Kid Rock – Born Free

Ritorna il celebre Kid Rock con il suo ottavo album studio intitolato Born Free e scritto durante il tour in Iraq e Afghanistan per le truppe NATO.
Non si può dire che il celebre frontman non si sia spremuto a dovere, visto che ha composto oltre un centinaio di canzoni e che, testualmente, avrebbe addirittura pianto al momento di doverne scegliere 12 scartando tutte le altre.
Il disco ad ogni modo continua a percorrere la strada della riscoperta del rock classico, in quest’occasione orientandosi verso un country rock a tinte blues, sulla scia del precedente singolo All Summer Long, che fa molto il verso ai cantautori storici come Bruce Springsteen e celebri formazioni (fra country/folk rock e southern rock) come Eagles, Creedence Clearwater Revival, Lynyrd Skynyrd e Heartbreakers.

L’aura del disco, intravedibile già dalla scelta di copertina e titolo, è quella che fa il verso a certa “americanità” stereotipata da mid-west, tradizionalista, patriottica, con un’attitudine banalmente buonista e fiera da rude country-man.
La musica, naturalmente, si esprime tramite uno stile fortemente radiofonico, straboccante di melodie da folk americano, spunti rock d’altri tempi e le solite, abusate, ballad ai limiti della stucchevolezza.
Nonostante diversi spunti melodici godibili presi di per sè (le venature gospel di Care o la rockeggiante Purple Sky, ad esempio), il risultato si rivela tendenzialmente stantio, di maniera e debitore degli stereotipi del cantautorato americano, adatto allo zoccolo duro di appassionati del settore e più per principio che per reale concretezza artistica delle canzoni. Sono pochi i momenti che riescono a suonare realmente freschi e personali, ma in ogni caso è fortemente evidente il tentativo, che finisce per tarpare le ali al disco, di imitare i classici da cui Kid Rock ha preso ispirazione, a volte “prendendone in prestito” più che la semplice attitudine sonora (un esempio su tutti: Time Like These rispetto a Learn to Be Still degli Eagles).

Gli stessi testi si fanno decisamente più leggeri e banalotti, se non proprio insulsi, per contribuire al tentativo di sbiancare l’immagine da tamarro del vecchio Ritchie e cucirgliene addosso una nuova maggiormente “politically correct”, tanto che per la prima volta nella sua discografia manca il bollino del parental advisory.

A conti fatti i fattori di maggior interesse risiedono nella produzione limpida e curatissima del noto Rick Rubin e la sfila di ospiti rinomati (fra i quali spiccano Sheryl Crow, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Benmont Tench degli Heartbreakers), che però generano più hype che altro.

Per gli amanti del soft rock cantautoriale che più americaneggiante non si può e del roots rock, questo disco si rivelerà senza alcun dubbio scorrevole ed orecchiabile; tutti gli altri probabilmente lo troverranno un po’ troppo prevedibile e fioriero di clichè musicali per risultare davvero incisivo.

Voto: 5

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