Nevermore – The Obsidian Conspiracy

Finalmente il tanto atteso ritorno dei Nevermore, innegabilmente una delle formazioni metal più solide e coinvolgenti di sempre, un punto di riferimento monolitico per il settore estremo e non solo. Nonostante i capolavori pubblicati in passato, però, è arrivato anche per loro il momento di rilasciare un album decisamente sottotono e vediamo perché.

Nei cinque anni di distanza che separano il nuovo disco The Obsidian Conspiracy dal precedente This Godless Endeavor sono avvenuti alcuni fatti: in primo luogo i problemi di salute del cantante Warrel Dane, per fortuna risolti, e poi la dipartita del chitarrista Steve Smyth, che ha riportato i Nevermore alla condizione di quartetto. Ma soprattutto, il debutto da solisti delle due menti del gruppo, Dane per l’appunto e il chitarrista Jeff Loomis, che evidentemente cercavano spazi personali anche al di là della formazione principale che hanno così messo da parte per un po’ (se si eccettua un riuscito live album).
Al momento non è ancora dato sapere se questo impegno solista deve aver preso più del previsto al gruppo, oppure se esso è la prima conseguenza di un calo di entusiasmo generale dei due statunitensi nei confronti della loro creatura, con la seconda che consiste in un ritorno in studio dall’esito molto meno ispirato che in passato: infatti con il nuovo album i Nevermore sembrano non solo accontentarsi di “timbrare il cartellino” e fare un disco di mestiere, ribadendo certi tratti del loro trademark, ma anche sforzarsi di meno sul lato creativo, rinunciando ai tratti più complessi e caratteristici del loro sound in favore di una semplificazione generale dello stile del gruppo. Non che questo in sè sia un male, ci mancherebbe. Anzi, magari evitare di ripetersi e sperimentare una svolta melodica, magari ripescando qualche affinità con un disco come Dead Heart in a Dead World (occasionalmente “citato” nell’attitudine e non), può essere molto interessante. Ma il fatto che suonino decisamente più lineari e meno intricati, in definitiva più accessibili pur non rinunciando a sfuriate pesanti e aggressive, tradisce una certa carenza di idee nel songwriting, che si fa più ripetitivo e alle volte piatto, conclusione brusca di una parabola discendente.
Gli arrangiamenti e le composizioni sono in generale più prevedibili e debitrici del loro passato, i riff suonano più ordinari, gli assoli sono più contenuti e la prestazione vocale di Dane è altalenante (ma a sua scusante c’è il fatto che ormai canta ad alti livelli da vent’anni). Le canzoni sono anche mediamente più brevi che in passato, proprio per questa maggiore essenzialità dei contenuti.
Addirittura sono non pochi i casi in cui si avverte una sensazione di dejavù, come se Loomis e Dane non trovassero abbastanza spunti per un riffing incisivo o per assoli altrettanto catturanti e maestosi che in passato, e quindi decidessero di metterci qualche pecetta riciclando qualcosa dal passato.
Ma, attenzione, alla fine l’album non è brutto e si lascia ascoltare, in qualche occasione riuscendo anche a coinvolgere parecchio, e rimane certo un disco ben eseguito e ottimamente prodotto (da Peter Wichers dei Soilwork, che aveva collaborato anche nel disco solista di Dane, e il solito Andy Sneap); più che altro si tratta del disco più debole della loro discografia e quello meno vitale e creativo, un’alternanza di pezzi banali o con spunti convincenti che non sarebbe stato male approfondire.

Sullo stato di salute dei Nevermore è arduo pronunciarsi. Ci troviamo senza ombra di dubbio di fronte all’episodio più debole della loro carriera e quel che è peggio è che fra dischi solisti e l’annunciata reunion dei Sanctuary (i Nevermore sono nati dalle loro ceneri) probabilmente l’anima stessa del gruppo è in una fase di stanca che durerà a lungo e gli stessi membri ne sono consapevoli.
Rimane in ogni caso un disco che presenta momenti apprezzabili e piccoli bagliori che andavano approfonditi un po’ di più, ma certo da cinque anni di attesa ci aspettavamo di più e con esso i Nevermore suscitano lo stesso effetto che fa un primo della classe che prende solo una sufficienza al compito in classe dopo averci abituati bene.
Certamente, pur finendo per cercare di imitare il passato e sfruttare soluzioni già usate (e con meno inventiva e variazioni), The Obsidian Conspiracy mantiene una classe di gran lunga superiore a quella di tanti dischi di gruppi l’uno la fotocopia dell’altro che puntualmente sbucano nel settore estremo. Speriamo che gli statunitensi partino da queste basi per il prossimo full-lenght e che lo facciano in maniera più ragionata e ispirata.

Voto: 6

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