Eternal Tapestry – Beyond the 4th Door

Gli americani Eternal Tapestry si sono fatti notare già l’anno scorso con The Invisible Landscape, compendio di ciò che erano la psichedelia e lo space rock negli anni ’70 (con lunghe suite visionarie che toccavano anche la Kosmische music per capacità mesmerizzante). Dopo appena un anno tornano con Beyond the 4th Door, naturale evoluzione del loro percorso di revival psichedelico, questa volta dai tratti meno “kraut” e più vicini alle costruzioni tipiche dei Pink Floyd, senza comunque rinunciare al gusto per le dilatazioni “spaziali” e per le lunghe costruzioni strumentali che combinano il tutto.

L’iniziale Ancient Echoes ha un titolo che è tutto un programma, riprendendo la storica Echoes di pinkfloydiana memoria e abbinandovi un aggettivo che mette in chiaro la ricerca di un suono passato, esplicato qui in un lento e progressivo crescendo sonoro fatto di riverberi acidi, tempi cadenzati e voci sussurrate.
Il tutto, a dir la verità, suona forse un po’ troppo pinkfloydiano, e ci si chiede dove finisca l’ispirazione e inizi l’imitazione.
Comunque la successiva Cosmic Manhunt varia leggermente i toni, in un relativamente breve gioci di intrecci fra il wah-wah corrosivo delle chitarre e le dolenti melodie di sottofondo, come in una via di mezzo fra certe istanza noisy e gli Hawkwind. Ma già con i dieci minuti di Reflections in a Mirage si ritorna su binari più pacati e soffusi, molto efficaci nel dipingere scenari evocativi e cullanti tramite le note acide ma delicate e le appena accennate nenie vocali d’accompagnamento, con sequenze oniriche e arabesche che sembrano proiettare davvero in un trip visionario nel bel mezzo del suggestivo panorama di un deserto di notte sotto le stelle; purtroppo però il tutto, nel tentativo di suonare “profondo” e vintage, viene dilatato un po’ troppo, finendo per suonare, dopo un po’, anche ripetitivo e un po’ soporifero.
Si toccano territori di psichedelia un po’ più pesante con le corpose distorsioni di Galactic Derelict, quasi vicine a certo stoner più psichedelico per mood, un ruvido space rock che riprende tonalità hawkindiane e le fa urlare dall’overdrive distorto della chitarra, purtroppo sempre con gli stessi difetti prima elencati.
Infine abbiamo la dolce e placida Time Winds Through a Glass Clearly, con un crescendo di bassi pulsanti e batteria ovattata che ricorda persino il post rock, mentre il profondo sassofono impreziosisce il tutto, fino al climax finale con la sua mini-esplosione caustica e tendenzialmente retrò.

In definitiva un gruppo con diversi pregi negli arrangiamenti sonori e nella capacità di rievocare suggestivi paesaggi lisergici, ma affetto anche da un po’ troppa tendenziosità e che un po’ eccessivamente ricalca in maniera pedissequa le proprie fonti d’ispirazione finendo per stemperare e annacquare i tratti più positivi dell’album.

Voto: 6.5

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