Kayo Dot – Coyote

Toby Driver e i suoi Kayo Dot sono proprio l’emblema dello sperimentalismo a tutti i costi.
L’ultimo album Coyote, originariamente pensato come una massiccia traccia unica di quasi 40 minuti (poi suddiviso in 5 “sezioni” dopo la morte per cancro di Yuko Sueta che aveva collaborato alla realizzazione), evolve il discorso intrapreso dal precedente disco focalizzandosi di più sul binomio fra jazz rock/free jazz e musica da camera immersa in tinte dark, ma il tutto diviene più regolare e relativamente lineare. Non intendiamo dire che subentri una qualche forma di adesione alla forma canzone (???), quanto più che c’è meno carne al fuoco e ci si è concentrati maggiormente su di essa.
Nonostante la sezione ritmica, capace anche di momenti più aggressivi, sembri dare un’idea di improvvisazione, il songwriting segue un andamento più ragionato, lasciando meno spazio al “ficchiamoci dentro quanti più ingredienti abbiamo” per concentrarsi maggiormente sullo sviluppo e la caratterizzazione dei tratti più peculiari della musica, nonostante siano ancora messi in particolare evidenzia strumenti particolari come archi o fiati e la struttura compositiva articolata per apparire il più possibile progressisti.
Questo è in teoria sicuramente positivo alla luce dell’eccessiva ostentazione e ampollosità vista in passato, ma a conti fatti emerge un nuovo problema, cioè il dilatare sequenze e motivi fino a farli diventare infelicemente monotoni.
Non si tratta di ripetitività quanto di eccessive distensioni e allungamenti, l’intento è sicuramente quello di ricreare un’atmosfera particolare, oscura, angosciata, anche per via del concept inquieto ed esistenziale dietro l’album che Toby ha cercato di rappresentare in suoni. Tuttavia più spesso si sfocia nei consueti esercizi di stile che finiscono anche per risultare più soporiferi e fini a sè stessi del solito. Sono pochi i momenti che cercano di spezzare quest’ordine ed essi sono dovuti in maniera particolare alla batteria, quando esplode in maniera più frenetica del normale, alla maggior presenza dei fiati, che però non hanno molta varietà, e agli spruzzi noisy che emergono occasionalmente per rendere il tutto più alienato. Questi ultimi però troppo spesso rendono il tutto più indigeribile e pesante da mandare avanti.

Un lavoro in definitiva noioso e auto-indulgente con pochi spunti apprezzabili e nessuna vera dimostrazione di eclettismo o attitudine progressista da parte di chi l’ha composto.



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