Soilwork – The Panic Broadcast

La sensazione generale riguardo l’ultimo album targato Soilwork corrisponde all’antico dilemma: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Quello che gli svedesi hanno fatto con The Panic Broadcast sembra corrispondere ad un recap, in cui portano avanti lo stile consolidato negli ultimi dischi ma al contempo rimiscelano e diluiscono sia ancora maggiori influenze metalcore che spunti più prettamente riconducibili al resto della discografia del gruppo, complice anche il rientro in formazione del chitarrista Peter Wichers (il cui stile contribuisce ad edificare dieci canzoni robuste, aggressive ma sempre molto melodiche) e l’arrivo di Sylvain Coudret dei francesi Scarve al posto dello storico Ola Fenning.
Se il problema di un album come Sworn to a Great Divide era che il trademark Soilwork tendeva troppo a lasciare un retrogusto come di prevedibile e fatto con lo stampino, con quest’ultimo full-lenght la sensazione viene attenuata facendo ricorso a questo feeling più pesante e martellante che emerge con la giusta dose nei pezzi, e che certo è fortemente ispirato dal metalcore americano, ma ha anche la piacevole caratteristica di non suonare affatto come la solita imitazione ma di essere ben assimilato dal gruppo – anche perché rimiscelato assieme a sfuriate più thrash/melo-death che ricordano certi vecchi dischi.
Pur mantenendo l’anima di fondo che lo lega a Stabbing the Drama e Sworn to a Great Divide, questo The Panic Broadcast, insomma, suona inaspettatamente più genuino e ispirato di quanto ci si aspettasse, grazie anche al giusto equilibrio fra parti aggressive, stacchi melodici e pure un ritrovato tecnicismo che porta ad aumentare il numero di assoli (sempre taglienti) e a complessificare il lato ritmico, soprattutto per quanto riguarda la versatilità della batteria. Non mancano poi i soliti riferimenti townsendiani, mentre le tastiere tendono ad essere piccoli riempitivi.
Tornando al dubbio iniziale, è sicuramente positivo vedere un disco più ispirato, vitale e dal songwriting più ricco e caratterizzato dopo il precedente disco, ma d’altro canto è ormai palese che dopo ben due dischi “di transizione” questo capitolo non presenti dei Soilwork capaci di reinventarsi e ritrovare la creatività di un tempo, bensì un gruppo che ormai ha la sua forma consolidata e probabilmente proseguirà per inerzia su questa strada.
Tanto per citare i Katatonia, i Soilwork di oggi hanno dimostrato con questo disco di avere la personalità per non essere affatto followers, pur lasciandosi contaminare da influenze varie che però metabolizzano molto bene, ma d’altro canto non hanno neanche l’inventiva e l’incisività dei leaders.

Probabilmente i puristi degli esordi saranno comunque schifati da questo lavoro, ma noi lo vediamo come un disco discreto che forse non impedirà agli svedesi di emanciparsi dal “timbrare il cartellino” ma che certo riesce ad essere compositivamente più convincente del predecessore.

Voto: 6.5

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