Wild Nothing – Gemini

I Wild Nothing sono il progetto personale di Jack Tatum, giovane musicista indipendente con il pallino per la scena musicale post-punk ed in particolare anni ’80. Dopo varie auto-produzioni sotto altri nomi di scarso successo, lo statunitense riesce ad esordire su full-lenght nel 2010 con Gemini, marcato omaggio alle passioni musicali e alle muse ispiratrici dell’artista.

Lo stile del gruppo è stato pubblicizzato come una riproposizione dello shoegaze dei My Bloody Valentine, ma in realtà con loro i Wild Nothing spartiscono poco; piuttosto si potrebbero citare il dream pop dei Cocteau Twins, per certi fraseggi melodiosi ed onirici a costituire il cuore melodico delle canzoni, ed il noise pop dei Jesus and Mary Chain per i muri sonori di chitarre “a cascata” impiantati con disinvoltura negli arrangiamenti.
Le coordinate di riferimento sono da centrare più che altro sull’indie pop americano e varie frangie del rock alternativo del decennio preso come modello di riferimento da Tatum, tracciando un sentiero analogo a quello di altre formazioni come i Pains of Being Pure ad Heart con cui condividono diverse caratteristiche sonore e concettuali, notabili fin dall’inizio (Live in Dreams e Summer Holiday).
Aggiungiamo sottili inserti elettronici ispirati dai Cure come contorno ed un’ossatura pop rock malinconica ed esistenzialista ma sempre fortemente orecchiabile, a la Smiths, come collante.

Ciò che non funziona è la sensazione, che in diversi brani emerge come retrogusto fastidioso, di voler a tutti i costi riesumare quei determinati suoni e quella particolare attitudine non tanto per reinterpretarla, e farne una nuova materia propria che porti nuova freschezza, quanto per lucidarla e mantenerla staticamente in mostra, come a immaginare di essere balzati indietro nel tempo e di rimanervi, per “vivere nei sogni” per l’appunto. Un approccio nostalgico un po’ ingenuo e figlio di un’inquietudine post-adolescenziale.
Infatti non capita di rado che il disco sappia di derivativo (e non solo per i suoni) e questo mina le potenzialità creative di Jack Tatum, che pure riesce ad indovinare scelte melodiche gustose e coinvolgenti: i dolci giri di note eterei di Drifter; il dream-folk-pop di O Lilac; gli echi dark wave di My Angel Lonely; il synth-pop arabesco di Chinatown; le melodie atmosferiche e uggiose a la New Order della titletrack.
Sono canzoni melodiche e perfettibilmente godibili, esecutivamente impeccabili e, dal punto di vista formale, perfetti per quel che ricercano e intendono esprimere.
Purtroppo sono anche annacquate dall’attitudine manieristicamente emulativa sopra menzionata, che a volte le fa sembrare un pizzico impregnate di clichè (o anche delle b-sides di alcune cose dei più concreti Atlas Sound), e diluite in una tracklist che riserva anche molti episodi più spenti e piatti. In particoalre il mix di drum-machine frenetica, riverberi dreamy e wall-of-sound di Bored Games all’inizio può suonare divertente, ma rapidamente stanca, così come Pessimist cerca di sembrare cupa e angosciante ma finisce per l’essere più che altro soporifera.

Concludendo, il disco nel complesso risulta poco longevo, lamentando la poca omogeneità nella selezione di brani (con qualche alto e bassi molto marcati, senza tanta coesione, come se si trattasse di una raccolta di singoli sparsi e non un corpo unitario) e l’evanescente personalità poiché, nel tentativo di riportare in auge i fasti del passato, Tatum spesso sembra ancora palesare eccessivi debiti stilistici nei confronti delle sue fonti d’ispirazione, rimanendo in bilico sul baratro della pedissequa imitazione.
Tuttavia, rimangono diverse hit azzeccatissime, che possono fungere da buona base per il futuro, confidando che il futuro dei Wild Nothing non sia quello degli emulatori ma piuttosto dei “rievocatori” e che trovino una propria via, una propria personalità nel riproporre certa estetica musicale ottantiana.

Un album consigliato quindi principalmente agli appassionati delle operazioni nostalgia, ma date anche un ascolto alle canzoni migliori.

Voto: 5.5/6

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