alla figura centrale di Garm e giocando a interiorizzare melodie dark, che siano più ambientali, più dissonanti oppure più “pop/rock” come nell’opening.
Un disco che deluderà chi si aspettava il guizzo di genio o l’ennesimo cambio di rotta, ma che di per sè si lascia ascoltare godibilmente e ci mostra ancora il lato più morbido e avvolgente dei norvegesi anche nei momenti più “duri” e oscuri.

Voto: 6.5

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